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Caso Ranucci-Lavitola, parla Minoli l’ideatore di Report: «Se fossi una toga sentirei Mieli come persona informata sui fatti»

18 Agosto 2026 - 07:40 Stefania Carboni
minoli report
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Il decano del giornalismo a Il Giornale: «Colpito dai rapporti dell'ex direttore del Corriere. Non ho prove che Ranucci fosse a conoscenza»
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In un’intervista rilasciata a Hoara Borselli su Il Giornale, Giovanni Minoli — decano del giornalismo televisivo che ha appena compiuto 81 anni — interviene sui recenti sviluppi dell’inchiesta che coinvolge Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, senza risparmiare affondi sul metodo d’informazione e sulle responsabilità dei vertici della TV pubblica. Minoli non è una firma qualunque: ha ideato il programma Report nel 1994, inizialmente intitolato Professione Reporter. Il format, ideato, insieme ad Aldo Bruno, accoglieva l’intuizione di Milena Gabanelli di sfruttare le nuove telecamere portatili per fare un giornalismo d’inchiesta agile e a bassi costi.

«Se fossi un magistrato interrogherei Mieli, colpito dalla sua frequentazione con Lavitola»

Minoli riassume il suo parere sulla vicenda così: «Se posso essere un po’ volgare racconterò di quando insieme a Milena Gabanelli inventammo Report ed evocammo un vecchio detto popolare da osteria, che dice così: “Gira gira, il siluro torna in culo a chi lo tira”. Certo, non è una espressione elegante, ma rende molto bene l’idea». Nell’intervista si ricordano le dichiarazioni del collega ed ex direttore del Corriere Paolo Mieli, emerse dopo le recenti dichiarazioni dello stesso sui suoi contatti con Lavitola. Secondo Minoli, la Magistratura dovrebbe approfondire questo canale. «Se io fossi uno dei magistrati che stanno indagando sul caso interrogherei Paolo Mieli. Sì, come persona informata sui fatti. Data la sua conclamata serietà e onestà e credibilità, forse potrebbe raccontare qualcosa di nuovo e di inedito. Il fatto che il più grande, serio, credibile maestro di giornalismo italiano frequentasse abitualmente uno come Lavitola, e si facesse riaccompagnare a casa tutte le sere in macchina da Lavitola chiacchierando del più e del meno… cioè, immagino, un po’ di tutto, è una cosa che mi colpisce», ha dichiarato Minoli.

Minoli con Gabanelli alla presentazione di Professione reporter nel 1995, Foto Ansa

Il «metodo Report» e la gestione Rai

Sulla possibilità che Ranucci fosse all’oscuro delle intenzioni di Lavitola — considerato dagli inquirenti il mandante dell’attentato —, Minoli mantiene una linea di cautela garantista, pur evidenziando una contraddizione di fondo. «Ovviamente io penso che non sia verosimile. Ma per sostenere che Ranucci sapesse occorrono delle prove. Io queste prove non le ho. Quindi non posso affermarlo. […] Qualunque persona avesse una frequentazione sbagliata, anche senza che avesse commesso alcun reato, veniva messo alla gogna da Report. In questo caso? Il giudizio che Ranucci dà su se stesso non è espresso con lo stesso metodo. Quattro pesi e una misura sola», sottolinea. Il giornalista solleva peraltro interrogativi sul clima giudiziario: «Mi chiedo se fra i magistrati che indagano su Lavitola ce ne sia qualcuno di quel folto gruppo che recentemente all’assemblea dell’Anm scattò in piedi e tributò un applauso infinito a Sigfrido Ranucci. Se c’è, qualche domanda se la farà?».

Infine, liquidati i presunti sondaggi sulla candidatura di Ranucci a premier («I sondaggi servono per non capire niente. Non ci prendono mai»), Minoli sposta la questione del futuro del conduttore dalle decisioni del singolo a quelle dell’azienda di Viale Mazzini: «Io non credo che sia un problema suo; credo che sia un problema del vertice della Rai. Prima però dobbiamo capire se c’è un vertice o non c’è un vertice. Bisogna capire chi comanda in Rai. E qual è la professionalità di chi comanda, qual è l’etica, la capacità manageriale e soprattutto la cultura. Non è Ranucci che deve decidere. Lui è l’oggetto della decisione».