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Tutti pazzi per Faccianuvola: «Io generazionale? Volevo solo raccontare la mia vita». L’intervista

24 Agosto 2026 - 11:37 Gabriele Fazio
«Sanremo? Non si sa mai». Così Alessandro Feruda risponde alle voci sul prossimo Festival. Ma svela che il suo obiettivo adesso è un altro: «Voglio formare una band»
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Il suo vero nome è Alessandro Feruda, è nato nel 2002, ma tutti lo conoscono come Faccianuvola. Cantautore e produttore di ultimissima generazione, investito da un’hype fortissima e non a caso. Faccianuvola infatti è riuscito, forse come nessuno, a trovare una chiave di lettura ultracontemporanea, in termini di sonorità ma anche di scrittura, per colpire al cuore un’intera generazione di pubblico. Un’impresa nell’epoca della discografia fluida in cui siamo giornalmente bombardati da nuove proposte.

Se n’è accorto anche Stefano De Martino che, si dice, abbia già il suo nome segnato nel taccuino per le convocazioni per Sanremo ’27. Ma Sanremo potrebbe anche aspettare, nel frattempo c’è un progetto da strutturare per essere pronti quando ciò che è scritto che accadrà, accadrà davvero. Quindi la formazione di una band, suo pallino ormai da mesi, nonostante, visto con i nostri occhi nella meravigliosa cornice del Mish Mash Festival di Milazzo, anche da solo, destreggiandosi tra tastiere, synth e keytar, forte di brani così solidi e significativi, restituisce la potenza completa di un’intera orchestra. Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù lo ha definitivamente consacrato tra i protagonisti della nuova scena cantautorale, vibra di quell’istintività dei grandi album ed è la prova che i grandi album continuano a bucare, ad arrivare al pubblico e, con un po’ di fortuna, anche al grande pubblico. Dopo averlo visto anche dal vivo l’impressione è che Faccianuvola sia un artista indispensabile per la musica italiana.

Chi è Faccianuvola?
«Oddio, sono io. In realtà non è stata studiata a tavolino questa cosa che io facessi il cantante. Era il nome che mi davo inizialmente su Instagram, poi su Soundcloud e poi mi è rimasto addosso. Sono stato fortunato perché mi han detto che funziona, che si ricorda, che non c’è nessun altro che si fa chiamare così».

Ti ricordi anche perché l’hai scelto?
«Non è molto interessante la storia, c’era questa frase in un libro che leggevo quando avevo 17-18 anni, Casa di foglie di Mark Danielewski. Lo leggevo in inglese, c’era questa frase in un punto particolare, “A face in a cloud”, che mi aveva colpito. Così inizialmente, per le prime cose che ho pubblicato, un po’ strumentali, ero Face in a cloud. Poi ho iniziato a scrivere in italiano e mi sembrava il caso di avere un nome in italiano, quindi l’ho tradotto semplicemente».

Tu in questo momento sei in fortissima hype. Ce l’hai anche tu questa sensazione che sempre più gente percepisce quello che vuoi dire?
«Adesso un po’ ce l’ho, però è una cosa di cui comunque ci si rende conto solo ai concerti. Almeno, io me ne rendo conto solo quando vedo quanta gente c’è che viene, che canta, che si emoziona, che si connette, perché tutti gli altri indicatori, i numeri di Spotify, i followers, alla fine possono arrivare anche un po’ casualmente. Poi è stata una cosa molto graduale, per qualcuno magari sembra che sono spuntato un po’ dal nulla, come un fungo, e ci sta, perché è stata graduale, ma anche veloce allo stesso tempo. Però, ecco, non c’è stato mai uno scalino in cui da un giorno all’altro hai dieci volte le persone rispetto a ieri, è stato sempre graduale e va benissimo così».

Come te la stai vivendo?
«È bello, non mi sono accorto quasi di nulla e sto imparando a fare i conti con un’esposizione che sinceramente non mi aspettavo».

Considerata la stima che è noto che De Martino ha per la tua musica e le molte voci che girano, mi tiri proprio la domanda dalla bocca…
«Molte voci?»

Molte
«A me non sono arrivate. Ma non mi stupisce, in generale sono sempre l’ultimo a sapere le cose».

E allora potrebbe essere Sanremo quell’evento che ti permette di fare quell’impennata? E quanto può far paura quella potenziale e improvvisa popolarità mainstream?
«Io non so bene rispondere a queste cose perché in realtà non so cos’è. Io Sanremo non so come si vive, non so a cosa si va incontro e quindi faccio fatica. Però posso dirti che questa gradualità che c’è stata fino adesso mi piace molto, mi fa stare felice e sereno e mi piacerebbe preservarla. Diciamo che razionalmente mi piacerebbe avere quell’esposizione se e quando mi sentirò pronto ad affrontare certe cose. Dopodiché poi la vita ti mette davanti delle cose imprevedibili, quindi non si sa mai».

È molto tenero che tu lo pensi, però lo sai che è quasi impossibile con la velocità della discografia di oggi mantenere una crescita sana (che ti auguro).
«Ma io ci credo, ci credo tanto».

Dovrai imparare anche a dire dei no, sei pronto a dire dei no?
«Ne ho già detti parecchi in realtà. Musicalmente e anche come opportunità di esposizione. Ma è tutto così bello adesso che sento che tutti i sogni che avevo sono già alle mie spalle. Io sognavo di vivere di musica, quindi al momento non ho alcuna ambizione vera, non ho nessun obiettivo, bisogna solo prendere quel che arriva. Poi ho un forte senso di autodifesa e autopreservazione da certe cose che non mi piacciono, che mi evitano fortunatamente un po’ di cose spiacevoli. Magari mi farà anche saltare un sacco di robe belle, non so».

Toccherà che ricominci a sognare però, perché davanti hai un percorso che si fa sempre più nitido…A questo proposito: hai una minima idea di quale sarà il prossimo checkpoint?
«Certo, mi piace fare la musica, pensare di musica quindi ho delle idee musicali che voglio sviluppare, ho tanti suoni che voglio esplorare, voglio formare una band, che è una cosa che dico sempre, che adesso sono sempre da solo sul palco ed è un po’ solitaria come esperienza. Poi sto scrivendo un disco che prenderà delle direzioni diverse da ciò che ho fatto finora, quindi in questi termini sì, so cosa voglio fare. Però fuori dalla musica faccio fatica, non dico “Voglio fare il palazzetto” o “Voglio fare quell’evento”, non so, prendo un po’ quel che arriva».

Ho letto che nel prossimo disco non vuoi parlare di amore…
«Non ce l’ho fatta, alla fine c’è finito dentro. Qualcuno diceva che tutte le grandi canzoni in fondo sono canzoni d’amore anche se non sembra, quindi no, un po’ di amore c’è. Però ci sono tante cose nuove, io ho del materiale di cui sono contentissimo e c’è ancora tanto lavoro da fare».

Benigni una volta ha detto che da Aristotele a Little Tony tutti hanno scritto d’amore.
«È che io ho già dato, quindi volevo fare altro, però non ce l’ho fatta».

Le sonorità ultracontemporanee che utilizzi sono diventate quasi il tuo segno distintivo, il modo in cui ti sei reso riconoscibile…Potrebbe essere questo il segreto di Faccianuvola?
«Io non lo so il segreto. Il suono è una cosa che ho scoperto che mi appassiona, sicuramente io produco le mie cose e andrò avanti a produrle, mi farò aiutare ma mi interessa avere il polso anche sull’impronta sonora della canzone. Però ho scoperto in questi anni che mi appassiona meno rispetto alla scrittura, alla parola. Poi io sicuramente non mi sono inventato nulla, certe cose sono uscite per caso, c’è una piccola ricerca che però è molto istintiva, io dal punto di vista sonoro seguo un po’ le mie emozioni, ciò che sento, ciò che mi piace, però ogni tanto mi annoia fare il sound design, cercare il synth perfetto… cioè, è bello, sono tutte cose che mi danno gioia, però mai come la parola e la canzone, quindi se devo pensare credo che siano state più le canzoni, dei suoni a connettermi con il pubblico».

Di questo passo rischi di diventare un cantautore generazionale…
«Questo me lo dicono tanti, ma non era quella l’idea per me, non avevo la pretesa di raccontare la vita di nessuno se non la mia, il fatto che tanti si siano ritrovati è un bell’incidente. Poi generazionale è una parola forte».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse della tua musica in chi la ascolta?
«A me non piace dire esplicitamente cosa sto dicendo e cosa provare, tanta musica di oggi è molto autoesplicativa, ti dice tutto: devi essere triste, devi essere felice, mi sento in un modo, mi sento in un altro…a me piace cercare invece un po’ di mistero e anche togliere quello che è il mio vissuto dal racconto. Il gioco è quello di costruire delle impalcature su fondamenta che sono le cose mie e poi togliere le fondamente e lasciare solo queste cose sospese, di modo che chiunque se le possa prendere e farne ciò che vuole. Spesso le mie parole sono anche lanciate, sono suggestioni, e quindi credo che ognuno poi si prenda quello che ha piacere di prendersi. Un sacco di gente sente Verticale come un pezzo che parla di un lutto e per me non lo è assolutamente, ma questo credo che sia il bello, questa cosa che la gente si prenda quel che vuole mi piace. Io do delle cose, dei suoni, e poi l’ascoltatore finisce la composizione».

(Foto di copertina di Francesco Algeri al Mish Mash Festival)

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