Stefano Mancuso e il caldo nelle città: «Gli alberi sono un salvavita, è tempo che entrino nei programmi elettorali dei candidati sindaci» – L’intervista

Il caldo che questa estate ha investito l’Italia con ondate praticamente ininterrotte ha reso più evidente che mai quanto le nostre città siano impreparate alle temperature che ci aspettano. Per Stefano Mancuso, botanico e divulgatore scientifico, intervenire sulle emissioni non basta. Se anche smettessimo improvvisamente di emettere anidride carbonica in atmosfera, per i prossimi decenni le temperature continuerebbero comunque ad aumentare, costringendoci a ripensare radicalmente gli spazi urbani. «La riforestazione urbana è un salvavita», dice in questa intervista a Open Mancuso, che sarà ospite a Eco Sanfra, il festival dedicato alla sostenibilità economica, sociale e ambientale che si tiene a Perugia dal 24 al 27 settembre.
Cosa ci ha insegnato, o ricordato, quest‘estate di caldo record?
«Ciò che sta accadendo dovrebbe spronarci a fare qualcosa, ma io purtroppo sono molto pessimista su questo. È da vent’anni che parliamo dell’urgenza con la quale dovremmo cambiare i nostri stili di vita e il modo in cui costruiamo le città. Ora le cose stanno diventando al limite dell’ingestibile, però si può ancora fare qualcosa».
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Ossia?
«Qui la questione viaggia su due livelli. Il primo è che il problema fondamentale è il riscaldamento globale, quindi dobbiamo fare di tutto per ridurre le emissioni di anidride carbonica. Tra l’altro, è paradossale che un problema così enorme sia alla fine così semplice nelle sue cause: si tratta di abbassare la quantità di anidride carbonica che produciamo, cosa che purtroppo non stiamo facendo. La seconda cosa è rendere i luoghi in cui viviamo più resistenti e vivibili. E qui essenzialmente parliamo di città, perché è lì che vive ormai il 70% ormai della popolazione. Il riscaldamento globale, peraltro, nelle città è amplificato, perché normalmente registrano 4-5 gradi in più rispetto all’ambiente circostante».

Cosa si può fare per raffrescare le città?
«Due cose: coprirle di alberi e depavimentarle, per quanto possibile. Non ci sono altre possibilità. Molte amministrazioni comunali fanno gran vanto del loro interesse per la sostenibilità dicendo che hanno piantato 5 o 10mila alberi. Ma dobbiamo piantarne molti di più purtroppo per raffreddare una città e bisogna rinunciare più o meno al 20% delle strade. Se guardiamo la superficie di una città in Europa, fra il 30 e il 35% della superficie è destinata alle strade. Negli Stati Uniti, si arriva anche al 45%. Questa è una cosa assolutamente impossibile da tollerare e impossibile anche da immaginare come sostenibile nel futuro».
Qual è l’errore più grave che abbiamo commesso nella progettazione delle città italiane e la loro capacità di adattarsi al caldo?
«Farò un esempio banale. Quasi tutte le nostre amministrazioni locali, quando danno il permesso di costruire un supermercato o un centro commerciale, chiedono che ci debba essere una superficie significativa destinata al parcheggio, ma è l’opposto di quello che dovremmo fare. Dovremmo dire: “Va bene, puoi costruire un supermercato, ma devi immaginare dei modi per far arrivare le persone senza le macchine”. Tutto il nostro sviluppo urbano è sempre stato basato sul fatto che ci si debba muovere con una macchina».
Ci sono esempi positivi di città italiane che si stanno dando da fare per adattarsi a queste temperature?
«No, in Italia non ce ne sono. Ma direi che ce ne sono poche in giro per il mondo».
Un esempio?
«Uno degli esempi più brillanti che mi vengono in mente è Medellin, in Colombia. Si tratta di una città che noi abbiamo sempre associato ai cartelli della droga. Invece negli ultimi dieci anni, grazie a una serie di sindaci straordinari, ha preso di petto l’idea di abbassare la temperatura della città. Attraverso una serie di progetti legati alla depavimentazione e alla copertura arborea, sono riusciti ad abbassare la temperatura di Medellin fra i 2 e i 3 gradi».
Altri esempi più vicini a noi?
«Negli Stati Uniti non c’è assolutamente nulla. In Europa ci sono dei piccoli adattamenti, per esempio a Parigi, che vanno nella direzione giusta ma sono un po’ timidi. Bisogna avere coraggio».
Nel 2027 si vota a Milano, Roma, Napoli e Bologna. Pensa che nella campagna elettorale si parlerà anche di clima oppure ci saremo già dimenticati del caldo di questi mesi?
«Io credo che i tempi siano maturi. Ormai non si può impedire alle persone di vedere e di sentire il cambiamento climatico. Detto questo, serve un grande movimento di persone. I cittadini dovrebbero chiedere con sempre più insistenza che le città vengano raffreddate, perché la temperatura della città è direttamente legata alla sopravvivenza delle persone. Ormai sappiamo con certezza che ogni grado in più che abbiamo sopra la media delle temperature estive è collegato a un aumento della mortalità. Ci sono studi che lo hanno dimostrato in maniera inequivocabile».
Lei cita spesso gli alberi come la soluzione principale per abbassare le temperature in città, ma c’è anche un problema di manutenzione. Come va migliorata la gestione del verde in Italia?
«Intanto, le amministrazioni locali dovrebbero cominciare a immaginare di destinare una quantità di fondi molto più significativa alla riforestazione urbana. Dopodiché, e questa è una provocazione che io faccio da tanto, credo che gli alberi e la natura della città non dovrebbero essere gestiti dall’assessorato all’Ambiente, ma dalla Sanità. Se continuiamo a guardare alle piante, agli alberi, ai giardini e ai parchi come semplicemente una questione di decoro urbano, stiamo sbagliando. La riforestazione urbana è un salvavita e quindi gli vanno dedicati fin da subito i fondi e le attenzioni che si dedicano normalmente a quelle attività che migliorano in maniera significativa la sopravvivenza delle persone. Poi ci sono altre cose che si potrebbero fare subito».
Ad esempio?
«Continuiamo ad assistere nelle nostre città a ristrutturazioni delle piazze che sono delle grandi spianate di cemento. Tutto questo oggi non è più tollerabile. Non si può riqualificare una piazza attraverso la pavimentazione, è assolutamente folle».
Foto copertina: ANSA/Paolo Salmoirago

