L’italiano che vuole ricongelare l’Artico grazie a una flotta di droni: «Stiamo lasciando ai nostri figli un mondo terribile» – Il video
Ogni anno l’estensione del ghiaccio marino artico continua a ridursi e, secondo le stime, si perdono in media circa 83.000 chilometri quadrati di superficie ghiacciata l’anno, con effetti che si ripercuotono ben oltre i confini della regione. È in questo contesto che nasce l’idea di Andrea Ceccolini, imprenditore e esperto tecnologo che, dopo aver letto alcuni paper accademici, decide con due amici di iniziare a fare dei test per provare a rallentare la scomparsa del ghiaccio marino artico aumentandone artificialmente lo spessore durante l’inverno. Quella che inizialmente sembrava un’idea quasi irrealizzabile, e che fa venire in mente l’inizio distopico di Snowpiercer, oggi è diventata uno dei progetti più osservati nel campo della geoingegneria climatica. «Non sostituisce la decarbonizzazione», precisa Ceccolini a Open, «ma potrebbe aiutarci a comprare tempo».
L’idea nata pensando ai propri figli
L’idea del progetto affonda in una preoccupazione molto comune: quella per il mondo che verrà lasciato alle prossime generazioni, ma anche per «le popolazioni locali che non hanno fatto niente per creare questo problema e lo stanno subendo per primi», racconta Ciccolini. «Vedevo i miei figli crescere sentendosi raccontare sempre la stessa storia. Che il clima stava peggiorando, che i governi non stavano facendo abbastanza e che ormai c’era poco da fare. Ho pensato che valesse la pena provare almeno a cercare una soluzione».
Quella riflessione lo porta a concentrarsi sull’Artico, una delle regioni che si stanno riscaldando più rapidamente al mondo. Già da alcuni anni diversi ricercatori statunitensi sostenevano che aumentare artificialmente lo spessore della banchisa avrebbe potuto rallentare questo processo. «Esistevano studi e simulazioni, ma mancavano prove concrete raccolte sul campo», racconta l’imprenditore.
Ti potrebbe interessare
- Clima, la corrente che scalda l’Europa verso il collasso: «Entro il 2100 il rischio è superiore al 50%»
- L’esperimento di geoingegneria per salvare il ghiaccio artico: «Lo creiamo con l’acqua di mare»
- L’allarme degli scienziati: «Presto l’Artico sarà senza ghiaccio». Si temono «conseguenze estreme» in Europa
Un problema che riguarda anche l’Europa
Quando si parla di Artico, si tende a immaginare un luogo lontano, popolato da orsi polari e distante dalla vita quotidiana. In realtà, ciò che accade in quella regione, oltre ad avere un impatto sulla vita quotidiana delle comunità locali, che lo utilizzano per gli spostamenti, la pesca e altre attività tradizionali, ha conseguenze dirette anche a migliaia di chilometri di distanza. «L’Artico è stato dimenticato perché molti lo vedono come una striscia blu in cima alle mappe», spiega Ceccolini, «in realtà è uno degli ecosistemi più importanti per l’equilibrio climatico del pianeta». Lo scioglimento del ghiaccio contribuisce infatti ad accelerare il riscaldamento globale e alle alterazioni delle grandi correnti oceaniche che contribuiscono a regolare il clima europeo.
Dai primi test a una ricerca sempre più grande
Nel 2022 Ceccolini decide così di trasformare l’idea in un progetto concreto. Insieme a Cían Sherwin e Simon Woods fonda Real Ice con l’obiettivo di testare la ricerca nella realtà e nelle condizioni estreme dell’Artico. Il primo esperimento viene realizzato in Alaska nel 2023 con strumenti semplici come una pompa elettrica, alcune batterie e un sistema in grado di portare l’acqua marina sulla superficie ghiacciata.

Successivamente il progetto si sposta, grazie anche all’Università di Cambridge, in Canada a Cambridge Bay, dove la startup ha iniziato a collaborare con la comunità Inuit locale e con diversi istituti di ricerca. Nel frattempo attorno all’iniziativa cresce l’interesse del mondo scientifico e accademico. Alcuni degli stessi ricercatori che avevano pubblicato i primi studi teorici decidono di collaborare al progetto, mentre il governo britannico inizia a finanziare parte delle attività di ricerca.

Come si congela il mare
Il principio alla base della tecnologia è tanto semplice quanto geniale. Durante l’inverno l’acqua viene prelevata da sotto la superficie ghiacciata tramite un buco e distribuita sopra il ghiaccio esistente. A temperature che possono scendere sotto i -40 gradi, l’acqua congela molto velocemente, formando un nuovo strato di ghiaccio. «Abbiamo verificato che il meccanismo funziona anche con attrezzature relativamente semplici», spiega Ceccolini.
«Quest’anno, su una superficie ridotta, siamo riusciti ad aggiungere oltre cinquanta centimetri di ghiaccio». Può sembrare una quantità piccola, ma nell’Artico anche variazioni così possono influenzare la sopravvivenza del ghiaccio più a lungo durante l’estate. Uno strato più spesso resiste più a lungo al caldo riflettendo così la luce solare. Quando invece il ghiaccio si fonde, lascia spazio all’oceano che, essendo scuro, assorbe più energia e accelera il riscaldamento del pianeta. Secondo le stime elaborate dal team, mantenere un chilometro quadrato di ghiaccio per un mese aggiuntivo potrebbe produrre un effetto di raffreddamento paragonabile alla rimozione di «circa mille tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera».
Per il momento gli esperimenti sono stati condotti su aree limitate, perché la tecnologia è ancora in fase di sviluppo e di prova. Tuttavia, i ricercatori ritengono che, con sistemi automatizzati e interventi su scala più ampia, sarebbe possibile estendere significativamente la superficie trattata.
La sfida dei droni
Il vero ostacolo oggi è capire come l’idea può essere applicata su scala molto più ampia. Pompare acqua manualmente su grandi aree dell’Artico sarebbe impossibile sia dal punto di vista economico sia da quello logistico. Per questo Real Ice sta lavorando insieme al BioRobotics Institute della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa allo sviluppo di droni sottomarini autonomi. «Devono diventare lavoratori instancabili», spiega Ceccolini. «Macchine economiche, affidabili e capaci di operare per tutto l’inverno». I primi prototipi sono stati testati prima in Finlandia, poi in Canada.
Questi droni sarebbero in grado di muoversi sotto il ghiaccio, raggiungere aree prestabilite e svolgere automaticamente le operazioni necessarie per fare buchi e portare acqua in superficie. L’idea è quella di costruire una flotta di piccoli droni economici capaci di lavorare per mesi senza supervisione continua, rendendo possibile un intervento su superfici molto più estese rispetto a quelle attuali.
Una soluzione che potrebbe essere adottata anche sui ghiacciai
Questa tecnologia potrebbe avere applicazioni anche sui ghiacciai, dove la fusione estiva è sempre più intensa e la perdita di massa compromette riserve idriche e stabilità degli ecosistemi. «Il principio fisico è lo stesso su cui stiamo lavorando in Artico», spiega Ceccolini, «se riesci a far crescere lo spessore del ghiaccio durante l’inverno, anche solo di una quantità limitata, puoi influenzare in modo significativo la sua sopravvivenza nei mesi estivi».
Sarebbe una soluzione perché le variazioni della quantità di ghiaccio potrebbero avere effetti importanti nel tempo, soprattutto se unite ad altre strategie di adattamento locale. Tuttavia, secondo l’imprenditore, applicare lo stesso approccio ai ghiacciai montani sarebbe molto più complesso e costoso rispetto all’Artico. Nel caso del ghiaccio marino, infatti, l’acqua si trova immediatamente sotto la superficie perché il ghiaccio galleggia sull’oceano e lo spessore da attraversare è piccolo.
Le critiche alla geoingegneria
Una parte della comunità scientifica teme che interventi di questo tipo possano diventare un alibi per rinviare la riduzione delle emissioni di gas serra. Il rischio, secondo i critici, è quello che viene definito moral hazard, prendendo il concetto in prestito dalla microeconomia. Così quando esiste una possibile soluzione tecnologica, governi e aziende potrebbero sentirsi meno obbligati ad affrontare le cause profonde del problema.
Per Ceccolini però queste preoccupazioni sono sbagliate di partenza perché il progetto non può in alcun modo sostituire la decarbonizzazione. «Non esiste alcuna alternativa alla riduzione delle emissioni. Se il mondo continua a emettere come oggi, nessuna tecnologia potrà salvare l’Artico. Quello che stiamo cercando di fare è guadagnare tempo».

