L’Idf risponde alle accuse del film “Naza”: «Mai progettato stragi, ecco come selezionavamo i bersagli»
L’esercito israeliano ha pubblicato un documento di 10 pagine in cui risponde punto per punto alle pesantissime accuse mosse da Naza, il film diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor che denuncia la presunta uccisione calcolata di massa di civili durante la guerra a Gaza (ottobre 2023-25). Si tratta di un cambio di strategia notevole da parte di Israele: sin qui dal governo e da buona parte dell’establishment politico-militare erano piovute accuse di «tradimento» ai due registi e addirittura minacce di revoca della cittadinanza, mentre l’Idf aveva aperto un’inchiesta per divulgazione non autorizzata di «materiale classificato». Ora invece l’esercito, pur senza fare sconti al film, accetta di entrare nel merito dei suoi metodi operativi, in particolare riguardo alle scelte di obiettivi da colpire, e si dice perfino «aperto ad ascoltare critiche genuine della sua condotta» e a «imparare da accuse sostanziate» al fine di «migliorare continuamente le proprie pratiche».
Perché l’Idf contesta le tesi di Naza
Nel merito, l’esercito israeliano contesta però la maggior parte delle tesi avanzate da Naza, criticando aspramente il metodo con cui il film è costruito e accusando i registi di non conoscere a fondo né aver verificato come abbia davvero funzionato la “regia” della guerra a Gaza. Per costruire la sua replica, l’Idf dice di essersi basato sul resoconto dettagliato del film – che non è distribuito in Israele – fornito da un suo rappresentante che lo ha visto, oltre che sui resoconti di stampa e sulle dichiarazioni dei registi. Nel documento in lingua inglese, l’Idf accusa Naza di presentare una visione «distorta, fuorviante e in malafede» dei suoi processi di pianificazione ed esecuzione di attacchi militari. Nel mirino è soprattutto il metodo di lavoro seguito: interviste anonime (condotte di notte sui tetti di Tel Aviv) a persone coinvolte solo in una fase «limitata e iniziale» della scelta degli obiettivi di bombardamenti; nessuna contro-verifica di quelle dichiarazioni; omissione del contesto della guerra a Gaza; «montaggio manipolativo delle interviste e allusioni ad altre atrocità storiche» per impressionare gli spettatori.

La guerra contro Hamas e il «peso morale» delle vittime civili
L’Idf ammette che condurre una guerra asimmetrica contro un’organizzazione terroristica come Hamas che opera tra i civili, anche in scuole, ospedali e moschee pone «seri dilemmi». Ma il contro-argomento centrale rispetto all’accusa di Naza è che l’Idf non avrebbe mai smesso di dedicare la massima attenzione alla minimizzazione dei «danni collaterali» della guerra, ossia della morte di civili. «Le decisioni che possono costare molte vite civili sono tra le più dure cui soldati e comandanti fanno fronte, e l’Idf si aspetta che i suoi soldati sentano quel peso morale e agiscano di conseguenza», scolpisce l’esercito nel documento. Contestata radicalmente come «oltraggiosa e infondata» l’accusa di genocidio, in concreto si sostiene come anche nella guerra a Gaza sarebbero sempre stati seguiti metodi per valutare in dettaglio le conseguenze sui civili delle azioni militari e per «mitigare la possibilità di danni nella più grande misura possibile». Dentro l’esercito, viene ricordato, esiste pure una Cellula dedicata alla Mitigazione del Danno ai Civili dedicata esclusivamente a questo.
Ti potrebbe interessare
La scelta dei bersagli e la «soglia di tolleranza»
Dalla teoria alla pratica, l’Idf replica al film di Abraham e Szor di non avere mai «pianificato, approvato o eseguito un bombardamento su Gaza in cui ci si aspettavano 500 morti civili, o alcun numero simile». Nega pure di aver mai approvato una «soglia di tolleranza» di 200 vittime civili per attacchi militari. Quella soglia nei regolamenti Idf, viene detto, «riguarda numeri molto più bassi», e nella guerra a Gaza non sarebbe mai stato autorizzato alcuno strike con un’attesa di morti civili del genere. Quanto al sistema “Lavender” di cui si parla nel film, l’esercito precisa che non si tratta in alcun modo di una lista di bersagli approvati, ma di un database utilizzato per incrociare informazioni d’intelligence su attività terroristiche o presunte tali nella Striscia.

Il ruolo dell’AI e il segnale politico
Quanto alle occasioni in cui soldati israeliani hanno aperto il fuoco su civili palestinesi nei pressi di centri di distribuzione di acqua e cibo, l’Idf assicura che sono proibiti e ove riportati sono sempre stati sottoposti a inchiesta. Né l’intelligenza artificiale né alcun algoritmo infine sarebbero mai utilizzati per definire l’obiettivo di un attacco o autorizzarlo, ma solo per supportare la raccolta di intelligence nelle fasi preliminari di identificazione dei possibili bersagli. Difficile che i contro-argomenti convinceranno molti dei detrattori del governo guidato da Benjamin Netanyahu e delle azioni militari condotte da Israele a Gaza. Eppure, a tre anni di distanza dalla strage del 7 ottobre, è la prima volta che l’esercito israeliano accetta di discutere pubblicamente in tale livello di dettaglio i metodi operativi e la ratio dietro molte delle sue scelte militari: una minima mano tesa al dialogo verso il dissenso interno o internazionale?

