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Perché gli Houthi hanno attaccato ora l’aeroporto di Riad: missili sullo scalo alla vigilia del vertice sul petrolio

11 Ottobre 2026 - 07:07 Stefania Carboni
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Almeno 12 morti e 50 feriti. Trump tentato di intervenire contro gli Houthi. L'attacco mette in pericolo anche la Future Investment Initiative ovvero la cosiddetta "Davos del deserto"
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Un attacco con missile balistico sferrato dalle milizie yemenite Houthi ha colpito l’aeroporto internazionale “King Khalid” di Riad, cuore dei collegamenti internazionali e degli affari del Regno saudita. I frammenti del vettore hanno distrutto parte del Terminal 3, provocando la morte di almeno 12 persone e il ferimento di oltre 300 passeggeri. Secondo quanto comunicato dall’autorità saudita per l’aviazione civile, si tratta del più grave raid compiuto finora dalle milizie filoiraniane contro un obiettivo civile in territorio saudita.

Le immagini diffuse sui social network dai viaggiatori presenti nello scalo mostrano la gravità della situazione: ambulanze in servizio sulle piste, passeggeri in fuga ed estese macchie di sangue nei corridoi. L’aeroporto è stato chiuso temporaneamente e la struttura evacuata, mentre le rappresentanze diplomatiche occidentali — tra cui quelle di Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Germania — hanno invitato i propri connazionali a non recarsi presso lo scalo se non per comprovate emergenze.

Il vertice sul petrolio durante gli attacchi

L’escalation giunge in un momento particolarmente delicato per la monarchia guidata dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Nelle stesse ore è prevista l’apertura a Riad del World Petroleum Congress, vertice globale destinato a ospitare manager, imprenditori e ministri del settore energetico. Nonostante la conferma dell’evento da parte delle autorità saudite, si registrano già le prime defezioni: tra queste, quella del ministro italiano dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che interverrà esclusivamente in videoconferenza.

L’attacco mette a rischio anche la Future Investment Initiative — la cosiddetta “Davos del deserto” programmata per la fine del mese — vetrina strategica con cui la monarchia intende promuovere il proprio piano di transizione economica post-petrolio e attrarre capitali esteri.

L’ipotesi di un intervento americano e le tensioni nel Golfo

La crisi nel Golfo rischia ora di determinare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Rispondendo alle domande dei cronisti su un possibile intervento militare americano a supporto di Riad, il presidente Donald Trump ha dichiarato: «Abbiamo appena saputo dell’ultimo attacco, prenderemo una decisione».

L’offensiva degli Houthi — arrivata dopo che lo scalo di Riad è stato preso di mira tre volte nell’arco di una settimana — si inserisce in una fase di riaccensione dei combattimenti sul campo. Nei giorni scorsi le forze a guida saudita avevano avviato una controffensiva lungo le coste yemenite, riprendendo parzialmente il controllo dell’isola di Perim e intensificando i raid aerei sulla capitale Sana’a. Contestualmente, sale la tensione anche nello stretto di Hormuz, dove si è registrata l’esplosione di una petroliera urtata da una mina navale, in linea con i recenti avvertimenti dei Pasdaran iraniani sulle rotte di navigazione nell’area.

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