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Se vincono i democratici, Trump dovrà ballare su conti pubblici e giustizia. Sul resto farà come prima

03 Novembre 2026 - 18:40 Serena Danna
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Nomine alla Corte Suprema, fondi per la guerra in Iran e tetto del debito: dove i democratici potrebbero frenare Trump
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Per provare a depotenziare almeno un po’ un uomo servirebbe conquistare un intero Congresso. L’ha detto chiaramente il segretario al Tesoro Scott Bessent non più di un mese fa: «Una Camera a maggioranza democratica potrebbe fare ben poco per bloccare l’agenda del presidente Trump». Certo, i deputati democratici potrebbero avviare nuove indagini su di lui e sui suoi collaboratori, tentare addirittura un nuovo impeachment nei confronti del presidente e far pesare la loro opposizione durante le trattative sul bilancio. Ma cambiamenti profondi per l’amministrazione Trump arriverebbero solo in caso di doppietta democratica: Camera e Senato. Solo con la perdita del controllo di entrambe le camere del Congresso, il presidente rischierebbe di vedere ridotto il suo potere negli ultimi due anni di mandato.

Cosa succede con un Congresso democratico: stop alle nomine presidenziale

In questo scenario, è molto probabile che quasi tutte le nuove nomine presidenziali – meno di una cinquantina e divise tra tribunali distrettuali federali e corti d’appello – verrebbero bloccate dal Senato. L’ha anticipato il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer al sito Semafor: «Se i candidati sono pessimi come quelli attuali, ben pochi di loro ce la faranno. Un nuovo Hegseth (segretario alla Difesa, ndr), scommetto che non passerebbe al Senato». E se è vero che in politica ogni minaccia è una promessa, i criteri con cui finora Trump ha scelto i suoi candidati non fanno presagire un futuro roseo ai nuovi papabili dell’area MAGA.

Eppure la vera partita delle nomine si giocherebbe soprattutto alla Corte Suprema, dove si ipotizza il possibile pensionamento – naturale o calcolato chissà – dei giudici conservatori più anziani, Clarence Thomas e Samuel Alito. Nei prossimi due anni Trump potrebbe avere l’occasione di nominare un altro giudice in una Corte già fortemente sbilanciata a destra, con tre giudici progressisti e sei conservatori. Una mossa che consentirebbe al presidente di lasciare un’eredità trumpiana destinata a durare molti mandati presidenziali, ostacolando profondamente future amministrazioni progressiste.

Eppure, come successe a Barack Obama nel 2016, se i democratici conquistassero il Senato, potrebbero impedire a Trump di scegliere il successore. Diventato un’«anatra zoppa» dopo le Midterm del 2014 che avevano consegnato Camera e Senato al Partito repubblicano, Obama dovette infatti rinunciare alla nomina di Merrick Garland, spianando la strada a una nuova maggioranza conservatrice alla Corte Suprema.

Lo stop alle spese

Ma la giustizia non è l’unico campo in cui i cambiamenti, in caso di vittoria democratica al Congresso, sarebbero evidenti. L’altro è quello delle politiche di bilancio e fiscali. Già lo scorso anno la maggioranza repubblicana non fu sufficiente a garantire il via libera ai finanziamenti per le attività federali e il governo rimase parzialmente chiuso per 43 giorni, nel più lungo shutdown della storia americana. Immaginiamo lo stesso scenario con un Congresso controllato dall’opposizione.

Non solo. Trump continuerebbe certo a prendere le sue decisioni politiche attraverso gli strumenti del potere esecutivo, ma stavolta rischierebbe di non trovare il denaro per metterle in pratica. E questo vale sia per gli aiuti alle categorie in difficoltà (come gli agricoltori infuriati, ai quali ha distribuito finora 12 miliardi di dollari), sia per la guerra in Iran. Un conflitto che sembra non avere fine e che richiede enormi risorse economiche per proseguire. Già a giugno il presidente aveva chiesto al Congresso un finanziamento supplementare di 87,6 miliardi di dollari, un terzo dei quali, stando a quanto scrive il Center for Strategic and International Studies, direttamente legato ai costi del conflitto. Un Congresso democratico potrebbe bloccare ulteriori finanziamenti a una guerra osteggiata da oltre il 60% degli americani.

Anche sul debito pubblico qualsiasi mossa da alchimista diventerebbe più complicata. Lo scorso anno il Congresso ha aumentato, non senza difficoltà, il tetto del debito americano di 5.000 miliardi di dollari, un limite che potrebbe dover essere innalzato nuovamente nel 2027. In questo caso, l’amministrazione dovrebbe fare i conti con un Congresso che potrebbe bloccare il nuovo aumento o quantomeno negoziarlo in cambio di altre misure. Ancora una volta, la lezione arriva dalla fine della presidenza di Barack Obama nel 2016, quando i repubblicani utilizzarono il tetto del debito per ottenere concessioni sulla spesa pubblica.

Con un Congresso democratico, il presidente perderebbe anche uno degli strumenti che gli hanno permesso di aggirare l’ostruzionismo democratico al Senato: la budget reconciliation. Si tratta della procedura che consente di approvare determinate misure fiscali e di spesa con la sola maggioranza semplice al Senato e che è stata alla base dell’approvazione dell’One Big Beautiful Bill Act. Addio anche a quella.

Cosa non cambia per Trump presidente

Di certo, Trump continuerebbe a governare come ha fatto finora, usando tutti gli strumenti dell’esecutivo: quell’insieme di ordini esecutivi, proclami presidenziali, emergenze nazionali e controllo diretto delle agenzie federali che gli hanno concesso di definire e portare avanti la sua agenda di governo senza scendere a compromessi con nessuno.

Non cambierà l’utilizzo dei dazi come strumento coercitivo contro Paesi considerati ostili, né tanto meno calerà la pressione sulle durissime politiche migratorie per cui il budget è stato approvato e stanziato lo scorso anno.

Trump ha già promesso di diventare «Mr. Veto», ovvero di respingere le leggi approvate da un Congresso controllato dai democratici. Una prospettiva che lascia immaginare due anni di trattative difficili e accesi scontri istituzionali. E un presidente furioso perché costretto a misurarsi con un’opposizione che disprezza.