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Contro Bibi, ma divise sui palestinesi. Le due sinistre di Israele – L’analisi di Francesca Mannocchi

03 Novembre 2026 - 12:35 Francesca Mannocchi
idf incidente cisgiordania
La sinistra sionista raddoppia i seggi, ma resta divisa sulla questione palestinese. E il nodo dei partiti arabi pesa sulla formazione di un governo alternativo a Netanyahu
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Alle elezioni del 27 ottobre la sinistra israeliana si è presentata divisa in due, con due liste e due idee diverse di cosa debba essere Israele. Da una parte ci sono i Democratici, il partito nato nel 2024 dall’unione di laburisti e Meretz, che tornano in parlamento con otto seggi e hanno costruito la loro campagna sulla difesa delle istituzioni e sulla fine dell’era Netanyahu. Dall’altra c’è Hadash, il partito ebraico-arabo nato nel 1977 attorno al Partito comunista israeliano, che si definisce non sionista e ha un elettorato in larga maggioranza arabo. Ha corso nella Lista Unita insieme ai partiti arabi Ta’al e Balad, una lista che ha ottenuto 11 seggi. Fuori dal parlamento ci sono i movimenti di cittadini ebrei e palestinesi di Israele e gli attivisti che lavorano in Cisgiordania.
Le due sinistre si oppongono allo stesso governo partendo da domande diverse, perché la prima si chiede come salvare la democrazia israeliana e la seconda se una democrazia possa esistere mentre milioni di palestinesi vivono sotto il controllo di Israele senza diritti politici. Capire da dove nascano queste differenze, e le ambiguità che le accompagnano, significa capire cosa voglia dire oggi essere di sinistra in Israele.

Il declino della sinistra israeliana


Per la sinistra sionista il voto di ottobre segna una ripresa dopo anni di declino
. Nel 2022 i laburisti erano rientrati in parlamento con appena quattro seggi e Meretz ne era rimasto fuori, entrambi svuotati dal voto utile che a ogni elezione spingeva i loro elettori verso i partiti di centro, considerati più capaci di battere Netanyahu, tanto che quell’anno Yesh Atid di Yair Lapid era diventato il partito più votato fra gli elettori dei kibbutz, per decenni cuore elettorale del laburismo. Quel voto rispondeva a una logica che ha finito per condizionare anche la sinistra, quella per cui mandare a casa il primo ministro veniva prima di ogni altra questione, e che negli anni ha spinto in secondo piano l’occupazione proprio mentre gli insediamenti in Cisgiordania continuavano a crescere.

Le ambiguità che queste elezioni hanno reso evidenti erano già visibili prima della guerra, nelle piazze del 2023, quando per mesi centinaia di migliaia di israeliani hanno manifestato ogni sabato contro la riforma con cui il governo Netanyahu voleva sottomettere la Corte suprema alla maggioranza parlamentare. Fu uno dei più grandi movimenti di protesta della storia del paese, e si presentava come una battaglia per salvare la democrazia israeliana dalla riforma della giustizia. Nei cortei sventolavano le bandiere bianche e azzurre, i piloti riservisti minacciavano di non presentarsi più al servizio volontario e i dirigenti dell’high tech avvertivano della fuga dei capitali. Ai margini marciava il blocco contro l’occupazione, che ricordava ai manifestanti come Israele governi da quasi sessant’anni milioni di palestinesi in Cisgiordania senza diritto di voto, e sosteneva che non esiste democrazia con l’occupazione. In alcuni casi gli organizzatori lo tenevano a distanza, temendo che quel tema dividesse la piazza. Già nei primi mesi le bandiere palestinesi non erano ammesse sul palco delle manifestazioni di Tel Aviv, dove fino a febbraio avevano parlato appena due oratori palestinesi cittadini di Israele, e molti di loro, un quinto della popolazione del Paese, si sono sentiti estranei a una battaglia per la democrazia che dava loro così poco spazio.

Le proteste contro Netanyahu e il controllo militare sulla Cisgiordania


In quella piazza si è vista con chiarezza l’ambiguità del sionismo liberale. Per decenni ha potuto difendere insieme l’idea di un Israele democratico e la realtà dell’occupazione a condizione di considerare quest’ultima un’anomalia temporanea, destinata a risolversi un giorno con un accordo. Nel 2023 quell’accordo non veniva più nemmeno evocato, il controllo militare sulla Cisgiordania durava da oltre mezzo secolo e al governo sedevano ministri che teorizzavano apertamente l’annessione. La gran parte dei manifestanti continuava comunque a vivere l’occupazione come una questione separata dalla propria battaglia, qualcosa che accadeva a pochi chilometri dalle loro città e restava fuori dal loro orizzonte politico. La democrazia che difendevano coincideva con la vita dei cittadini israeliani, con i loro tribunali, la loro libertà di espressione, la loro economia. La presenza del blocco contro l’occupazione ai margini dei cortei rendeva visibile proprio ciò che il resto della piazza preferiva non vedere, cioè che lo Stato di cui si chiedeva di salvare le istituzioni governava da decenni milioni di persone prive di diritti politici. Ne è uscita un’opposizione a Netanyahu che chiedeva di difendere la Corte suprema senza chiedere la fine dell’occupazione. Dopo il 7 ottobre, molti dei riservisti che minacciavano di sospendere il servizio per salvare quella Corte si sono presentati in massa ai reparti.


La guerra ha reso quella negazione più profonda, e ha messo la sinistra israeliana davanti a una contraddizione difficile da sciogliere. Per mesi la distruzione di Gaza è rimasta ai margini dei principali media del Paese, con l’eccezione del quotidiano Haaretz e di poche testate minori, mentre i morti superavano i 74.000 alla fine dello scorso settembre. Dopo il 7 ottobre le piazze contro il governo sono tornate a riempirsi, e la richiesta principale era fermare la guerra per riportare a casa gli ostaggi e smettere di contare i soldati caduti in un conflitto senza un piano per il giorno dopo. Nelle stesse manifestazioni del sabato a Tel Aviv c’era anche chi, accanto alle fotografie dei rapiti, reggeva quelle dei bambini palestinesi uccisi a Gaza. Erano due ragioni diverse per chiedere la fine della guerra, la prima centrata sul prezzo pagato da Israele, la seconda sulle vite dei palestinesi. Nella distanza fra quei due cartelli c’è tutta l’ambiguità della sinistra israeliana.


Golan, ex vicecapo di Stato maggiore, ha sostenuto la prima fase della guerra e poi ne ha chiesto la fine, accusando il governo di prolungarla per sopravvivere. Quando nel maggio 2025 ha detto alla radio pubblica che un Paese sano non uccide bambini per hobby, la reazione è stata così violenta da spingerlo, pochi giorni dopo, a dichiarare in televisione che Israele non aveva commesso crimini di guerra a Gaza e che le sue parole erano rivolte alla leadership politica. In quella ritrattazione c’è il perimetro entro cui la sinistra sionista si è mossa per tre anni. Chiedere la fine della guerra per riportare a casa gli ostaggi e smettere di perdere soldati significa contestare il modo in cui la guerra è stata condotta, senza mettere in discussione la guerra in sé, e lascia aperta la possibilità che un’altra guerra, gestita meglio e pagata meno cara da Israele, sia accettabile. Opporsi in nome dei palestinesi uccisi significa invece riconoscere dei limiti che nessun obiettivo militare può giustificare, come colpire edifici in cui si sa che vivono decine di civili o usare la fame contro un’intera popolazione. La sinistra sionista ha costruito la propria opposizione sulla prima ragione e ha evitato di misurarsi con la seconda.

I due movimenti e una grande contraddizione


Chi in parlamento ha continuato a nominare l’occupazione ne ha subito le conseguenze. Nel gennaio 2025, il giorno del primo scambio fra ostaggi e prigionieri, Ayman Odeh, allora leader di Hadash, scrisse di essere felice per la liberazione degli uni e degli altri, e che da lì bisognava liberare entrambi i popoli dall’occupazione. Per quelle parole la destra avviò contro di lui una procedura di espulsione dalla Knesset, che in commissione ottenne anche i voti di Yesh Atid e di Unità nazionale, i partiti del centro. In aula, a luglio, la mozione si fermò a 73 voti contro i 90 necessari, e a votare contro furono soltanto i deputati arabi e i quattro laburisti di Golan. Il pubblico liberale che ha riempito le piazze del 2023 appartiene in larga parte ai ceti istruiti e benestanti, alle professioni e all’economia legata all’high tech, e può difendere i tribunali e la libertà personale, opporsi alla destra religiosa e sostenere insieme un uso molto ampio della forza militare. È questa la contraddizione su cui si regge la sinistra liberale israeliana, che chiede uno Stato di diritto per sé e considera l’occupazione e la condizione dei cittadini palestinesi di Israele questioni estranee alla propria idea di democrazia. I gruppi che fanno il percorso opposto, i movimenti di cittadini ebrei e palestinesi e gli attivisti che in Cisgiordania documentano le violenze dei coloni, rappresentano l’altra possibilità della sinistra israeliana: quella che considera i diritti dei palestinesi parte della stessa battaglia per la democrazia. Sono piccoli, isolati, esposti a minacce e arresti, e la loro marginalità misura quanto quella possibilità sia oggi lontana dal centro della politica del paese. A giugno i fondatori di Standing Together, il movimento di cittadini ebrei e palestinesi di Israele nato nel 2015 per lottare insieme contro l’occupazione e per l’uguaglianza, hanno provato a portarla in parlamento con un partito di ebrei e palestinesi, e a settembre hanno scelto di ritirarlo per non disperdere voti dell’opposizione.


Le elezioni hanno portato queste ambiguità fino alla trattativa per il nuovo governo. La Lista Unita e Ra’am, i due partiti votati in larga maggioranza dai cittadini palestinesi di Israele, hanno ottenuto insieme 19 seggi, e senza quei seggi l’opposizione a Netanyahu non ha i numeri per governare. Golan si è detto disposto a fare un governo con loro, mentre Eisenkot, Bennett e Lieberman continuano a escluderlo, ripetendo che una maggioranza legittima può essere soltanto sionista. È una distanza che va oltre l’aritmetica parlamentare. Riguarda il riconoscimento dei cittadini palestinesi come parte a pieno titolo della comunità politica del paese, e riguarda l’occupazione, che nessuna delle forze candidate a sostituire Netanyahu ha messo al centro della propria proposta, Democratici compresi. La sinistra che ha ritrovato otto seggi deve decidere fino a che punto spingersi su entrambi i fronti: se accettare i partiti arabi come alleati con cui governare e se tornare a considerare la fine del controllo sui palestinesi una condizione della democrazia israeliana. È la scelta che la piazza del 2023 aveva rimandato e che la guerra ha reso più difficile, e da lì dipende in quale idea di Israele questa sinistra si riconosce.