Esclusiva: Silvia Romano, la preoccupazione degli investigatori: «L’hanno portata oltre confine, è in Somalia»

A cento giorni dalla scomparsa della ragazza, si rafforza l’ipotesi che sia stata portata oltre il confine keniota

Sono passati poco più di cento giorni da quando Silvia Romano, giovane cooperante italiana,è stata rapita. Presa a Chakama, contea di Kilifi, non lontano dalla super turistica ed esclusiva Malindi, distante ottanta chilometri. E dopo l’ultimo contatto utile con i rapitori, di circa un mese fa, l’ipotesi che viene ora maggiormente accreditata da intelligence e investigatori italiani è che lei e i suoi sequestratori abbiano superato non solo il fiume Tana, subito a nord del villaggio, ma anche la foresta di Boni, ancora più a nord e dove si erano finora concentrate le ricerche. Dirigendosi, quindi, in Somalia.

Il ruolo di al Shaabab

Se è davvero così, la notizia non è per niente buona. Fin dal giorno del suo rapimento, lo scorso 20 novembre, la polizia locale ha accreditato l’ipotesi che la ragazza italiana fosse stata portata via da una banda di criminali locali in cerca di un facile riscatto. E che dunque questi ultimi non avessero almeno inizialmente nulla a che fare con i pericolosi terroristi di Al Shaabab, sebbene proprio la foresta di Boni sia un nascondiglio usato anche da loro, ma non un vero e proprio territorio controllato.Il passaggio in Somalia significherebbe, però, l’impossibilità per le autorità keniote di proseguire le ricerche, mentre tutto si sposterebbe in un area più instabile in cui i terroristi hanno più facilità a muoversi e dettare regole.

Gli spostamenti

Fino a fine gennaio, quando è accreditato anche l’ultimo contatto con i rapitori, si sono susseguiti gli arresti. Prima, già a novembre, tre sospettati, poi altri quattordici. La polizia keniota – su indicazione di un governo che punta molto sull’immagine e il florido turismo che ne deriva – ha battuto a lungo prima la zona del fiume Tana e quindi la grande foresta di Boni, che ha un’area di 1350 chilometri quadrati.

Sono state coinvolte le tribu locali, che in qualche caso hanno fornito indicazioni, tanto che la localizzazione nella foresta, come ultimo luogo certo, non viene messa in discussione da nessuno.A dicembre, poi, l’arresto di uno dei tre sospettati sui quali pende una taglia consistente: Ibrahim Adan Omar, che si trovava in una casetta del villaggio di Bangale, nella contea di Tana River. A casa sua l’uomo aveva un centinaio di proiettili e un kalashnikov.

La Farnesina e il silenzio della famiglia

Da gennaio, invece è calato il silenzio. Viene accreditato un ultimo contatto con i rapitori a fine mese, poi, quasi più nulla, se non la conferma da parte delle autorità localiche Silvia si troverebbe ancora in Kenya. Sono gli italiani, ora, a non credere più molto a questa versione dei fatti, anche se la Farnesina conferma il massimo riserbo su una vicenda delicatissima, gestita in un territorio altamente instabile. Anche la famiglia della ragazza osserva da tempo un rigido silenzio stampa.

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