Revocare la concessione ad Autostrade conviene? Le conclusioni del MiT (spiegate in 3 minuti)

Secondo i tecnici, il «crollo lascia presupporre gravi lacune del sistema di manutenzione», ma se gli avvocati di Aspi riuscissero a dimostrare il contrario la spesa per lo Stato sarebbe insostenibile

Danilo Toninelli ha riunito una commissione tecnica per valutare la legittimità e i rischi (economici) di una revoca unilaterale della concessione per la gestione della rete autostradale ad Autostrade per l’Italia (Aspi).

E sulla base di quel testo ha ora annunciato di voler andare avanti, interrompendo l’accordo con la società, contestato all’indomani della tragedia del Ponte Morandi di Genova, crollato il 14 agosto scorso.

Ma cosa dice quel testo? Contiene davvero un giudizio tanto netto? Il documento, di 61 pagine, è stato reso pubblico sul sito del ministero dei Trasporti.

«La finalità principale della manutenzione consiste nel garantire uno stato di conservazione della rete in linea con gli obiettivi di qualità del servizio e di sicurezza per l’utenza», c’è scritto a pagina 12. Ed è proprio su questo aspetto che vuol far leva il ministro dei Trasporti per far cadere le clausole del contratto di concessione e non pagare ad Autostrade le penali per la rescissione anticipata dell’accordo.

La strategia di Toninelli

«Il crollo – si legge in un estratto della relazione del ministero – lascia presupporre gravi lacune del sistema di manutenzione che si possono ritenere sussistere su tutta la rete autostradale (molti ponti hanno lo stesso livello di rischio di quello di Genova) che pertanto giustificano che lo Stato abbia perso fiducia nell’operato di Aspi».

A pagina 60, dove il gruppo di lavoro composto da Hadrian Simonetti, Valter Campanile, Filippo Izzo, Lorenzo Saltari e Giovanni Palatiello scrive le conclusioni del rapporto, si sottolinea che «il concedente (lo Stato) ha il potere di risolvere unilateralmente la convenzione dato che gli inadempimenti di Autostrade per l’Italia hanno il carattere della gravità in relazione all’interesse complessivo affidato alla cura del concedente».

La revoca unilaterale sarebbe legittima e non obbligherebbe lo Stato a rispettare le clausole per la chiusura anticipata del contratto, rese nulle dalla (presunta) incongrua manutenzione che avrebbe portato al crollo del ponte Morandi.

Questa è l’estrema sintesi della relazione che Toninelli può far valere per invocare la revoca della concessione, seguendo la procedura indicata dal contratto tra Aspi e Stato, il quale prevede l’approvazione del ministero dei Trasporti, ma anche quello che dell’Economia. Ma non è tutto.

I costi per lo Stato

Esiste un grande rischio che il rapporto mette in evidenza e che non può essere sottovalutato: è un rischio grande 20 miliardi di euro secondo i calcoli di Mediobanca, fino a 25 miliardi secondo i calcoli di altri analisti. In base al contratto firmato con Autostrade, in caso di recesso anticipato lo Stato dovrebbe corrispondere alla società l’equivalente degli utili che avrebbe incassato, tramite i pedaggi, fino al 2038, anno della scadenza del contratto.

Il problema per lo Stato sorgerebbe qualora, nel corso del processo, gli avvocati della società riuscissero a dimostrare che la causa del crollo non sia imputabile al concessionario. Una delle strategie difensive di Aspi sarà quella di riuscire a provare «la definitiva impossibilità» di evitare il crollo, avvenuto per cause indipendenti dalla insufficiente manutenzione. E a farlo notare sono proprio i tecnici riuniti dal ministero dei Trasporti che consigliano un’altra strategia.

Si legge nelle conclusioni: «I rischi evidenziati potrebbero comunque consigliare una diversa soluzione, rimessa alla valutazione politica o legislativa, volta alla rinegoziazione della stessa convenzione». Non una revoca unilaterale, dunque, almeno finché non si sarà chiuso il processo e non saranno stabilite le responsabilità. Altrimenti lo Stato potrebbe dover risarcire la società con «una somma pecuniaria che può essere, per quanto può comprendersi, assolutamente ingente, se non addirittura insostenibile per l’erario».

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