I cinque giorni che hanno ribaltato la politica, e gli interrogativi su cosa succederà

di OPEN

Alla vigilia della settimana cruciale per il governo Conte, gli scenari su quel che accadrà restano incerti

Sono le 19.50 dell’8 agosto quando Matteo Salvini, poche ore dopo aver incontrato il premier Conte, diffonde una nota inequivocabile: «Inutile andare avanti a colpi di NO e di litigi, come nelle ultime settimane, gli Italiani hanno bisogno di certezze e di un governo che faccia, non di “Signor No”. Non vogliamo poltrone o ministri in più, non vogliamo rimpasti o governi tecnici: dopo questo governo (che ha fatto tante cose buone) ci sono solo le elezioni.

L’ho ribadito oggi al Presidente Conte: andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza, come evidente dal voto sulla Tav e dai ripetuti insulti a me e alla Lega da parte degli “alleati”, e restituiamo velocemente la parola agli elettori.

Le vacanze non possono essere una scusa per perdere tempo e i parlamentari (a meno che non vogliano a tutti i costi salvare la poltrona) possono tornare a lavorare la settimana prossima, come fanno milioni di Italiani».

Due ore dopo, a Pescara, Salvini è ancora più esplicito:  «Abbiamo fatto una scelta di coerenza, onestà e coraggio. Potevamo restare lì a mezzo servizio a scaldare le poltrone, ma non sono nato per scaldare la poltrona. Adesso chiedo agli italiani se hanno la voglia di darmi pieni poteri per poter fare quello che abbiamo promesso senza palle al piede».

Il terzo stadio del missile esplode la mattina dopo, con una nota del partito di Salvini: «La Lega presenta in Senato mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte. Troppi no (da ultimo il clamoroso e incredibile no alla Tav) fanno male all’Italia che invece ha bisogno di tornare a crescere e quindi di andare a votare in fretta. Chi perde tempo danneggia il Paese e pensa solo alla poltrona».

Un’ora dopo la mozione viene depositata al Senato, la prima firma è del capogruppo Massimiliano Romeo. Ecco il testo:

Il Senato,
premesso che:
l’esame in aula delle mozioni riguardanti la TAV ha sugellato una situazione di forti differenze di vedute, tra le due forze di maggioranza, su un tema fondamentale per la crescita del paese come lo sviluppo delle infrastrutture;
tenuto conto che:
il Presidente del Consiglio non era presente in aula, nel momento delle votazioni sulle citate mozioni, per ribadire l’indirizzo favorevole alla realizzazione dell’opera che egli stesso aveva dichiarato pochi giorni prima nell’altro ramo del Parlamento e si è verificata la situazione paradossale che ha visto due membri del governo presenti esprimere due pareri contrastanti;
preso atto che:
le stesse divergenze si sono registrate su altri temi prioritari dell’agenda di governo quali la giustizia, l’autonomia e le misure della prossima manovra economica;
visto l’articolo 94 della Costituzione e visto l’articolo 161 del Regolamento del Senato della Repubblica, esprime la propria sfiducia al Governo presieduto dal Prof. Giuseppe Conte”.

In quelle ore fioriscono i retroscena: il più gettonato associa la forzatura di Salvini al meccanismo che si è messo in atto con la calendarizzazione del voto finale alla Camera della legge taglia parlamentari per il 9 settembre. Quel voto porterebbe al ridisegno dei collegi elettorali e può essere oggetto di chiamata referendaria. Vuol dire che per un anno non sarebbe possibile sciogliere le camere. E il leader leghista ha un assoluto bisogno di formalizzare nelle urne il nuovo peso del suo partito, già fissato dalle Europee, finché durerà la luna di miele con gli elettori.

A questa versione, largamente condivisa anche nell’entourage di Conte e Di Maio, il direttore del Tempo nell’editoriale che esce il 10 agosto aggiunge un elemento, mai smentito dagli interessati: «Preso coraggio a due mani (i rischi erano comunque tanti), Salvini ha contattato il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che gli ha garantito in caso di crisi il percorso sicuro verso lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni. Zingaretti infatti avrebbe il suo vantaggio da un bagno elettorale: magari con qualche punticino in più ingrosserebbe le truppe parlamentari, ma soprattutto le rinnoverebbe visto che quelle attuali se non proprio a lui fedelissime, sono certo state scelte da Matteo Renzi».

Matteo Renzi – ANSA/YANNIS KOLESIDIS

Ma proprio “l’altro Matteo” sarà decisivo nel mettere i bastoni tra le ruote al blitz salviniano. Lui e un altro protagonista costretto ai bordi del campo: Beppe Grillo. Che in quello stesso 10 agosto, mentre già lo stato maggiore del M5s si prepara alla campagna elettorale, interrogandosi su quale dovesse essere il candidato premier, Di Maio o Conte, il fondatore del Movimento ribalta tutto, con un post di poche righe: «Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni, salviamo il paese dal restyling in grigioverde dell’establishment che lo sta avvolgendo. Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari, non si può lasciare il Paese in mano a della gente del genere». Contemporaneamente Renzi sta concedendo al Corriere della sera l’intervista che a sua volta spiazzerà il Pd e vanificherà la fantomatica intesa Salvini-Zingaretti.

Cosa dice Renzi? Che votare subito come vorrebbe il suo omonimo è folle per tre motivi: perché non si potrebbe scongiurare l’aumento dell’Iva per la clausola di salvaguardia a fine anno, perché non si può andare alle elezioni con Salvini al Viminale (o arbitro o giocatore), e perché va atteso per rispetto verso le Camere il quarto e finale voto sul taglio dei parlamentari, è poi il referendum. E spiega: «Ci vuole un governo istituzionale che permetta agli italiani di votare il referendum sulla riduzione dei parlamentari, che eviti l’aumento dell’Iva, che gestisca le elezioni senza strumentalizzazioni. Penso che quando Mattarella inizierà le consultazioni una parte dei parlamentari dovrà aver già espresso la propria adesione a questo disegno. Così il presidente potrà valutare l’eventuale incarico a un premier autorevole. A lui toccheranno le scelte, noi dobbiamo consegnargli una ipotesi concreta».

Nicola Zingaretti alla direzione del partito,Roma, 26 luglio 2019
ANSA/UFFICIO STAMPA NICOLA ZINGARETTI

Letta l’intervista Zingaretti reagisce con un No su tutta la linea, così argomentato nel suo blog sull’Huffington Post: «Tutto il Partito Democratico in questi lunghi mesi ha escluso con toni diversi qualsiasi ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle. Io sono stato accusato ingiustamente, per mesi, di essere il fautore di questo progetto nascosto. Ricordo, non per polemica ma per ricostruzione storica,  il rifiuto assoluto anche solo di voler discutere di questo tema. In molti casi si è arrivati a teorizzare che in realtà con Lega e 5 stelle ci si trovasse di fronte a due destre, due facce della stessa medaglia entrambe pericolose e illiberali da sconfiggere. Ho combattuto con tutte le mie forze questa analisi  che però ha sicuramente  contribuito a ridurre i margini di manovra della nostra iniziativa politica».

E poi aggiunge: «Ho ben chiara la minaccia rappresentata dall’iniziativa di Salvini, addirittura per la tenuta della democrazia liberale, ma il sostegno a ipotesi pasticciate e deboli, non illudiamoci, ci riproporrebbe ingigantito lo stesso problema tra poche settimane. Di fronte a una leadership della Lega che tutti giudichiamo pericolosa e che si appella al popolo in maniera spregiudicata è credibile imbarcarsi in un esperienza di governo Pd/5 stelle (perché di questo stiamo parlando)  per affrontare la drammatica manovra di bilancio e poi magari dopo tornare alle elezioni? Su cosa? Nel nome della salvaguardia della democrazia? Io con franchezza credo di no. È forte dire nel nome della democrazia non facciamo votare? Ho anzi il timore che questo darebbe a Salvini uno spazio immenso di iniziativa politica tra i cittadini. Griderebbe lui allo scandalo. Daremmo a lui la rappresentanza del diritto dei cittadini di votare e decidere. Davvero allora i rischi plebiscitari sarebbero molto seri».

La chiusura è netta, ma il corpo del partito sbanda. E Renzi risponde al segretario con un post su Facebook, che sembra centrato sul fatto che decidere un governo col M5s è umanamente pesante per chi come lui è stato attaccato con ferocia anche per le vicissitudini giudiziarie dei genitori, «ma è la strada giusta dal punto di vista politico». In realtà il passaggio chiave sta in una riga: “Adesso tocca a ciascun parlamentare decidere, guardandosi negli occhi e nel cuore”. Al di là del riferimento sentimental-anatomico, Renzi ricorda a tutti che a votare saranno i parlamentari, non i partiti, e nei gruppi pd di Camera e Senato lui ha una sicura maggioranza. Le successive 30 ore pesano le distanze e le convergenze tra le anime del partito, poi passa la linea del sì al governo coi 5 stelle, che specularmente compie lo stesso percorso. Per farla bisogna evitare di darne merito all’ingombrante ex premier. Da un lato è Di Maio a dire che «nessuno vuole sedersi al tavolo con Renzi», che Grillo definisce «avvoltoio persuasore».

Dall’altro è Goffredo Bertini, il più ascoltato consigliere di Zingaretti, a spiegare il no di facciata a Renzi: «L’idea di un governo istituzionale, di transizione, di un governo del presidente (chiamatelo come volete) è un tragico errore, e bene ha fatto Zingaretti a opporsi con forza. Dopo esserci fatti carico di una manovra economica pesantissima, torneremmo comunque al voto nel giro di poco. Con la certezza di vedere decuplicato il rischio della deriva plebiscitaria di Salvini».

Sergio Mattarella – ANSA

Quindi niente governo? Al contrario: «Soltanto un accordo di legislatura basato su una profonda riflessione politica può consentire al PD e al M5s di rispondere alla rivoluzione conservatrice lanciata dal leader della Lega». E aggiunge: «È un tentativo difficilissimo, ma vale la pena provarci».

Poche ore dopo al Senato la proposta del centro destra tornato unito di votare entro 24 ore sulla mozione di sfiducia al governo sarà bocciata da un’inedita maggioranza, proprio quella imperniata su M5s e Pd, nonostante il colpo di scena del discorso in aula di Salvini, e della proposta in extremis a Di Maio di far passare il taglio dei parlamentari e poi sciogliere la legislatura. Ma a quel punto il capo della Lega aveva già perso il boccino. Per risalire una corrente che da quel pomeriggio del 13 agosto gli è sempre stata contraria, Salvini deve sperare nelle contraddizioni altrui: tra le ambizioni di Conte e quelle di Di Maio, o tra le varie anime del Pd, dove Calenda ora capeggia la corrente comunque contrari a governi coi grillini. Ha ancora carte da mettere sul tavolo, ma non tiene più il banco. Cosa potrà succedere però di qui a tre giorni, quando il Senato tornerà a riunirsi per sentire Conte, nessuno lo sa. Perché sia i 5 stelle sia il Pd temono l’effetto negativo su parte dei loro rispettivi elettorali di un accordo di governo sempre escluso con orrore, e la Lega teme di aver già cominciato a sgonfiarsi nel voto potenziale degli italiani dopo le sbandate del Capitano. E alla fine tutti potrebbero anche valutare contendibile una nuova corsa elettorale. Intanto Mattarella è tornato dalle brevi vacanze: perché poi, alla fine, ogni scelta dovrà passare dal Quirinale.

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