Dal governo Conte al Conte 2: cosa può cambiare per i giovani precari. Perché il lavoro è ancora un nervo scoperto

Salario minimo, Jobs Act, reddito di cittadinanza, cuneo fiscale: come si comporterà il governo M5s-Pd in merito a uno dei temi su cui grillini e dem si sono scontrati maggiormente?

Se c’è un punto su cui l’alleanza tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico si mostra di più nelle sue debolezze, quello è il lavoro. Il Movimento ha fondato i propri consensi e il proprio contratto di governo in gran parte sulla promessa di disfare le politiche lavorative e dello sviluppo economico proposte dai precedenti esecutivi dem. Eppure, nel programma di governo per il Conte bis, parrebbero esser state seppellite le asce da guerra – ben sguainate, invece, durante il primo atto del governo Conte.

Gli attriti tra Pd e M5s durante il Conte I

Il lento (e incompleto) sgretolamento del Jobs Act, il passaggio dal reddito di inclusione al reddito di cittadinanza, una proposta di salario minimo non inferiore 9 euro l’ora, sono solo alcuni dei punti cardine che hanno costruito le visioni distanti dei due partiti. Per non parlare di tutte le grandi crisi industriali (su tutte Mercatone Uno e Whirpool) e i dossier (da Alitalia all’Ilva) che hanno alimentato lo scontro tra le due parti nel corso dei 14 mesi di esecutivo gialloverde.

Emblematico è stato il video “tutorial” registrato da Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo Economico durante i governi Renzi e Gentiloni (2016-2018), indirizzato a Luigi Di Maio, fino a pochi giorni fa ministro del Lavoro e dello Sviluppo. «Anziché dire frasi roboanti vai a fare il tuo lavoro», diceva. «Ti vuoi leggere una carta? Non riesci ad affrontare nel merito una crisi industriale».

Nonostante il Pd sia passato a una guida zingarettiana, le differenze sono rimaste lampanti. Ma nei punti del programma mancano tutte le questioni principali dello scontro: nessun accenno al Jobs Act, nessuno alla legge Fornero, nessuno al reddito di cittadinanza.

L’unico tema caldo potrebbe rimanere quello del salario minimo, specialmente ora che al ministero del Lavoro salirà Nunzia Catalfo, la prima firmataria della proposta di legge. Ammesso che l’armistizio duri a lungo, cosa cambierà ora che l’alleanza inedita sta per fare il suo debutto tra i banchi dell’esecutivo?

Il salario minimo

Uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle è stata fin da subito l’attenzione nei confronti dei working poors, quei lavoratori che pur avendo un impiego si trovano con un reddito talmente basso da essere vicini, o addirittura sotto, la soglia di povertà. Una categoria che molto spesso è rappresentata da giovani e giovanissimi.

Nell’ottica della «lotta alla povertà», il Movimento aveva proposto un disegno di legge in cui il salario minimo tutelasse tutte le categorie lavorative non tutelate dai contratti collettivi. Punto centrale era anche la cifra fissata a 9 euro lordi l’ora per tutti i tipi di lavoratori – posizione contestata tanto dai sindacati quanto da Nicola Zingaretti.

E il testo presentato dal Pd sull’argomento parrebbe rivedere le ambizioni pentastellate. Niente cifra di salario minimo fissata in maniera generale e per legge: piuttosto un meccanismo in base al quale i minimi dei contratti collettivi nazionali, firmati dalle organizzazioni più rappresentative, assumano valore legale. Saranno gli stessi sindacati a definire il salario minimo, che resta a questo punto residuale (cioè per chi è senza contratto).

Cosa ne sarà del Jobs Act?

«Abbiamo abolito la povertà!», aveva gioito Di Maio dopo l’approvazione della Manovra di settembre 2018. Tra i provvedimenti che miravano a smantellare una delle misure più attaccate dei dem, il Jobs Act, era arrivato pochi mesi dopo il decreto Dignità: un primo passo per superare il proliferare dei contratti a termine e con cui Di Maio intendeva risolvere il problema del precariato in Italia. Il programma presentato da Pd e 5stelle, però, non sembra tornare sul tema, e non è chiaro se verranno presentate misure per ripensare drasticamente le politiche del lavoro.

Il reddito di cittadinanza

Non c’è traccia nemmeno del reddito di cittadinanza nella bozza di programma tra i due nuovi alleati. La misura contro la disoccupazione adottata dall’esecutivo gialloverde parrebbe ormai essere data per assodata. Il reddito di inclusione (Rei) entrato in vigore il 1 gennaio 2018 sotto Paolo Gentiloni e sopravvissuto fino a febbraio scorso, è definitivamente superato.

I rider

Era il 4 agosto quando, in una diretta Facebook in t-shirt verde, Di Maio annunciava l’arrivo del decreto «Tutela del lavoro e risoluzione di crisi aziendali» che avrebbe portato risposte per i rider. «I problemi più urgenti in campo lavorativo verranno risolti in una, massimo due settimane», aveva detto, salvo poi ritrovarsi nel bel mezzo della crisi di Ferragosto.

Nel programma Pd-M5s, i diritti e le tutele dei rider sono considerati prioritari tra le questioni urgenti da affrontare. Intanto oggi in Gazzetta ufficiale arriva la pubblicazione del decreto voluto da Di Maio, e approvato dal Cdm ai primi di agosto, che prevede per i riders il diritto di ricevere compenso non solo in base al numero di consegne, ma anche al numero di ore lavorate, con l’introduzione di una paga oraria. Il lavoratore dovrà accettare almeno una chiamata al giorno, ma il cottimo non dovrà essere prevalente.

Il decreto introduce anche la copertura assicurativa Inail per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Le aziende da parte loro dovranno garantire condizioni di sicurezza e tutela della salute sul luogo di lavoro.

Resta quindi da attendere la conversione in legge in Parlamento, per poi aspettarsi che le promesse programmatiche del nuovo governo si concretizzino in ulteriori passi in avanti verso una maggiore tutela dei lavoratori delle consegne a domicilio.

Il cuneo fiscale

Lo zampino dem è ben visibile nel punto sul cuneo fiscale: gli intenti sono quelli di ridurre le tasse sul lavoro a vantaggio dei lavoratori – mentre il Movimento puntava a una taglio dei contributi per le imprese.

Quota 100

Coma anticipato, l’addio alla legge Fornero è scomparso dal programma a firma M5S-Pd. Probabilmente ci si aspetta un restyling del provvedimento previdenziale leghista “Quota 100“, con lo scopo di far quadrare i conti della manovra.

Il caporalato

Non è escluso che Di Maio e Zingaretti possano trovare una convergenza nella lotta al caporalato. Il primo aveva promesso una riapertura dei tavoli durante il suo mandato, lasciando però fermi i lavori a settembre 2018. L’altro ha approvato recentemente alla Regione Lazio una normativa per introdurre maggiori tutele nei confronti dei lavoratori sfruttati nel campo agricolo. Teresa Bellanova, in più, neo ministra dell’Agricoltura, ha iniziato a lavorare in Cgil da giovanissima partecipando alla lotta contro il caporalato. Per il momento, però, non c’è nulla sul tema nei punti di governo.

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