Calenda nel nuovo partito di Renzi? L’ex ministro non ne vuol sapere: «Progetti diversi, comportamenti distanti»

La scommessa del leader di Siamo Europei è quella di creare un movimento anziché un partito per non sovrapporsi all’ex segretario Pd

L’uscita dal Partito democratico di Matteo Renzi aveva aperto a uno scenario caro ai profeti della quarta repubblica, ai millenari del centrismo liberale, forse anche ai puristi di sinistra. Meno caro era invece a chi temeva e tuttora teme una cannibalizzazione del centro da parte dell’ormai sempre più ex sinistra. Ma l’asse Renzi-Calenda pare essere morto sul nascere.

Anziché inaugurare una nuova fase che avrebbe visto infilarsi tra la destra Salviniana e un Pd alleato del Movimento 5 Stelle un partito liberale, vero erede se non di Forza Italia allora di una parte dell’elettorato del partito berlusconiano, attualmente a caccia di legittimi eredi, il centro si divide in due, forse in tre.

Da una parte c’è Matteo Renzi che si appresta a portare fuori dal Partito democratico una ventina di parlamentari e annuncia la formazione di un nuovo partito. Dall’altra ci sono le destre, tra una Mara Carfagna che cerca di gestire l’eredità berlusconiana e un Giovanni Toti a scadenza di mandato, che guarda ancora più a destra.

Tra loro, da qualche parte, né a destra né a sinistra, forse semplicemente in alto come lascia intendere lui stesso, c’è Carlo Calenda – ex ministro per lo Sviluppo Economico nel Governo Renzi – il quale sarebbe intenzionato a fare qualcosa di «molto più difficile», come spiega in un’intervista al Messaggero: fondare un movimento.

«Impossibile allearsi»

Il lancio del movimento di Calenda, che attualmente si definisce leader di Siamo Europei, è previsto per il 9 dicembre a Roma. Vuole essere il movimento dei «seri» e dei competenti. Da qui la collaborazione da subito con Walter Ricciardi – medico ed ex presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, dimissionario in polemica con il Governo gialloverde – per un primo progetto tematico sulla sanità. 

Partire dai problemi concreti dell’Italia, sviluppando un nuovo metodo, usando un nuovo linguaggio, quello «della verità», senza «slogan o ideologie». Tutte ragioni per non allearsi con Renzi, sostiene Calenda, perché Renzi «ne dice molte e spesso non fa quello che dice». Problemi di stile – «io non faccio scissioni» – ma anche divergenze negli obiettivi. Forse anche un certo scetticismo riguardo alle potenzialità del nuovo partito di Renzi («mancano soldi e persone», dicono fonti vicine a Calenda).

Su Twitter Calenda è altrettanto netto, anche se più conciliante sul passato. Le ferite hanno un origine più recente: a partire dalla decisione di Renzi di appoggiare il Governo giallo-rosso, forzando la mano del Pd e, nei fatti, spingendo Calenda – che aveva posto la cessazione di ogni tentativo di alleanza con il Movimento 5 Stelle come condizione necessaria e imprescindibile per rimanere nel Pd – a uscire dal partito. Una scelta che Calenda ha proclamato con forza e rivendicato con orgoglio, esaltando la propria coerenza. Adesso sarà tenuto a fare altrettanto anche con Renzi.

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