Fine Vita, sentenza storica della Consulta: aiuto a suicidio non sempre punibile. Cappato: «Da oggi siamo tutti più liberi»

La questione di legittimità sollevata riguarda l’articolo 580 del codice penale che punisce, con pene tra i 5 e i 12 anni di carcere, l’istigazione o l’aiuto al suicidio

È arrivata l’attesa sentenza della Corte Costituzionale sulla punibilità dell’aiuto al suicidio. La questione di legittimità sollevata riguarda l’articolo 580 del codice penale che punisce, con pene tra i 5 e i 12 anni di carcere, l’istigazione o l’aiuto al suicidio.

«La Corte costituzionale – osserva l’Avv. Filomena Gallo, Segretario Associazione Luca Coscioni e coordinatore del collegio di difesa di Marco Cappato – apre la strada finalmente a una buona normativa per garantire a tutti il diritto di essere liberi fino alla fine, anche per chi non è attaccato a una macchina ma è affetto da patologie irreversibili e sofferenze insopportabili, come previsto dalla nostra proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale depositata alla Camera dei Deputati nel 2013».

«Mi auguro che finalmente il Parlamento si faccia vivo. Noi andremo avanti, e invitiamo a unire le forze laiche e liberali in occasione del Congresso dell’Associazione Luca Coscioni dal 3 al 6 ottobre a Bari», conclude Gallo.

Soddisfatta anche il Procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliana che aveva chiesto l’assoluzione per Marco Cappato: «È un passo molto importante. C’è la soddisfazione per l’accoglimento di una sentenza, ma dispiace anche che in un anno non ci sia stata una risposta chiara del Parlamento, l’organo indicato dalla Corte come più idoneo a trattare questo tema così delicato».

Dopo la sentenza ha parlato anche Mina Welby che all’Ansa ha detto di essere felice della decisione: «È la conclusione vittoriosa della battaglia che mio marito Piergiorgio, fino a Dj Fabo, hanno avviato». Come Mina Welby anche Beppino Englaro, padre di Eluana, ha commentato la sentenza: «Mi auguro che adesso il parlamento legiferi secondo le indicazioni della Corte Costituzionale».

La sentenza

La Consulta ha ritenuto non punibile sul caso sollevato dalla corte d’appello di Milano «ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

In una nota la Corte ha poi aggiunto: «In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Ssn, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente».

A sollevare il caso alla Consulta è stata la Corte d’Assise di Milano nel febbraio 2018, a margine del processo a Marco Cappato sul caso del suicidio assistito di Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo. Il processo al radicale è quindi fermo da allora.

«Ho aiutato Fabiano perché l’ho ritenuto un mio dovere morale. Ora dovremo sapere se può essere riconosciuto come un diritto», aveva commentato ieri Marco Cappato dopo l’udienza pubblica sulla costituzionalità dell’aiuto al suicidio tenutasi in mattinata. «C’è in causa la libertà fondamentale di tante persone che si trovano in condizione di sofferenze insopportabili che non vogliono più subire».

«Qui non c’è in causa solo più il diritto di Fabiano o la mia situazione personale, ma la libertà fondamentale di tante persone che si trovano in situazione di sofferenza, di sofferenza insopportabile e che non vogliono più subire. Questa è la posta in gioco oggi, il Parlamento si è dimostrato inadeguato ad affrontare il tema».

La storia

Marco Cappato ha accompagnato in Svizzera per il suicidio assistito Dj Fabo, nome d’arte di Fabiano Antoniani, il giovane rimasto cieco e tetraplegico a causa di un incidente stradale avvenuto nel 2014. Accanto a lui, in aula, la compagna di Antoniani, Valeria, e Mina Welby, compagna di Piergiorgio Welby, morto nel 2006.

Durante l’udienza Cappato ha poi citato il caso di Remo Cerato, il 58enne consigliere comunale di Germagnano, in provincia di Torino, morto lo scorso 9 settembre e che ha denunciato l’essere «andato incontro alla morte con l’agonia della sospensione delle terapie non potendo accedere all’assistenza e alla morte volontaria». Questi, prosegue Cappato, sono solo i casi conosciuti: «Non sappiamo quanto di clandestino, di sconosciuto, nella disperazione che la clandestinità crea accade nelle corsie degli ospedali e nelle case degli italiani».

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