Brexit, la corte suprema scozzese non costringerà Boris Johnson a chiedere un’ennesima proroga

È già stato annunciato il ricorso. Al premier viene contestato il fatto di non essere veramente intenzionato a chiedere un’estensione, come richiesto invece dal Parlamento

Sconfitta per la causa anti-Brexit, ma soprattutto per il Benn Act, con cui il Parlamento il 9 settembre obbligava il primo ministro Boris Johnson a chiedere un’ennesima estensione per la Brexit, la terza, dal 31 ottobre (data attuale) al 31 gennaio 2020, nel caso in cui non venisse raggiunto un nuovo accordo con l’Ue entro il 19 ottobre.

Ma, come stabilito dalla sentenza della Corte suprema scozzese, non sarà il potere giudiziario in questo caso a costringere il premier ad ascoltare il volere del Parlamento: sarebbe un affronto costituzionale e, sopratutto, non ci sono prove sufficienti che Johnson stia architettando un piano per evadere la legge approvata dal Parlamento.

La sentenza

«Sarebbe lesivo dei nostri principi costituzionali e della reciproca fiducia che è alla base del rapporto tra i tribunali e la corona per il primo ministro o il governo rinnegare le promesse fatte alla corte che il primo ministro intendeva fare». Così ha motivato la sentenza Lord Pentland, ragionando che la corte doveva dare per buona la parola del primo ministro il quale si è impegnato, come previsto dalle legge, a rispettare il Parlamento.

Esclusa la possibilità quindi che Boris Johnson si stia adoperando per raggirare le misure previste nella legge approvata il 9 settembre. Per Dale Vince e per la deputata scozzese Joanna Cherry, gli autori dell’azione legale contro il governo, c’era invece una forte probabilità che il primo ministro stesse cercando, tramite negoziati segreti con un Paese membro Ue, di farsi bocciare la richiesta del Regno Unito per una nuova proroga.

I precedenti

Lo scorso mese la corte suprema scozzese aveva dichiarato illegale la decisione di Boris Johnson – approvata come da prassi dalla Regina – di sospendere il Parlamento per ben 5 settimane, consuetudine con cui a Westminster viene segnata una nuova stagione parlamentare, ma che raramente è così lunga.

La decisione aveva indotto diversi partiti a chiedere le dimissioni di Johnson, da lui respinte. Attesa in settimana una nuova richiesta di prorogation – ovvero di sospensione temporanea del Parlamento – da parte del governo, questa volta però soltanto di una settimana (dall’8 al 14 ottobre).

Per il momento il governo non ha ancora raggiunto un nuovo accordo con l’Ue per la Brexit: i colloqui tra le due parti dovrebbero riprendere lunedì.

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