Leopolda 10, Renzi spalanca le porte agli scontenti di Forza Italia: «Italia viva è aperta»

La conclusione della decima kermesse renziana, la prima fuori dal Pd

«Oggi noi siamo qui per dire una cosa semplice: popolo della Leopolda, non avere paura. Quando uno fa un partito, dopo una scissione, verrà meglio di quello che c’è stato fino a oggi». Esordisce così Matteo Renzi, per la giornata conclusiva con la cravatta, sulla ormai emblematica camicia bianca.

In diretta dalla #Leopolda10

Il mio intervento conclusivo alla #Leopolda10

Posted by Matteo Renzi on Sunday, October 20, 2019

Interagisce con il pubblico, gli domanda cosa sia la Leopolda. «La Leopolda è quel luogo dove da 10 anni si viene a prendere un pieno di speranza, di energia – dà la sua interpretazione -. Io credo nella politica. Io credo nell’impegno. Io non lascio il futuro a chi vive di slogan».

Immigrazione

«Il populista non ha interesse a risolvere il problema, ma solo ad annunciarlo – Renzi dedica la parte iniziale del discorso al suo principale avversario politico, Matteo Salvini -. Non si possono bloccare 20 persone su una barca e dire che il problema dell’immigrazione è risolto. Noi siamo diversi, perché abbiamo una visione sul tema, non diciamo che il problema non esiste, ma lo affrontiamo».

«Salvini ha creato un clima di odio che, pericolosamente, ha attraversato l’Italia da nord a sud. Noi vogliamo essere seri, vogliamo affrontare il problema dell’immigrazione – afferma il leader di Italia viva -. Quando diciamo “aiutiamoli a casa loro”, noi ci crediamo: vogliamo più investimenti in Africa, altrimenti il problema non sarà più un barchino che arriva a Lampedusa, ma un miliardo di persone che scapperà dalla fame».

Il pericolo di Salvini

«Perché abbiamo deciso, rispetto alla Leopolda di un anno fa, di cambiare tutto? – Si domanda Renzi dal palco -. Perché sono cambiate le condizioni esterne. Di fronte al tentativo di Matteo Salvini di andare a votare alle sue condizioni, c’erano due strade. La prima, quella di assecondare il desiderio di Salvini di mettere le mani sulle nomine e sul presidente della Repubblica. Andando a votare con la certezza che il Paese sarebbe finito in mano ai sovranisti».

«Un’immagine agghiacciante, tre mesi di propaganda in costume da bagno di Salvini – ride -. Immagine terribile. E sarebbe stato comunque il male minore. Non avevamo alternative: avremmo consegnato il Quirinale e la riforma costituzionale al partito che si allea con CasaPound, avremmo perso ogni credibilità con l’Europa. Quella che loro chiamano coerenza, sarebbe stata in realtà masochismo – poi, tra gli applausi scroscianti -. Poi c’è la seconda strada, quella che ho scelto nonostante la sofferenza umana che mi ha procurato. Sì, ho cambiato idea e ne vado orgoglioso e l’ho fatto per il bene dell’Italia».

«Salvini è un Don Abbondio»

«La Costituzione non è un menù del Papeete. Gliel’ho detto a Salvini. Ovviamente la sua unica risposta è stata “hai il 4%”. Pensava di offendermi? Si fa mettere in difficoltà da uno che ha il 4% e dovrei essere io a offendermi? Goditi il Papeete, che a governare il Paese ci pensiamo noi. Questa è la democrazia! Ma io non ho problemi con lui, non cerco la rissa con lui, lui sì».

«Ha attaccato i miei genitori da Piazza San Giovanni, ma ieri – il 19 ottobre – ha dimostrato tre cose. Primo, dicendo che non sono incensurati, ha dimostrato di non conoscere la Costituzione perché lo sono finché la sentenza non passa in giudicato. Secondo, Salvini è il classico esempio di persona che non ha il coraggio di dirti queste cose guardandoti negli occhi, e ha avuto modo di farlo in tv. Pensavo fosse un Don Rodrigo, invece è un Don Abbondio. Il terzo punto è che il suo unico obiettivo è mettere le mani sul Quirinale, e si è dimenticato di tutto quello che sta avvenendo in Europa».

«La lotta all’evasione è nata alla Leopolda»

«L’apertura, non la chiusura. Il merito, non la paura. Lo studio, non la fuga dalle proprie responsabilità. L’Italia ce la può fare: non è il caso di rinchiuderci in un sovranismo da due soldi di questa gente». Dopo aver rassicurato che la legislatura arriverà al 2023, Renzi ha parlato dell’argomento più caldo che ha fatto traballare la tenuta dell’esecutivo: «Caro presidente del Consiglio. Se tu vuoi combattere l’evasione fiscale, ti vorrei presentare un luogo. Un luogo in cui è nata la fatturazione elettronica, lo scontrino digitale, il fisco 2.0. Questo luogo si chiama Leopolda e sono iniziative che hanno fatto emergere quasi 14 miliardi di nero».

«Siamo felici, presidente, di lavorare con te, ma non diciamoci che il problema è il contante. Non è pensabile che un cittadino debba vivere nella paura del controllo: faremo una patente a punti, come quella di guida, perché se un cittadino ha sempre vissuto nella legalità non può essere punito quando sbaglia la prima volta».

«Amici con il Pd, ma anche competitor»

«Io non ho nessun problema con il Pd. È stata casa mia e ho un bel rapporto personale con tantissimi di loro. Il punto che ci ha portato a separarci dal Pd è che su alcune idee è ovvio che ci sia una distanza. In Italia non si può aumentare la pressione fiscale. Non possiamo diventare un partito che, sulla giustizia, strizza l’occhio ai giustizialisti. Noi siamo garantisti come vuole la Costituzione. Fatemi fare un appello a due amici, Nicola Zingaretti e Dario Franceschini. Perché rimangono miei amici. Loro e tutti quelli che non sono venuti in Italia viva».

«Ma dico a Dario e Nicola: c’è un progetto che abbiamo fatto insieme. Quando ero presidente del Consiglio, ebbi un’idea: mettemmo 80 milioni di euro per andare a ristrutturare la struttura sull’isola di Ventotene. Il carcere di Spinelli e Pertini per farne un luogo di scuola per gli europei e i cittadini degli italiani. Quel progetto è già finanziato, 80 milioni sono già a bilancio. Quelli dopo di noi l’hanno bloccato. Dario è ministro della Cultura, Nicola è presidente della Regione Lazio. Facciamo ripartire il progetto Ventotene. Facciamolo ripartire subito, i soldi ci sono già».

Operazione Macron

«Noi abbiamo un disegno, una cosa analoga a quella che ha fatto Macron con i socialisti. Recuperare e riassorbire quel consenso: la doppia cifra è il minimo sindacale per noi. Con i nostri 50 parlamentari, i 100 sindaci, tanti saranno fino alla fine dell’anno – e poi, sorridendo -. Con 10.000 iscritti, tanti saranno entro la fine del mese, se proseguiamo con questo ritmo».

E mette in guardia i dem, alzando la voce: «Noi non faremo mai un’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle, abbiamo fatto un’alleanza per salvare il Paese, ma quello non è il nostro mondo, è un mondo diverso. Alla fine del mese di giugno, alla fine delle Regionali, ospiteremo un nuovo big bang degli amministratori per farli venire in Italia viva. Non faremo mai un’alleanza strutturale con i 5 Stelle».

Un partito femminista

«Sveglia Europa. Nato, non puoi girare gli occhi verso un Paese che non ti appartiene. Erdogan, basta con le armi. Noi siamo con le combattenti donne. Anche per questo Italia viva è un partito femminista. Abbiamo fatto le quote rosa? No. Noi siamo il primo partito che ha fatto le quote azzurre, perché devono essere gli uomini adesso ad ambire ad almeno il 50% dei ruoli chiave. Sogno un Paese con una donna come presidente della Repubblica, della Corte costituzionale, come Ceo delle aziende più importanti».

Porte aperte ai moderati

«Silvio Berlusconi ha rappresentato un modello negli ultimi 25 anni. Un modello che era, nonostante le distorsioni culturali, chiaramente ancorato alla tradizione popolare europea, un partito liberal. Ieri, con la sua partecipazione in Piazza San Giovanni, c’è stato un passaggio di consegne. Il centrodestra è diventato di Salvini. Un centrodestra non europeista, un centrodestra che porta CasaPound in piazza con sé».

«È evidente che ci sono dei moderati che hanno votato Forza Italia perché credevano nei temi liberali. Allora io dico a quelle persone: Italia viva è aperta. Non è un partito fatto da me e lo dico – scherza -, nella logica dell’umiltà che non sempre ho. Se avessi voluto contare, sarei rimasto nel Pd. Non voglio avere un ruolo. Se abbiamo fatto un partito nuovo, è per noi: volevamo una casa capace di dire con forza parole di libertà, di bellezza, per il terzo settore, perché l’Italia è quel Paese. Io sto con il volontariato e non con chi fa politica sulla pelle dei bambini portandoli ai comizi dicendo che sono “quelli di Bibbiano”».

Verso il futuro

«È una casa aperta, che ha come simbolo, dicono, un gabbiano. Io ci vedo la spunta delle cose che abbiamo fatto. Io ci vedo un’ala che ci porta a realizzare le politiche del futuro. Per questo dico, e vado a chiudere, in questa casa vogliamoci bene. Io per sette anni sono stato in un luogo in cui mi svegliavo la mattina e il primo problema era resistere agli attacchi di chi viveva con me nella stessa casa. Quando si associa un luogo come la Leopolda, che è un cantera direbbero quelli del Barcellona, quando dicono che è un posto come il Papeete, ci sono due cose: o non siete mai stati alla Leopolda, o avete bisogno di rilassarvi al Papeete».

«Noi ripartiamo con lo zaino in spalla. Lo facciamo con la convinzione di chi vuole creare una casa di speranza. “Il paese, certo, è carico di interrogativi, d’impazienze e di aspirazioni – diceva Aldo Moro -. Siamo a una svolta, nella quale noi siamo giudicati in un duro confronto con la vasta attesa della società”. Italia viva è una cosa che porterà l’Italia nel futuro, la politica segna oggi un nuovo inizio». Finisce così la Leopolda numero 10, tra gli abbracci dei partecipanti, sulle note di Tommaso Paradiso, Non avere paura.

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