“La famosa invasione degli orsi in Sicilia”: al cinema il film di Mattotti basato sul racconto di Buzzati- L’intervista

Disegnato e realizzato da Lorenzo Mattotti, l’adattamento cinematografico del libro di Buzzati è immerso in un’atmosfera di pura poesia. Grazie anche ad alcune voci d’eccezione, come quella di Andrea Camilleri e di Toni Servillo

Uno dei più acclamati giornalisti e scrittori d’Italia incontra uno dei più bravi disegnatori italiani del nostro tempo. Quel che ne esce è l’adattamento cinematografico de La famosa invasione degli Orsi in Sicilia, il lungometraggio animato di Lorenzo Mattotti, basato sull’omonimo libro di Dino Buzzati.

Presentato al Festival del cinema di Cannes 2019, nella sezione Un Certain Regard (“Un certo sguardo”), è ora nelle sale cinematografiche italiane. Un film profondo e originale, ricco di metafore universali e di simbolismi sulla natura dell’essere umano.

«Non so perché, ma questo libro è una specie di scatola magica, piena di idee dappertutto», ha detto Mattotti. Ambientato in una Sicilia fuori dal tempo e dallo spazio, immersa in una luce africana e circondata da distese di abeti e neve, il racconto dà nuova vita al romanzo uscito a puntate nel nel 1945 sul Corriere dei Piccoli, poi raccolto in un unico libro.

Fosforo Press

Se non bastasse già l’appiglio alle pagine di Buzzati, e se non fosse già sufficiente il tocco di Mattotti (illustratore classe 1954, autore di numerosi libri e copertine), a trasportarci in un’altra dimensione arriva anche la voce di Andrea Camilleri. Lo scrittore siciliano, che ci ha lasciati a luglio di quest’anno, presta la voce a uno dei personaggi più misteriosi della storia (e inedito), il Vecchio Orso della Caverna.

Oltre a Camilleri, nel cast del doppiaggio ci sono anche Toni Servillo (Re Leonzio), Corrado Guzzanti (Salnitro), Antonio Albanese (Gedeone), Roberto Ciufoli (Orso Babbone) e Linda Caridi (Almerina).

La trama del racconto

Per restituire linearità alla storia originale, organizzata in maniera imprevedibile e ricca di personaggi momentanei e parentesi narrative, Mattotti ha portato avanti un lavoro di selezione e di limatura. Fino a raggiungere una trama ugualmente densa e a tratti nuova (nell’invenzione del meta-racconto in primis, e nelle aggiunte dei personaggi e del finale poi).

Un assaggio: Leonzio, il Grande Re degli orsi, nel tentativo di ritrovare il figlio perduto e di sopravvivere ai rigori di un terribile inverno, decide di condurre il suo popolo dalle montagne fino alla pianura, dove vivono gli uomini. Grazie al suo esercito, e grazie all’aiuto di un mago ambiguo, riuscirà a sconfiggere il malvagio Granduca e a trovare finalmente il figlio Tonio. Ben presto, però, Re Leonzio si renderà conto che gli orsi non sono fatti per vivere nella terra degli uomini.

L’intervista a Lorenzo Mattotti

Com’è nata l’idea di fare un lungometraggio sul La famosa invasione degli Orsi in Sicilia?

«Era un libro che amavo tanto. Buzzati fa parte della mia cultura. Quando avevo sedici/diciassette anni è stato lui a influenzarmi particolarmente per il suo modo di raccontare. Il suo “poema a fumetti”, uscito negli anni Sessanta, è stato importantissimo per il mio lavoro.

E La famosa invasione degli Orsi in Sicilia mi è sempre sembrato avesse un potenziale per diventare un lungometraggio d’animazione. Per la sua fantasia, per le creature strane che lo popolano, per le battaglie, l’avventura. Un libro profondo, originale, ricco.

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Mi dicevo: ma perché nessuno ne ha mai fatto un film? Così alla fine mi sono deciso. L’ho fatto leggere alla mia produttrice, Valérie Schermann, che se ne è innamorata».

Quanto c’è di suo nel film, e quanto è dovuto invece all’eredità di Buzzati?

«La dimensione senza tempo e visionaria è sicuramente parte del genio di Buzzati. Lui aveva la capacità di creare delle storie che non si sa bene quando siano esistite o ambientate. Sono fuori dal tempo. E io ho cercato, usando il mio bagaglio esperienziale e culturale, di restituirla nel film».

Quale tipo di bagaglio? Quali sono gli artisti che più l’hanno influenzata?

«Beh, innanzitutto i classici film d’animazione della mia infanzia. I primi lavori di Walt Disney di certo, o Yellow Submarine di George Dunning che ha come protagonisti i Beatles, anche se è legato a un periodo molto preciso. Sono molto legato anche a Pianeta selvaggio di Roland Topor e René Laloux. Insomma, proprio lo stile classico.

Chiaro che poi c’è molto di Hayao Miyazaki, penso a film come Il mio vicino Totoro o Principessa Mononoke. È un tipo di animazione particolare che ci permette di sognare di più. E soprattutto è in 2D: a parte le scene di massa per cui ci siamo serviti del 3D, la maggior parte dell’animazione del film è realizzata in quel modo».

Lei vive in Francia da molto tempo. Quanto deve al cinema d’autore, sia italiano che francese?

«Direi che sono più legato ai registi italiani della mia gioventù. Su tutti ci sono Federico Fellini e la commedia all’italiana».

Nel film si indaga sulla natura, sull’essere umano e sulla società: qual è il rapporto tra queste dimensioni che ha voluto raccontare?

«Sicuramente quello delle complicazioni. Gli orsi sono delle creature pure, innocenti. Quando scendono dalle montagne per cercare del cibo nella società umana si accorgono di trovarsi davanti a molte più complicazioni di quante non credessero.

Per un periodo di tempo riescono anche a sormontarle, a convivere con loro e con gli umani. Ma Re Leonzio, il protagonista, si accorge presto che è tutto troppo grande per lui. C’è questa capacità dell’uomo di complicare sempre le cose.

Ma il bello del film, e della storia, è che non dà soluzioni: pone problemi senza pretendere di fornire delle formule. Lo scopo è riflettere sui problemi. Emerge anche molto il rapporto generazionale: Leonzio vede crescere suo figlio in un contesto diverso da suo, lo vede perdere la propria natura, diventare qualcos’altro rispetto a quello a cui era sempre stato abituato.

E poi, chiaramente, c’è una dicotomia animale umano e non umano: da una parte la civiltà che usa la natura per i propri interessi, dall’altra gli orsi che vivono sul pianeta sapendo di essere degli ospiti».

I lungometraggi animati e l’illustrazione vivono un momento di grande attenzione da parte del pubblico. Qual è la loro forza simbolica, e quali vantaggi artistici possono portare?

«Il disegno animato ha una sua forza, senza dubbio. E forse è in grado di imprimersi di più nella nostra testa. Oramai si utilizza l’animazione per molti soggetti adulti, e ultimamente quasi tutti i lungometraggi hanno una dimensione drammatica. E c’è da dire che con il disegno si risolvono dei problemi tecnici non indifferenti: il disegno è soprattutto simbolo, e il simbolo è universale».

A quale scena è più legato?

«Sono legato a tutto il film. Ma amo molto il dialogo sul balcone tra Teofilo e Re Leonzio. E poi sono molto contento della battaglia al teatro, del mix uscito tra lo spettacolo delle acrobazie circensi e i momenti di tensione».

Come è stato avere Camilleri nel doppiaggio?

«Ci ha fatto un grande regalo. All’inizio aveva paura di stancarsi, che fosse complicato, e noi abbiamo cercato di disturbarlo il meno possibile. Siamo andati a casa sua con pochissimi membri della troupe per permettergli di stare il più possibile a suo agio.

Alla fine, invece, si è divertito molto. È un bel ricordo che ho, e direi che è un po’ un miracolo che sia successo: sembra che l’orso sia stato disegnato apposta per essere doppiato da lui. Avevamo bisogno di un simbolo, e avere come voce della versione italiana un grande narratore, un grande siciliano, era tutto quello che potevamo chiedere. Per la versione francese, invece, abbiamo chiamato Jean-Claude Carrière, lo sceneggiatore».

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