Manovra, svolta nello sport: cosa cambia ora che le atlete sono professioniste

È stata la battaglia portata sotto i riflettori dalle calciatrice, anche e soprattutto a seguito del mondiale di calcio che ha appassionato milioni di tifosi, ad avere riacceso il dibattito sul professionismo femminile

Professioniste per il pubblico, ma dilettanti per lo Stato. Era la condizione delle migliaia di atlete italiane per cui medaglie d’oro e successi olimpici non erano abbastanza per essere definite professioniste. Ma grazie all’emendamento alla manovra approvato dalla commissione Bilancio del Senato le donne possono essere finalmente equiparate ai loro colleghi maschi.

Nello specifico l’emendamento prevede l’estensione delle tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo. E per promuovere il professionismo nello sport femminile introduce un esonero contributivo al 100% per tre anni per le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo.

L’emendamento porta dunque un tanto atteso aggiustamento alla legge 91 del 1981, la nota “legge sul professionismo”, che di fatto escludeva il mondo femminile dall’accesso al professionismo. La legge prevedeva che fosse il Coni, in accordo con le rispettive Federazioni a stabilire quali discipline sportive fossero professionistiche o meno. Ma 34 anni più tardi, il Coni non ha ancora definito cosa distingue l’attività sportiva da quella dilettantistica.

Ad oggi, e fino a poche ore fa, erano solo quattro le Federazioni sportive nazionali – calcio, basket, golf e ciclismo – ad avere riconosciuto al proprio interno il professionismo, ma solo a certi livelli, e solo in campo maschile.

Per la Figc, il professionismo si estende dalla serie A alla Lega Pro e solo per gli uomini. Ed è proprio la battaglia portata sotto i riflettori dalle calciatrice, anche e soprattutto a seguito del mondiale di calcio che ha appassionato milioni di tifosi, ad avere riacceso il dibattito sul professionismo femminile.

Cosa cambia per le donne?

Fino a oggi, un’attività sportiva, anche continuativa e svolta a titolo oneroso rimaneva entro il carattere dilettantistico. A una donna, così come per alcuni federazioni maschili, non era permesso rientrare nella categoria dei professionisti il che significava non avere accesso ai diritti e tutele basi garantite dal lavoro subordinato.

Per le donne, la mancanza di un contratto di questo tipo, era un handicap non indifferente che le vedeva private di contributi previdenziali, della maternità, della malattia e dell’infortunio. Nella serie A di calcio femminile succedeva perfino che una donna incinta fosse costretta a terminare il suo contratto senza alcun compenso per i mesi di maternità. Ora, toccherà però alle federazioni chiarire in sede di consiglio lo status giuridico delle tesserate.

«Ora l’alibi che il professionismo costa troppo non regge più»

L’emendamento alla manovra, passato in Senato, porta la firma dell’esponente Pd di Palazzo Madama, Tommaso Nannicini che, nelle ultime settimane sostenuto dall’Associazione calciatori guidata da Damiano Tommasi, ora esulta: «Sono molto soddisfatto, perché è un primo passo concreto per fare in modo che le atlete che dedicano la propria vita e il proprio lavoro allo sport abbiano le stesse tutele dei loro colleghi maschi. Ringrazio l’Aic e tutte le atlete dei diversi sport che si sono mobilitate per sostenere questo emendamento».

Tutto il mondo sportivo femminile aspettava questo salto di qualità: campionesse h24, professioniste solo sulla carte, dilettanti sul piano giuridico e quindi senza diritti.

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«In Italia c’è una discriminazione di genere che non permette a nessuna atleta di essere professionista» aveva detto giorni fa la capitana azzurra e della Juventus, Sara Gama. «Siamo molto felici – dice Katia serra, ex giocatrice ora commentatrice tv – Ora l’alibi che il professionismo costa troppo non regge più. Gli 11 milioni stanziati sono un tesoretto ampio per le coperture economiche necessarie. Questo è solo un primo step».

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