Quanti grillini può “rapire” Gianluigi Paragone

All’ex giornalista potrebbero bastare una manciata di senatori fedeli per far saltare il tavolo e realizzare la sua profezia dello scorso novembre: «Conte non durerà, ma la legislatura sì»

Il governo, in queste ore, più che dagli scontri interni fra le forze politiche sembra messo in bilico dal processo di sfilacciamento, soprattutto parlamentare, del Movimento 5 Stelle. Dopo l’abbandono dell’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti (che è pronto a varare il suo gruppo “Eco“), anche i deputati Rospi e Angiola hanno fatto le valigie verso il Gruppo Misto.

A preoccupare però di più l’esecutivo potrebbero essere i numeri ballerini in Senato, soprattutto dopo l’espulsione di quel Gianluigi Paragone che già a dicembre alcune indiscrezioni dicevano pronto a mettersi alla guida di un gruppo di altri dieci grillini insofferenti alla leadership di Maio: tra questi si facevano i nomi di Emanuele Dessì, Dino Mininno e Luigi Di Marzio.

Se i senatori potenzialmente in fuga insieme a Paragone si prevedeva potessero allora sostenere il governo, oggi le cose potrebbero essere cambiate. La frattura fra l’ex giornalista e il Movimento è avvenuta proprio sul suo voto contrario alla legge di Bilancio.

Scelta che Paragone orgogliosamente ancora rivendica affermando che il M5S non avrebbe solo tradito i suoi valori originari, ma anche il programma con cui si è presentato agli elettori e che gli ha consentito di conquistare più del 30%.

Di più. Paragone ha annunciato che non ha nessuna intenzione né di lasciare il Movimento, né di confluire nella Lega (come qualcuno aveva ipotizzato), ma anzi, oltre a valutare azioni legali contro la decisione dei provibiri, si metterà in moto per incontrare i Meetup sul territorio sicuro di fare proseliti fra gli attivisti con le sue posizioni.

Intanto ha già incassato la solidarietà di Alessandro Di Battista (e di Barbara Lezzi): con il pasdaran del movimento, Paragone nega di voler dare vita a una scissione, ma la frattura anche del popolare Dibba con i vertici sembra ormai aperta.

I numeri per la maggioranza al Senato, come si diceva, non sono solidissimi già dalla sua nascita. Alla prova della prima fiducia lo scorso 10 settembre l’esecutivo giallorosso ha incassato 169 sì, che si sono però ridotti a 166 nel voto che ha dato il disco verde alla legge di bilancio, soltanto 5 voti sopra la soglia di sopravvivenza di 161. Basterebbero quindi una manciata di senatori in fuga dal Movimento per far saltare il tavolo.

Tra l’altro, è interessante notare come anche all’interno del nascente gruppo “Eco” di Fioramonti alla Camera siederanno molto probabilmente (anche se per ora prendono tempo) i due ex pentastellati Rospi e Angiola con questo smentendo nei fatti chi lo vedeva come una quinta colonna di un ipotetico partito futuro del premier Conte: nessuno dei due ha votato la legge di bilancio. Anzi, fra le motivazione dell’abbandono di entrambi c’è proprio il dissenso sulle modalità di approvazione (e sulla sostanza) della manovra.

Alla Camera, l’esecutivo ha una maggioranza più che solida, ma sono segnali che certamente daranno qualche grattacapo al premier. La forza centripeta che anima il Movimento, con una diaspora che sembra mettersi in moto sia alla destra sia alla sinistra del Movimento stesso, ha nel provvedimento cardine di questi primi mesi del Conte Bis (la legge di bilancio, appunto) uno dei suoi motori.

Ma la partita decisiva si giocherà al Senato. Difficile prevedere quanto il timore di abbandonare gli scranni di Palazzo Madama in anticipo riuscirà ancora ad essere catalizzatore di consenso parlamentare per il governo. Sul tavolo nei prossimi mesi ci saranno dossier spinosissimi (a partire dalla revoca delle concessioni autostradali e dalla trattativa con ArcelorMittal sull’ex Ilva oltre al voto su Matteo Salvini in relazione al caso Gregoretti): se Paragone riuscirà a mettersi alla guida di una manciata di senatori particolarmente insofferenti (e disposti anche a rischiare di perdere il seggio) il governo potrebbe rischiare seriamente.

La (sventurata, per il premier) profezia di Paragone (che lo scorso novembre aveva previsto: «Conte non durerà, ma la legislatura sì») si potrebbe realizzare. Tutto questo, naturalmente, senza dimenticare la spada di Damocle sul futuro dell’esecutivo: le elezioni in Emilia-Romagna.

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