«Ci battiamo per la libertà, ma non ci fidiamo degli americani». Abbiamo parlato con una dei manifestanti di Teheran

«Non ho progetti per il futuro e non mi considero coraggiosa. Penso solo che manifestare sia l’unica cosa che mi resta». La storia di Leila

Si chiama Leila, ma ovviamente non si chiama Leila. Dirvi il suo vero nome sarebbe già un rischio. Per lo stesso motivo non vi diremo cosa fa nella vita, né cosa ha studiato (si è laureata da poco), né vi racconteremo del bel sorriso che sfodera parlando del futuro, nonostante tutto.

Insieme a migliaia di persone l’11 gennaio, era in piazza a Teheran per manifestare la propria «rabbia per le bugie che il governo ha raccontato per giorni sull’aereo civile in viaggio verso l’Ucraina». C’era anche ieri, 12 gennaio, quando la repressione è diventata più violenta e la polizia ha sparato sui manifestanti.

Perché tanti giovani sono scesi in piazza dopo la notizia che l’aereo ucraino era effettivamente stato abbattuto dalla contraerea iraniana lo scorso 8 gennaio?

E’ stata una settimana tremenda, segnata dalla paura e dalla rabbia. Prima la morte di Suleimani, poi queste altre persone uccise. Siamo arrabbiati perché queste sono vittime innocenti di qualcosa che non hanno neppure capito: erano turisti, emigranti, persone comuni e sono state trattate come se fosse un incidente e se fosse normale che un aereo civile venga abbattuto.

Come è nata la prima manifestazione?

Sui social, soprattutto. Qualcuno ha scritto su Instagram che dopo quello che era successo dovevamo vederci per esprimere i nostri sentimenti, la nostra rabbia, la nostra frustrazione, il nostro grande, grandissimo dolore, per queste morti ingiuste. L’appello ha cominciato a circolare velocemente e l’abbiamo fatto, a questo punto non possiamo fermarci.

Tu credi che sia stato un errore o il governo potrebbe aver voluto abbattere l’aereo simulando poi un incidente?

Ho il timore che abbiano simulato, sì. E’ già successo in passato che facessero azioni contro i civili con l’unico scopo di intimidire la popolazione. Non sono sicura né di una tesi né dell’altra.

Perché sono soprattutto gli studenti a partecipare a queste proteste e non la popolazione in generale?

Ci sono studenti ma non solo, a me è capitato di ricevere l’invito a manifestare anche da alcuni professori. Manifestare è sempre pericoloso, come si è visto anche nelle ultime ore, per questo lo fanno soprattutto i giovani.

Cosa pensi dell’omicidio del generale Suleimani e cosa ti sembra che pensino i tuoi coetanei?

La sua morte non suscita in me alcun sentimento e sono rimasta colpita dal fatto che tanti abbiano partecipato al suo funerale. È una grossa bugia che lottasse per il nostro paese, era semplicemente un uomo di Khameini, nulla di più, e siamo in tanti a pensarla così.

Ansa Epa | Le manifestazioni a Teheran l’11 gennaio scorso

Cosa succederà ora nel paese?

La situazione è molto complicata e la guerra rischia di peggiorare le cose. Sono dieci anni che cerchiamo di cambiare le cose ma ogni volta che sembra che qualcosa si muove davvero veniamo spinti indietro (il riferimento è al cosiddetto movimento Verde che nel 2009 sostenne che l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad sia stata frutto di brogli e che invece avesse vinto le elezioni il moderato Mir Hossein Mousavi Ndr). Molti di noi pensano solo ad emigrare, il più velocemente possibile. Molto speso le manifestazioni di protesta vengono represse nel sangue ma allo stesso tempo non abbiamo molta scelta: possiamo andarcene o provare a cambiare le cose.

Tu come vivi questa situazione?

A volte mi sembra di non avere più molto da perdere. Per questo vado alle manifestazioni anche se appena un mese fa ci sono stati 1500 morti per reprimere le manifestazioni di protesta. Uccidono i manifestanti e potrebbero rifarlo. Non so quanto sono coraggiosa, mi pare di non poter fare altro. Ti ammazzano e ricominci.

Non hai un programma di vita, cose che vorresti fare?

No, non riesco neppure a pensarci.

Ma è possibile cambiare le cose?

Dieci anni fa l’abbiamo fatto. Prima erano solo studenti, poi è diventata una protesta generale. Ma dopo il tradimento di quel movimento è ancora più difficile prendere la parola. Dopo quello che è accaduto allora e i brogli che hanno portato alla nomina di Ahmadinejad non ci fidiamo più di nessuno. Chi protesta contro il regime non partecipa più nemmeno alle elezioni, non crediamo a nessuno.

Come vengono organizzate le proteste?

In questo momento un grande strumento di mobilitazione sono i social media. Ci aiutano ad entrare in contatto a dire quello che pensiamo anche se da un momento all’altro il governo può decidere di spegnerli. E’ successo tre giorni fa, ad esempio, e potrebbero rifarlo.

Epa Ansa | Le manifestazioni a favore di Mousavi nel 2009

Se dovesse esserci una vera guerra con gli Stati Uniti?

La prospettiva mi spaventa: ci saranno più morti e più repressione.

Ma se per ipotesi vincessero gli Usa e invadessero l’Iran, ragioniamo per assurdo: secondo te sareste più liberi?

Credo di no. Non mi fido degli americani, penso che agiscano per i loro interessi non per i nostri. Non porterebbero democrazia o diritti, prenderebbero quello che vogliono e basta. L’unica strada che abbiamo davanti è quella più lunga e più difficile. Abbiamo bisogno di far crescere una nostra democrazia, anche attraverso la cultura. Non abbiamo scelta.

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