Effetti collaterali: «Col Coronavirus rischio estremismi. Ma l’Ue sta dando prova di saggezza» – Intervista a Enrico Letta

Per l’ex presidente del Consiglio il parallelo storico più calzante con l’attuale emergenza è la crisi del 2008-2012. Allora le istituzioni europee si mossero con colpevole ritardo, ma secondo Letta la lezione è stata capita

Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, sia in Italia che all’estero si è parlato molto del rischio di una possibile deriva autoritaria. Le occasioni non sono certamente mancate, a partire dal dibattito sull’efficacia delle misure adottate dalla Cina, che nell’affrontare l’epidemia ha imposto ai propri cittadini regole impensabili in una democrazia, e che qualcuno ha visto come un modello positivo se confrontato con la lentezza e la farraginosità tipica dei sistemi democratici. In Italia come nell’Unione europea. E quando da noi si sono adottate regole al limite di quanto consentito normalmente nelle democrazie, quali la limitazione per decreto delle libertà personali durante il lockdown, non sono mancate polemiche sulla loro legittimità.

A considerazioni di tipo costituzionale si sono sommate preoccupazioni legate alla privacy – pensiamo all’app Immuni per esempio – e paure legate non soltanto alla ripartenza, ma anche alle conseguenze della crisi economica e della sua gestione. In media le democrazie occidentali hanno visto i propri cittadini stringersi attorno alle istituzioni in un momento di difficoltà, ma non è detto che questo effetto sia duraturo. Si tratta di un problema che non riguarda soltanto l’Italia, come dimostra l’interesse della Banca centrale americana per uno studio (che potete leggere qui) sulla correlazione tra la pandemia d’influenza spagnola e l’ascesa del partito nazista in Germania. Ieri Massimo Cacciari, in una intervista a Open (che potete leggere qui) ha negato che ci sia qualsivoglia correlazione fra nazismo “arrivato dieci anni dopo” e la Spagnola. E ha sottolineato la solidità della democrazia italiana e gli scarsi rischi autoritari con una leadership debole come l’attuale.

L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, oggi Decano della Paris School of International Affairs (PSIA) presso l’università Sciences Po di Parigi, ricorda che l’Italia è stato il primo paese democratico in Europa ad adottare misure drastiche per sconfiggere il Coronavirus, sperimentando una nuova strada.

Presidente, lei vede paralleli con altri momenti storici in cui la democrazia è stata minacciata? 

«No, francamente l’unico parallelismo possibile, ma in misura minore, è con la crisi del 2008-2012 almeno per quanto riguarda l’impatto sociale. Però all’epoca il virus era di natura finanziaria, e si è trasformato poi in una recessione economica e in una drammatica crisi sociale. Questa volta invece il virus è “fisico”: andiamo incontro a una crisi di economia reale e una crisi sociale di dimensioni maggiori rispetto a quella di dieci anni fa. L’unica cosa che mi sento di dire è che crisi sociali di questo genere portano sempre all’emersione in politica degli estremismi, dunque credo che dovremmo essere molto preoccupati per l’impatto politico che potrebbe avere»

La storia ci insegna che l’ascesa dei partiti estremisti è spesso accompagnata dalla delegittimazione del parlamento. Visto anche l’utilizzo ripetuto dei decreti, lei teme un rafforzamento del potere esecutivo a discapito di quello legislativo? 

«Ho vissuto questo periodo da cittadino, da fuori e non da dentro le istituzioni. Sono rassicurato dalle parole dal Capo dello Stato Mattarella, che ha rimesso questa polemica dentro il quadro della linearità legale e costituzionale italiana. Il tema vero è la ripartenza. C’è bisogno che sia coinvolto l’intero Paese con tutte le sue istituzioni, per evitare divisioni ulteriori. In questo senso, sarà importante il massimo coinvolgimento del parlamento. E aggiungo, anche degli enti locali»

Gli estremismi si nutrono anche di rancori e risentimenti. Non pensa che una riapertura a scaglioni possa fomentare antagonismi e rivalità che lacerano il tessuto sociale? 

«Sì, è vero che potrebbero esserci risentimenti, ma la speranza di tutti noi è che questa fase duri solo pochi mesi e che manchi poco per avere un riallineamento. E aggiungo, io sono sempre stato favorevole a una riapertura scaglionata, anche in relazione alle Regioni. È importante che ci sia un po’ di flessibilità»

Un altro valore cardine della democrazia è l’accesso universale ad alcuni servizi di base, come l’educazione, che la pandemia ha ostacolato gravemente. Da questo punto di vista non siamo già in emergenza democratica? 

«Penso che sia un grandissimo problema, legato soprattutto alle disuguaglianze, più che all’emergenza democratica. Direi che se all’inizio molti hanno usato l’espressione di Totò della “livella”, in realtà si è capito subito che è un parallelo sbagliato, perché con la pandemia non c’è nessuna livella, sia nel modo di viverla, sia nel modo di uscirne. Questa è una crisi che aumenterà molto le differenze, sia quelle all’interno della nostra società – tra chi “ha” e chi “non ha”, tra centro e periferie, tra Nord e Sud – sia tra Paesi diversi. Il rischio è che si apra ulteriormente il solco tra Spagna e Italia da una parte, e Germania dall’altra, perché la capacità della Germania di mobilitare risorse attraverso il suo debito è imparagonabile alla nostra»

A proposito della situazione europea, accettare il Mes potrebbe mettere a rischio la democrazia? 

«Mi sembra un rischio totalmente sopravvalutato. Il Mes è un prestito al miglior tasso possibile. Se noi andassimo a cercare queste risorse sul mercato ci costerebbero, secondo i calcoli che ha fatto l’Osservatorio di Carlo Cottarelli, circa 5 miliardi di euro in più. Se chi non vuole usare il Mes sa dove andare a trovare questi 5 miliardi in più, faccia delle proposte concrete. A me i vantaggi sembrano talmente evidenti, che non so perché non dovremmo usarli. Tutta la polemica che è stata fatta attorno al Mes usa esclusivamente il caso della Grecia, una situazione assolutamente unica ed eccezionale, visto che il caso nasceva dal dolo da parte dei Governi greci, che avevano truccato i conti, a cui erano seguiti diversi errori da parte delle istituzioni europee. Nessuno parla mai, però, di come il Mes sia intervenuto con successo – sempre senza nessun condizionamento – sulla Spagna, che è riuscita ad uscire più rapidamente dalla crisi anche grazie ai prestiti del Mes, che hanno funzionato perfettamente».

Accentuando gli egoismi nazionali, il Coronavirus non sta mettendo a rischio la democrazia europea? 

«La democrazia europea dovrebbe ringraziare molto il presidente del parlamento David Sassoli che, insieme ai vertici del parlamento, ha assunto la decisione di tenere aperta questa istituzione europea. Si tratta di un successo molto importante anche nel merito, perché le scelte che vengono fatte dall’Europa in questo momento hanno bisogno, non solo della tecnocrazia e dei Governi, ma anche dell’apporto di chi è più vicino al territorio, ovvero dei parlamentari. Non a caso le posizioni del parlamento europeo sono più avanzate di quelle dei Governi nazionali. Questo vale anche per i partiti: il Ppe, ad esempio, sta prendendo posizioni più avanzate rispetto ai Primi ministri dei partiti che ne fanno parte. Giudico positivamente il fatto che l’Europa stia scoprendo il valore del parlamento. A questo proposito, oggi sarebbe dovuta partire la Conferenza sul futuro dell’Europa e mi sento di fare un appello per dire che è fondamentale che non vada messa ai margini e che sia un successo. La pandemia ha mostrato la necessità di fare passi avanti per completare la capacità delle istituzioni europee di parlare ai cittadini»

Visto che lei ha citato la crisi del 2008, mi può dire quali sono gli sbagli commessi all’epoca che non andrebbero ripetuti adesso per preservare la nostra democrazia?

«Innanzitutto la crisi fu considerata dell’euro e il problema fu che più di un terzo dei parlamentari europei aveva una moneta diversa dall’euro. Questo finì per rendere marginale il parlamento europeo. La seconda è una questione di rapidità, e già su questo oggi sono stati fatti passi in avanti. Allora ci vollero quattro anni per arrivare a decisioni importanti e nel frattempo crollò l’economia, mentre oggi in un mese c’è già una risposta. La terza lezione da imparare è che allora la risposta fu scaglionata: prima si affrontò la crisi finanziaria, poi quella economica e poi quella sociale. Questa volta si è deciso saggiamente di unire i tre livelli: per l’economia reale c’è il Recovery fund, di cui si sta parlando in queste ore. Poi ci sono il piano Sure per la disoccupazione e il Mes per le spese sanitarie. Intanto la Banca centrale europea sta aiutando a risolvere la crisi finanziaria»

Cosa risponde a chi vede nei modelli politici autoritari, penso per esempio alla Cina, una maggiore efficacia rispetto ai paesi democratici, nella risoluzione di situazioni di crisi come l’attuale pandemia? 

«La storia di questa vicenda andrà scritta quando si sapranno tutti i particolari, adesso credo sia ancora prematuro. L’Italia è stato il primo paese europeo che ha dovuto scegliere misure così drastiche di privazione delle libertà individuali e la nostra sfida è stata mostrare quello che si può fare in uno stato di diritto. In questo senso credo che sia molto importante che si resti vigili. Penso per esempio al caso dell’Ungheria, dove il Governo ha chiesto i pieni poteri senza mettere una data di scadenza. Un fatto molto grave, tanto che il Consiglio d’Europa ha subito puntato il dito contro questo atteggiamento che è, secondo me, da sanzionare. Assolutamente.»

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