Il testamento artistico di Ezio Bosso: «La musica è l’unica arte che, se non performata, non esiste»

Per supportare economicamente i musicisti fermi da febbraio e tornare a suonare in sicurezza, il maestro stava lanciando un progetto pilota dedicato alle orchestre di tutto il mondo

«La musica è l’unica arte della civiltà umana che, se non performata, non esiste». Lo diceva Ezio Bosso, chiuso nella sua casa di Bologna durante l’emergenza Coronavirus. Il direttore d’orchestra, morto tra il 14 e il 15 maggio a 48 anni, stava per lanciare un progetto con l’intento di salvare il mondo della musica colta dalla crisi economica indotta dalla pandemia.


I musicisti della sua Europa Philarmonic Orchestra e lo stesso Bosso non potevano lavorare da più di due mesi. Il direttore, senza aspettare le lungaggini della legge, stava studiando una maniera per permettere ad archi, fiati e percussioni di tornare sui palchi e nelle platee dei teatri.

Lunedì 18 maggio sarebbe partito un live test di protocollo medico-sanitario per le orchestre diretto proprio da Bosso: una settimana di prove aperte e concerti trasmessi in streaming per provare a conciliare le necessità della musica con quelle dalla sicurezza sanitaria. I proventi dell’iniziativa, in gran parte finanziata dallo stesso Bosso, sarebbero stati utilizzati per dare sostegno economico ai musicisti precari.

Fino al pomeriggio del 14 maggio Bosso stava bene, era entusiasta per l’iniziativa e anche un po’ arrabbiato per la gestione politica dell’emergenza relativa al mondo delle orchestre: troppi ritardi, troppi silenzi, diceva. Allora si era dato da fare per mettere in piedi, da solo, la sua visione di musica post pandemia.

Il suo ultimo atto per la musica

Il maestro Ezio Bosso considerava la musica la sua cura, una cura per l’anima di tutti. La sua visione, in un momento in cui le persone sono soggette a pressioni psicologiche di ogni tipo e preoccupazioni per il futuro, vedeva nell’orchestra la metafora perfetta della società ideale.

Una società composta, disciplinata, unita dalla volontà di miglioramento reciproco attraverso lo studio, l’impegno e la crescita con e nella partitura, intesa come carta costituzionale a cui aderire tutti, superando le singole differenze.

La sua visione superava i confini delle nazioni, osteggiava l’idea di un mondo diviso: lo si legge anche nel nome dell’orchestra che ha fondato e diretto fino alla morte, l’Europa Philarmonic Orchestra. Il maestro pensava che l’orchestra potesse essere la rappresentazione perfetta della società internazionale, con musicisti di ogni età provenienti da tutto il mondo.

Musicisti uniti nell’aiuto reciproco: trombettisti, violoncellisti, tutti uniti nell’onorare la responsabilità di cui ci si carica quando si porge l’arte, quindi cura e sollievo, al pubblico. Pubblico che a sua volta, nell’idea di Bosso, è un musicista silente, parte integrante del concerto e membro dell’orchestra stessa.

«Il tempo è un pozzo nero. E la magia che abbiamo in mano noi musicisti è quella di stare nel tempo, di dilatare il tempo, di rubare il tempo», diceva il maestro Bosso. Lui è riuscito a portare luce in quel pozzo nero: la sua musica, il suo talento, la sua passione, i suoi insegnamenti non conoscono altro limite che l’eternità.

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