Coronavirus, le norme anti-movida nelle città italiane e il paradosso delle riaperture

In tutta Italia, sindaci, prefetti ed esercenti stanno mettendo in atto “misure tampone” anti-movida: controlli, multe e ipotesi di chiusure dei locali. Ma gli assembramenti sono solo colpa dei giovani o di una seria assenza di progettualità?

In principio fu la popolazione di origine cinese, poi il paziente 1 di Codogno, poi le persone nei supermercati, poi vennero i runner, e ora, con la riapertura di bar, pub, ristoranti e piccoli locali, l’Italia ha trovato un nuovo “nemico” contro cui concentrare le proprie forze in chiave contenimento dei contagi da Coronavirus. La discussione intorno al tema rimbalza sui social e riempie copiosamente le bocche dei politici, degli esperti, degli amministratori locali e degli esercenti: la “movida”.


Un termine abusato, che porta con sé contraddizioni pragmatiche intrinseche in questa Fase 2. Una parola misconosciuta alle nuove generazioni, che peraltro vengono considerate le principali (ir)responsabili di questo rito collettivo e “di fatto già colpevoli” di «alimentare questi focolai permanenti». 

Il paradosso delle riaperture e la ripartizione delle responsabilità

Sullo sfondo, il paradosso: da un lato si è dato modo di riaprire al pubblico le attività in cui vengono somministrati cibi e bevande, il cui consumo avviene molto spesso all’esterno del locale, dall’altro il fatto che le persone, non solo giovani, tornino effettivamente a frequentare questi luoghi. A ciò si aggiunge il fatto che il consumo di cibo e di liquidi, per secolari e palesi questioni anatomiche umane, richiede necessariamente il discostamento della mascherina, il cui uso è però obbligatorio negli spazi aperti. 

Perché se da un lato bar, pub, enoteche, pizzerie e ristoranti hanno riaperto i battenti per tornare a provare a respirare economicamente (elemento che richiede di fatto il ritorno dei clienti in questi locali), dall’altro i titolari non hanno spesso modo di poter controllare che le misure del distanziamento sociale vengano rispettate dai clienti all’esterno delle loro attività, rischiando peraltro di vedersi recapitare il ritiro della licenza.

E non a caso, molti titolari di bar, pub, enoteche e attività simili, per scongiurare questa eventualità, dopo pochi giorni dalle riaperture del 18 maggio, hanno optato per abbassare nuovamente le saracinesche e chiudere i propri locali.

Le soluzioni tampone dei Comuni e delle Regioni

Cosa fare, dunque, per fare in modo che il cane non continui a mordersi la coda e per evitare che, ancora una volta, venga individuato un colpevole contro cui puntare il dito (senza che la situazione possa risolversi pragmaticamente) in questa fase definita di “nuova normalità”?

Al momento, quel che è certo è che manca una progettualità di fondo. Nel mentre, i vari amministratori locali e le forze dell’ordine stanno tentando, in ordine più o meno sparso a seconda delle regioni, delle città e nelle zone con maggiore concentrazione di questi locali, di arginare questa situazione venuta a crearsi in questi primi giorni di riaperture. Ed è così che tra tavoli tecnici tra Regioni, Comuni, forze dell’ordine ed esercenti, le misure adottate, a seconda delle città, al momento sono le più svariate.

Le misure anti-movida nelle principali città italiane

A Milano il sindaco Beppe Sala, in accordo con il prefetto e la regione Lombardia, ha assicurato «tolleranza zero» con controlli a tappeto, multe e sigilli per i locali che non rispettano le regole, aumento delle pattuglie di sorveglianza e massima severità, in particolare nella zona dei Navigli (già al centro di polemiche nei giorni scorsi, ndr) e di piazza XXV Aprile. 

A Torino e in tutto il Piemonte, dopo l’incontro tra il presidente della Regione Alberto Cirio, la sindaca Chiara Appendino, la prefettura e la questura, sono state predisposte regole anti-movida, facendo appello alla responsabilità dei cittadini e degli esercenti. Carabinieri e guardia di finanza auspicano che la loro presenza rappresenti un «deterrente» e che «i controlli restino sul profilo preventivo» e dunque che non si «rischi di sfociare nella fase repressiva». 

A Roma la sindaca Virginia Raggi ha deciso di aumentare i controlli con circa 1.000 agenti che si concentreranno prevalentemente nelle zone di San Lorenzo, Trastevere, Ponte Milvio, Capo de’ Fiori, Pigneto e Testaccio, così come sul lungomare di Ostia. In caso di mancato rispetto delle norme di distanziamento sociale le multe potrebbero andare dai 400 ai 3.000 euro. 

A Bologna il sindaco Virginio Merola, in accordo con il questore, ha annunciato «un maggiore impegno e una più stretta collaborazione tra le forze dell’ordine e la polizia locale per esercitare i controlli, disperdere assembramenti e applicare sanzioni alle persone che non rispettano le regole, siano essi gestori o clienti». 

A Padova, a seguito di un incontro tra Comune, esercenti e forze dell’ordine, si è optato invece per l’introduzione di appositi addetti alla sicurezza al di fuori dei locali, al fine di evitare gli assembramenti, e di intensificare e favorire il servizio solo per i clienti seduti ai tavoli. Il Comune, da parte sua, ha inoltre proposto la delocalizzazione dei bar in zone più ampie e periferiche, come parchi e giardini, affinché i locali più piccoli (che vivono prevalentemente di assembramenti esterni) possano continuare a lavorare. 

A Firenze contro la «movida selvaggia» il comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza della prefettura ha optato per intensificare e creare presidi fissi in alcune zone ritenute ad alto rischio, come Santo Spirito, Sant’Ambrogio, San Pierino, piazza Poggi e nei giardini Riccardo Marasco. Aumenteranno, anche in questo caso, controlli e possibili multe. 

A Bari le zone interessate dall’aumento dei controlli predisposti dal questore della città saranno la zona Umbertina, il lungomare, Torre a Mare, Santo Spirito e Palese, il quartiere Poggiofranco. 

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