«Costruiamo un mondo senza odio (e lavatevi le mani)»: Zingaretti, Facebook e la banalità del bene

Dalla giornata contro l’omofobia ai fondi europei, sui social il segretario del Pd dice e non dice (ma più non dice)

Fase due? «Non abbassiamo la guardia! Usa la mascherina, lava spesso le mani, mantieni la distanza di sicurezza». Scuole chiuse e famiglie inviperite? «Ripartiamo dai bambini e dai bisogno delle famiglie. Centri estivi, progetti di educazione e cura, congedi parentali ad ore». E gli adolescenti che fanno gli aperitivi, non saranno degli irresponsabili da mazzolare? Assolutamente no: «I giovani non sono untori».

Però aspetta, non assolviamoli troppo, si sa che sono un po’ debosciati: «Sì, serve da parte loro, come di tutti, responsabilità nei comportamenti, ma non bisogna criminalizzarli». E gli anziani, gli anziani che se la sono vista brutta? Un saluto anche a loro non ce lo vogliamo mettere? «Nonna di 104 anni guarisce dal #Covid, una bella notizia che ci arriva dalla Asl di Rieti».

La comunicazione social del segretario del Pd Nicola Zingaretti è tutta così. Lo era già prima della Pandemia e lo è diventata ancor di più nel corso della crisi da lockdown. Punta sul sentimento buono, molto buono, perfino un po’ ciccipuccioso, genialmente immortalato da quel meme di alcuni mesi fa in cui il sergente Hartman chiedeva alla matricola Zingaretti di «fare la faccia da guerra» come in Full Metal Jacket. E il risultato era questo:

Il 2 giugno, quando Lega e Fratelli d’Italia vogliono scendere in piazza e cantarle al governo che si fa? «Non è la giornata di una parte. Esponiamo il tricolore alle finestre per l’Italia e la sua rinascita. Uniti». La giornata contro l’omofobia, può essere l’occasione per dire sì ai matrimoni tra persone dello stesso sesso? O meglio di no, che la Cei già rompe per le chiese chiuse causa virus?

«Ora è tempo di costruire un mondo migliore, senza odio, senza violenza e senza omofobia», perfetto piacerà anche all’ex Papa Ratzinger. Ma le riaperture meglio farle o non farle? «Bisogna unire vita, prudenza e responsabilità». E sul vaccino, aspettiamo che sia diffuso a tutti o facciamo la prelazione come gli americani e gli inglesi? «Un vaccino che dovrà essere un bene comune, accessibile a tutti, fabbricato e realizzato in Italia».

Il paradosso è che la nuance dell’avverbio si applica anche a questioni spigolose. «La proposta di Francia e Germania sul Recovery Fund è un passo avanti importante, così come la riflessione di Lagarde su un nuovo Patto di Stabilità». Sul Mes che, piaccia o no è il centro della polemica politica di questi giorni in Italia quando si parla di fondi europei, neppure una parola.

I numeri sono crudeli, si sa. Nonostante un rispettabilissimo 21% nei sondaggi, da confermare al momento del voto, il leader Zingaretti ha una fanbase di 330mila iscritti su Facebook e leggermente più alta su Twitter patria degli addetti ai lavori o aspiranti tali: 522mila seguaci. Tanto per capirci, se restiamo su Facebook, la metà di Gianluigi Paragone che un partito suo neppure ce l’ha.

Che sia una scelta, una strategia politica e comunicativa, non c’è dubbio. Una strategia che punta ad accreditarsi come un leader serio, che unisce e non divide, che sostiene il governo in un momento delicatissimo con senso di responsabilità. Una strategia che ricorda la linea che è stata poi l’unica davvero di successo per il centrosinistra: la «grande forza tranquilla» del Romano Prodi due volte vincitore delle elezioni nazionali e, pure quella, immortalata da una geniale imitazione pre-meme: il semaforo di Corrado Guzzanti. P

eccato che la force tranquille di Mitterrand che quello slogan richiamava (reload proposto da Paolo Gentiloni, pare) tranquilla non lo era per niente, basta chiederlo ai ricchi francesi che furono sottoposti alla patrimoniale. Era solo lo slogan a dire così, ovviamente. E stiamo parlando del 1981, quando i social e la comunicazione contavano davvero molto, molto meno di ora. Trasferita su Facebook un quarto di secolo dopo quella strategia ha un effetto esilarante. Dalla forza tranquilla alla banalità del bene.

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