Alemanno lascia il carcere: «Vannacci? Non voglio candidarmi». L’invito a Meloni e la frecciata a Crosetto: lo striscione fuori da Rebibbia – I video
Gianni Alemanno ha varcato il cancello del penitenziario di Rebibbia poco prima delle 10 del mattino del 24 giugno, dopo aver scontato la pena di 1 anno, 5 mesi e 24 giorni per traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio. Camicia blu, pantaloni neri e barba di pochi giorni, l’ex sindaco di Roma è stato accolto da circa un centinaio di sostenitori al grido di «Uno di noi, Gianni uno di noi», come racconta il Corriere della Sera. Ad attenderlo anche cronisti, cameraman e diversi esponenti della politica capitolina. La prima dichiarazione del 68enne è stata netta: «Io esco da questo carcere da innocente. Ho fatto un anno e mezzo da innocente e non dovevo stare qua», ricordando che il reato per cui era stato condannato nel frattempo è stato abolito.
Le condizioni delle carceri italiane secondo Alemanno
Davanti a microfoni e taccuini, l’ex primo cittadino ha trasformato il momento dell’uscita in un atto d’accusa contro il sistema penitenziario, definito «una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica» e «un’offesa per come tratta la gente». Ha annunciato che chiederà un confronto con il guardasigilli Carlo Nordio e un incontro al Dap, denunciando il 140% di sovraffollamento e le condizioni climatiche delle celle: «Stanotte ha fatto un caldo allucinante come in tutta Europa, però lì non c’è nessuna possibilità di difendersi». E sul governo e le politiche carcerarie, l’ex sindaco di Roma attacca: «Sul sovraffollamento il governo non ha fatto nulla».

Alemanno e Vannacci: cena e alleanza politica
Il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, non era ai cancelli del penitenziario come anticipato da diversi giornali, ma il faccia a faccia è solo rinviato di qualche ora: «Lo vedo stasera a cena», ha confermato Alemanno, che lo ha definito «il volto nuovo e la speranza della politica italiana», pur ammettendo divergenze su alcuni punti. L’ex sindaco, che continua a fare politica con il movimento «Indipendenza» avvicinandosi anche a Marco Rizzo, ha però chiuso la porta a una propria corsa elettorale: «Non voglio candidarmi a nulla, né a sindaco, né a cose istituzionali, ho già dato». L’impegno con il generale resta invece centrale: «Vannacci è la persona che rompe gli schemi e che apre una prospettiva diversa».
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L’appello a Meloni e la stoccata a Crosetto
Il messaggio politico più diretto è andato a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni, secondo Alemanno, deve «aprire un grande dibattito nella destra», perché «in Italia bisogna cambiare tutto, non c’è niente da conservare». La proposta è esplicita: «Se Giorgia Meloni si impegna a fare questi cambiamenti faccia una telefonata a Vannacci e si vedrà cosa si può fare. Altrimenti con l’arroganza e con la prepotenza sarà sempre respinta». Stoccata anche a Guido Crosetto, che aveva accusato il generale di regalare voti alla sinistra: «Crosetto si debba fare un esame di coscienza sul modo con cui ha generato il fenomeno Vannacci». La giornata si è poi sviluppata tra il passaggio a casa, il pranzo con i sostenitori storici al ristorante Mozzico sulla Tiburtina e la cena serale con Vannacci in viale Angelico, ai Prati.
Il caso Mondo di Mezzo e le lettere dal carcere
Alemanno era detenuto a Rebibbia dalla sera del 31 dicembre 2024 nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo, il sistema corruttivo che vedeva tra le figure di spicco l’ex Nar Massimo Carminati. Nelle prime battute dell’indagine era stato accusato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso e corruzione, contestazioni poi derubricate. Difeso dall’avvocato Edoardo Albertario, scontava la pena ai servizi sociali con affidamento in prova all’associazione So.Spe (Solidarietà e Speranza), ma era stato riportato in cella per la violazione degli obblighi imposti dai magistrati di sorveglianza. Durante la reclusione ha pubblicato su Facebook un diario di cella e lettere-denuncia, raccontando di «celle di 4 posti riempite con 6 persone una sull’altra» e di una burocrazia penitenziaria «lenta e prepotente». Dal cancello appena varcato, promette ora di portare la battaglia all’esterno: «Un pezzo del mio cuore rimane tra qui a Rebibbia, nelle celle dove si muore di caldo».

