La rivolta di Facebook contro Zuckerberg. Scioperi, dimissioni e infine la lettera degli ex dipendenti – Le tappe

La rivolta dei dipendenti segue la decisione del fondatore di non oscurare un messaggio del presidente Trump sulle proteste per l’omicidio di George Floyd. Da allora i tentativi di mediazione di Zuck non sembrano aver sortito l’effetto sperato

Tra i dipendenti di Facebook e il suo fondatore Mark Zuckerberg si sta creando una crepa che rischia di diventare insanabile. Il colloquio avvenuto su Zoom martedì mattina tra Zuck e circa 25 mila dipendenti non ha calmato gli animi all’interno dell’azienda. Dopo lo sciopero virtuale indetto lunedì (i numeri esatti non sono noti, ma avrebbero partecipato almeno 400 dipendenti) oggi, il 3 giugno, circa trenta ex-dipendenti hanno inviato una lettera aperta a Zuckerberg in cui definiscono la sua decisione di non oscurare un tweet di Trump – «quando iniziano i saccheggi iniziano gli spari» aveva scritto il presidente in riferimento alle proteste scoppiate negli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd – un «tradimento» dei valori dell’azienda.


La lettera

Tra i firmatari ci sono anche persone, come il primo capo delle comunicazione, che hanno occupato posizioni di rilievo all’interno dell’azienda. A Zuckerberg rimproverano essenzialmente di applicare due pesi e due misure. Il fondatore di Facebook ha dichiarato di non voler oscurare i commenti di Trump perché non vuole che l’azienda agisca come “arbitro della verità”, ma, come fanno notare i firmatari, Facebook «monitora il discorso continuamente quando aggiunge avvisi ai collegamenti, riduce i contenuti per ridurne la diffusione e controlla i discorsi politici dei non politici». Se lo fa con gli utenti “normali”, perché non dovrebbe farlo anche con Trump?

Inoltre, continuano i firmatari, grazie al lavoro svolto dal Dangerous Speech Project e altri gruppi di ricerca, oggi sono ben noti gli effetti che le parole dei politici e, generalmente, di chi occupa posizioni di autorità possono avere sulla popolazione. Una ragione in più per vigilare su ciò che scrivono. Per questo è necessario “procedere in modo audace”, è l’appello finale al fondatore. Rivolgendosi invece ai dipendenti dell’azienda che hanno contestato la decisione di Zuckerberg di non oscurare il tweet di Trump, scrivono: «Vi vediamo, vi supportiamo e vogliamo aiutarvi. Speriamo che continuerete a porvi la domanda che si può leggere sui poster appesi negli uffici di Facebook: “Cosa faresti se non avessi paura?”».

Fioccano dimissioni. E i dipendenti scioperano

In un’intervista all’emittente conservatrice Fox News, Zuckerberg – commentando la decisione di Twitter di segnalare i tweet “falsi” del presidente – aveva motivato la sua scelta contraria, dicendo di credere fermamente «che Facebook non dovrebbe essere l’arbitro della verità di tutto ciò che le persone dicono online». Insomma, il presidente avrebbe avuto il diritto di esprimere un parere che invitava sì una reazione aggressiva da parte della polizia ma che, secondo Zuckerberg, non incitava alla violenza, uno dei principi usati dalla compagnia per rimuovere post dalla piattaforma.

La decisione era stata duramente contestata da una parte dei dipendenti di Facebook. Lunedì è partito uno sciopero virtuale (visto che gli uffici della compagnia sono chiusi per il Coronavirus) a cui hanno partecipato centinaia di dipendenti. Su Twitter e Facebook invece hanno cominciato a circolare messaggi di dipendenti che esprimevano il loro dissenso, che annunciavano la propria partecipazione allo sciopero virtuale o perfino che davano le proprie dimissioni.

È il caso di Timothy Aveni, ingegnere, ormai ex-dipendente di Facebook, che ha deciso di lasciare la compagnia perché a suo avviso non sta applicando le proprie regole sull’incitamento all’odio. Più diplomatico è Ryan Freitas, responsabile del design di Facebook News Feed. Su Twitter il 1 giugno Freitas scriveva «Mark si sbaglia», sostenendo però che fosse meglio «rimanere e combattere» per cambiare le cose.

In 25 mila partecipano alla Q&A su Zoom. Ma Zuck non convince

Per tentare di arginare l’ondata di malcontento, Zuckerberg ha anticipato a martedì un confronto con i dipendenti che inizialmente era previsto per giovedì e al quale hanno partecipato circa 25 mila dipendenti. Ma, nonostante i malumori e le proteste che la sua dichiarazione aveva generato, secondo il sito di tecnologia The Verge, che ha ottenuto l’audio, Zuckerberg avrebbe mantenuto questa linea durante il lungo colloquio.

Nessun dietrofront dunque rispetto alla scelta di non rimuovere o etichettare i post di Trump – «una scelta difficile ma giusta», avrebbe dichiarato Zuckerberg durante il Q&A con i dipendenti – nonostante, per sua stessa ammissione, sia rimasto turbato dal post di Trump. Un conto è «la mia opinione personale», un altro invece è la «nostra policy» avrebbe dichiarato Zuckerberg.

Ma, stando alle testimonianze raccolte da The Verge, una parte sostanziale dei dipendenti non sarebbe soddisfatta dell’incontro. «Tutti siamo grati di aver avuto la possibilità di affrontare queste cose direttamente con lui», dichiara un dipendente. «Allo stesso tempo, nessuno pensa di aver dato una sola vera risposta». Secondo un altro dipendente Zuckerberg sarebbe apparso davvero spaventato durante il colloquio. «Penso che tema che i suoi dipendenti si rivoltino contro di lui».

Foto di copertina: Twitter

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