Coronavirus, Ricciardi: «Vaccino entro dicembre: prima ai sanitari, poi gli anziani»

L’Italia ha fatto fronte comune con Francia, Germani e Olanda per stilare i primi accordi sui vaccini. Oltre a AstraZeneca, il governo sta dialogando con Johnson&Johnson

Alla fine, con qualche settimana di attesa in più rispetto ad altri Paesi, anche l’Italia ha firmato l’accordo con una casa farmaceutica per il vaccino contro il Coronavirus. La prelazione, sottoscritta con AstraZeneca insieme a Francia, Germania e Olanda, rientra nel progetto di alleanza europea e garantirà all’Unione 400 milioni di dosi. Mentre si dialoga anche con Johnson&Johnson, il consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi ha fatto sapere che i primi a riceverlo qui da noi saranno i medici e gli operatori sanitari.

«I primi a vaccinarsi saranno i lavoratori della Sanità», ha detto in un’intervista a Repubblica. «E poi le persone a rischio, per età o perché colpite da certe patologie, e le forze dell’ordine». Se tutto procederà come previsto, le prime dosi dovrebbero arrivare tra novembre e dicembre di quest’anno: AstraZeneca è alla fase 2 della sperimentazione, il che significa, in termini pratici, che hanno almeno sei mesi di vantaggio sugli altri studi.

I primi Paesi a muoversi erano stati gli Stati Uniti – che avevano firmato la prelazione con la francese Sanofi, scatenando le polemiche generali – la Gran Bretagna (proprio con AstraZeneca) e l’India. «Rischiavamo di restare indietro», ha riconosciuto Ricciardi. Circa un mese fa, Open aveva contattato il Ministero della Salute per capire se ci fossero o meno novità in tema di accordi. La risposta era stata negativa e anche fonti vicine al commissario Domenico Arcuri avevano fatto capire, lo scorso maggio, che la questione vaccini era ancora molto lontana.

L’idea iniziale era quella di fare fronte comune europeo, ma, secondo quanto spiegato da Ricciardi, «la Commissione è molto lenta nelle procedure e si è deciso che 4 Paesi facessero da apripista». Il vaccino che verrà distribuito da AstraZeneca è in studio all’Università di Oxford e alla Irbm di Pomezia: «L’azienda deve poter usare gli stabilimenti messi a disposizione, sulla base di accordi, dai produttori dei vari Paesi», ha spiegato. «Noi produrremo in Italia, aggirando così il rischio che altri Stati dove si preparano i vaccini ci lascino indietro».

Comunque, la visione del “vaccino come bene pubblico” parrebbe essere rimasta tra le linee guida delle scelte. Ricciardi ha fatto sapere che, oltre al dialogo con Johnson&Johnson, tra i candidati per gli accordi ci sarebbe anche Moderna negli Usa. Un’opzione che però non convince l’Italia: Moderna offre un accordo «troppo commerciale», dal quale otterrebbe profitto rivendendo le dosi a un prezzo più alto del costo. Se il vaccino in studio a Oxford e Pomezia dovesse fallire, «l’Italia punterà su quelli in cui su cui la Ue sta per investire 2 miliardi del fondo Esi. Per questo abbiamo più candidati».

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