Da Nord a Sud tutti i “pentiti” del bonus da 600 euro, tra filantropia ed errori “in buona fede”

Non solo parlamentari, anche consiglieri regionali, assessori, sindaci, che ora escono allo scoperto per giocare d’anticipo. In Veneto anche altri due consiglieri regionali, oltre al vicepresidente

Continuano a sbucare in tutta Italia i primi nomi dei politici beneficiari del bonus Inps da 600 euro e, con questi, fioccano anche i mea culpa, le spiegazioni, i distinguo, le difese e le restituzioni. Come il caso del consigliere regionale leghista in Piemonte Matteo Gagliasso, 27 anni, ingegnere, libero professionista: «Venerdì ho fatto il bonifico e restituito all’Inps milleduecento euro, le due rate del bonus che avevo ricevuto», ha raccontato a Lo Spiffero.

A lui si aggiunge il vicepresidente della regione Veneto, Gianluca Forcolin, 51 anni, eletto sempre tra le file del Carroccio. Forcolin ha spiegato che a fare domanda per lui è stato lo studio associato di tributaristi di cui è socio. Sta facendo discutere poi il caso di Ubaldo Bocci, ex sfidante di Nardella nelle elezioni a Firenze e ora portavoce dell’opposizione, che ha confermato di aver preso il bonus «per darlo in beneficenza».

In Veneto due consiglieri e il vice di Zaia

Forcolin ha assicurato al Corriere della Sera che il bonus non è mai arrivato e che se anche gli fosse stato accreditato lo avrebbe girato ai suoi dipendenti che erano in cassa integrazione. Sempre in Veneto a chiedere il bonus sarebbero stati anche i due consiglieri regionali Riccardo Barbisan e Alessandro Montagnoli. Il primo lo avrebbe ricevuto e dato in beneficenza, producendo documenti che lo attesterebbero. Montagnoli invece si è affidato a Facebook per chiarire la sua posizione.

«Quando è uscito il decreto Cura Italia – ha scritto in un lungo post -, che riguardava tutti i lavoratori autonomi, ho deciso con mia moglie di richiedere il bonus con l’intento fin da subito di devolverli per l’emergenza Covid e a chi lavora nella Protezione civile. Ho sbagliato: con il senno di poi ho fatto una leggerezza, ma in buona fede. Questi soldi ero sicuro sarebbero stati spesi bene, dal territorio per il nostro territorio».

Il consigliere comunale fiorentino

Anche Ubaldo Bocci, candidato sindaco del centrodestra che ha sfidato Dario Nardella alle scorse comunali a Firenze, oggi coordinatore del centrodestra in Palazzo Vecchio, ha ammesso di aver chiesto e ricevuto il bonus per «darlo in beneficenza». Bocci ha spiegato che ad avanzare la domanda è stato il suo commercialista. A Bocci sono state accreditate due rate del bonus per un totale di 1200 euro.

«Ho preso i primi 600 a marzo e i successivi ad aprile e li ho donati a un’associazione contro la droga, a un’altra che fa assistenza ai poveri e a un orfanotrofio in India», ha riferito al Corriere della Sera. Bocci ha affermato anche di averlo fatto per dimostrare il meccanismo sbagliato alla base della legge. E ha concluso: «Il problema non sono i consiglieri comunali che in un anno guadagnano meno di un consigliere regionale in un mese».

I casi in Piemonte

Un paio di giorni prima dello scoppio del caso sarebbe avvenuta la restituzione da parte del consigliere leghista Gagliasso. Il 27enne ha spiegato che la richiesta è partita dal suo commercialista. «Io poi non ho seguito la vicenda, impegnato nell’attività di consigliere. Ma ci tengo a sottolineare che anche dopo la mia elezione ho sempre continuato a tenere la partita iva aperta e nel periodo dell’emergenza ho accusato un calo di fatturato», ha detto.

Una pratica andata a buon fine, perché Gagliasso ha effettivamente ricevuto due rate del bonus. «La pratica è andata avanti, ma prima di partire per le vacanze circa dieci giorni fa ho fatto l’estratto conto e ho visto che mi erano stati accreditate due rate del bonus. A quel punto, di mia spontanea volontà, venerdì pomeriggio ho fatto il bonifico all’Inps. Quando è uscita la notizia io ero tranquillo perché sapevo di aver già restituito tutto. Ho verificato stamattina e i soldi sono già stati accreditati all’Inps».

Sempre in Piemonte a far discutere è anche il caso del consigliere regionale Pd Diego Sarno. Anche lui si è affidato a Facebook per le spiegazioni: la richiesta all’Inps del bonus di 600 euro è partita a suo nome per un «errore» cui ha rimediato, non appena ha «visto la somma accreditata sul conto corrente», versando il denaro in beneficenza per l’emergenza Covid.

«La mia compagna – ha precisato Sarno – fa questo di lavoro e da sempre gestisce la contabilità riguardante la mia attività professionale. Durante il lockdown, per provare diverse procedure, ha usato la sua partita Iva e anche la mia (avendone due tipologie diverse) così da essere pronta per assolvere senza errori e con una maggiore velocità le molte procedure gestite per i clienti dello studio nel quale lavora. Quando è uscito il bonus per gli autonomi, come sempre ha usato la mia partita iva per provare la procedura e nella contemporaneità di quelle degli altri clienti ha concluso anche la mia per errore».

Il segretario Pd di Como

Ma ci sono anche casi che riguardano consiglieri comunali o sindaci di piccoli paesi. «Non aspetto che qualcuno trafughi notizie, né che l’Inps renda noti i nomi, ma preferisco dire subito che, pur essendo sindaco di un piccolo Comune, ho chiesto il bonus da 600 euro come libero professionista». Federico Broggi, segretario provinciale del Pd di Como nonché sindaco di Solbiate con Cagno – comune di circa 4.000 abitanti – non ha aspettato che fosse qualcun altro a fare il suo nome, ammettendo di aver percepito il bonus.

Broggi ha però spiegato di non averlo fatto «per rubare qualcosa, ma per un semplice e chiaro motivo: dopo l’ultima fattura del 26 febbraio, a marzo, aprile e maggio ho fatturato zero con la mia partita Iva». Broggi ha detto di avere chiesto i 600 euro «perché il mio lavoro non è quello del sindaco, ma quello di fare selezione del personale; perché anche oggi sto dedicando più tempo al Comune che al mio vero lavoro; perché nonostante il non fatturato di 3 mesi, tra luglio e ottobre ho giustamente versato e verserò quasi 3.000 euro di contributi e tasse; nonostante tutto ciò, ho continuato a saldare gli impegni presi negli anni precedenti».

Il caso Lamezia Terme

Anche Rosario Piccioni, consigliere comunale di una lista civica a Lamezia Terme, in Calabria, si è fatto avanti con un post pubblicato su Facebook. «Voglio essere trasparente fino all’inverosimile: ho chiesto e ottenuto, così come 142.000 avvocati in Italia, il bonus professionisti legato al Covid-19 semplicemente perché ne avevo diritto e ne avevo bisogno. 600 euro per il mese di marzo e 600 euro per il mese di aprile. E non me ne vergogno: perché di professione faccio l’avvocato e non il politico!!!», ha scritto.

E ancora: «Lo sanno tutti che anche la giustizia, così come tanti settori, nei mesi di marzo e aprile è stata completamente paralizzata e noi avvocati non abbiamo lavorato: non abbiamo svolto cause e non abbiamo potuto ricevere clienti». Piccioni è stato sconfitto alle comunali dello scorso anno, dopo essersi candidato alle amministrative col sostegno di due liste civiche vicine alla sinistra.

La consigliera di Milano

C’è poi Anita Pirovano, consigliera comunale a Milano per Milano Progressista. Anche lei in queste ore ha scelto la via dell’autodenuncia scrivendo un comunicato pubblico su Facebook. «Mi autodenuncio», ha detto. «Non vivo di politica perché non voglio e non potrei. Non potrei perché ho un mutuo, faccio la spesa, mantengo mia figlia e ogni tanto mi piace uscire e durante le ferie andare in vacanza. Infine e soprattutto pur non cedendo alle sirene antipolitiche ho capito sulla mia pelle che avere un lavoro (nel mio caso più d’uno in regime di lavoro autonomo) mi consente di essere “più libera” nell’impegno politico presente e ancora più nelle scelte sul futuro, per definizione incerto».

Raggiunta per un’intervista da Radio Capital, si è giustificata dicendo: «Non ho sbagliato, lavoro da psicologa ed è la mia attività principale, e avendo avuto come tutti una situazione di difficoltà in questi mesi ho chiesto di accedere a una misura che esisteva», dice. «Se fossi stata ricca non l’avrei chiesto. Siccome come la maggior parte degli italiani vivevo una situazione di difficoltà in quei mesi, ho pensato che come tutti i lavoratori potevo chiedere di accedere alla pari degli altri a una misura di ammortizzatore sociale», ha concluso.

In copertina: Gianluca Forcolin

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