A Udine la prima classe a rischio contagio torna a scuola dopo meno di 14 giorni: i pericoli legati alle linee guida da “liberi tutti”

Il criterio di gestione “caso per caso” è stato approvato dalla Conferenza unificata Stato-Regioni. E ora se ne vedono i primi effetti

Il giorno è arrivato. Oggi è il 14 settembre 2020, la data spartiacque indicata dal Miur che divide (si spera per più tempo possibile) la didattica a distanza imposta dal Coronavirus e il rientro in classe. Pronti o no, si parte. E per quanto il lavoro istituzionale dei due mesi precedenti all’apertura sia stato intenso e forsennato, alcune questioni rischiano di rimanere in bilico. Tra queste c’è il tema della durata – nonché dell’obbligatorietà – della quarantena in caso di positività al Sars-Cov-2 di uno studente.


Le linee guida per la gestione dei focolai o dei casi singoli di contagio nelle scuole era stata regolamentata lo scorso 21 agosto da un documento dell’Istituto superiore di sanità, redatto insieme al ministero della Salute. Il 28 agosto era stato approvato all’unanimità dalla conferenza unificata delle Regioni che, tra tutti i punti di frizione avuti con il governo, avevano ritenuto quel passaggio non particolarmente problematico.

D’altronde c’era ancora da sciogliere tutta la questione dei trasporti, che premeva oltremodo ai governatori, e parecchi di loro erano ancora in disaccordo (e lo sono tutt’ora) sull’obbligo delle mascherine e del rispetto della distanza di sicurezza durante le lezioni.

Ma le domande attorno alla questione restano molte. Nel caso in cui un bambino venga trovato positivo, la quarantena di 14 giorni è obbligatoria? «Sì», rispondono dal Comitato tecnico scientifico, assolutamente. «Nì», rispondo invece dall’Iss: è obbligatoria, certo, a meno che il dipartimento di Prevenzione locale (legato alle aziende sanitarie locali) non decida diversamente.

Il tampone va fatto obbligatoriamente alla fine della quarantena, così da avere il risultato più veritiero possibile? Certamente, rispondono dal Cts. Di nuovo «nì», invece, dall’Iss: dipenderà da come il dipartimento deciderà di svolgere le attività di screening. Probabilmente, sia governo che giunte avevano sottovalutato la questione.

I dubbi sulle linee guida dell’Iss e il caso di Udine

Tra medico competente e indagine del dipartimento di prevenzione (Dpd), le procedure dei controlli parrebbero essere definite. La famiglia del bambino che presenta dei sintomi deve avvertire la scuola (se è a casa, altrimenti viene messo in isolamento in una stanza nell’istituto). A quel punto, tutti i contatti stretti che ha avuto il bambino, comprese le maestre, vengono messe in isolamento preventivo. Il tampone viene fatto nei tempi più rapidi possibili e, se negativo al doppio test, tutti sono liberi di tornare a scuola. Se invece è positivo, scatta l’indagine del Dpd locale.

«I contatti stretti individuati dal Dipartimento di Prevenzione con le consuete attività di contact tracing, saranno posti in quarantena per 14 giorni dalla data dell’ultimo contatto con il caso confermato». Nessun dubbio quindi: chi è entrato in contatto stretto con il bambino deve fare 14 giorni di quarantena a partire dal giorno dell’ultima esposizione. A quel punto, bisogna fare i tamponi. Oppure no?

Dal rapporto «Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia»

Analizziamo un caso concreto. Il 3 settembre a Bertiolo, in provincia di Udine, un bambino della scuola materna va a scuola. Il giorno dopo, il 4 settembre, il bambino inizia ad accusare i sintomi e i genitori avvertono immediatamente le autorità. Al piccolo vengono fatti subito i test e mercoledì 9 settembre arriva l’esito del tampone: positivo. Tutta la classe – 14 bambini e 2 insegnanti – vengono messi in quarantena.

La sindaca del comune, Eleonora Viscardis, comunica all’Ansa che sono partite già le indagini sui contatti stretti: qualora risultassero tutti negativi, «già da lunedì si potrà tornare in classe». E il giorno dopo, infatti, tutti hanno già fatto i tamponi. Venerdì 11 settembre arriva la conferma della negatività dei bambini, e il giorno successivo anche le maestre risultano sane.

Tra il giorno dell’ultimo contatto e quello dei tamponi passano solo 6 giorni (su 14 indicati come periodo di incubazione). Nemmeno le due settimane di quarantena sono rispettate: alunni e maestre tornano in classe dopo 10 giorni.

La scuola di Udine ha dunque sbagliato? Sì, dice Luca Richeldi del Cts. «Il tampone andrebbe fatto alla fine della quarantena, per essere sicuri che la malattia sia scomparsa». Ma le linee guida non sembrerebbero così severe, o comunque aprono a piani di interpretazione non sempre confutabili.

Il professore dell’Iss Fortunato D’Ancona ha spiegato a Open che i bambini definiti contatti stretti «dovranno stare in quarantena per 14 giorni, salvo eventuale positività a un tampone effettuato dal Dipartimento di prevenzione quando ritenuto da loro opportuno (anche prima, quindi, ndR. Magari in presenza di sintomi evidenti?)». E che «i contatti stretti non potranno uscire dalla quarantena, salvo autorizzazione dal dipartimento di prevenzione».

Liberi tutti?

Ma che significa, quindi, che sarà il Dipartimento a stabilire la strategia più adatta per gli screening? «Immaginiamo che in una classe un bambino è positivo», spiega D’Ancona. «Il Dipartimento di prevenzione può decidere , oltre a prescrivere la quarantena ai contatti stretti, di sottoporli a test, ma anche di allargare il test ad altre classi, per verificare la circolazione del virus nella scuola. Il dipartimento – aggiunge – decide quindi la propria strategia in base a una valutazione della situazione caso per caso».

Dal ministero dell’Istruzione fanno capire che il caso di Udine non può essere preso ad esempio, ma che è anche «normale» che gli istituti e i Ddp stiano ancora prendendo le misure. Insomma, la questione è complessa perché le stesse catene di contagio lo sono. Dare linee guida rigide avrebbe potuto ingessare le procedure di isolamento e quarantena, con un costo (politico e sociale) troppo alto da pagare: quello di veder chiuse le scuole subito dopo averle riaperte. E sia la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, sia il ministro della Salute Roberto Speranza hanno sempre individuato come obiettivo primo l’evitare richiusure di massa.

Da 14 giorni a 10: l’idea di Speranza

Martedì 15 settembre, intanto, il ministro Speranza incontrerà il Comitato tecnico scientifico per discutere della riduzione dei tempi di quarantena. Sulla scia francese, il ministro parrebbe propenso – nell’ottica di evitare al massimo le chiusure – a ridurre i tempi di isolamento da 14 a 10 giorni. Il Cts, dal canto suo, sembra voler frenare: il periodo di incubazione della malattia non è arbitrario.

Secondo uno studio del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, inoltre, abbassare i tempi di quarantena di 4 giorni «comporterebbe una perdita di rilevamento dei casi sintomatici tra i contatti stretti dei casi confermati di circa il 6%». «Bisogna capire se è un prezzo che si vuole pagare», sottolinea a Open il professore Richeldi del Cts.

D’altra parte, dice, anche stavolta bisognerà seguire dei criteri realistici. «Molto dipenderà anche da come sarà la situazione epidemiologica e da come evolverà», aggiunge Richeldi. «Se la situazione epidemiologica sarà favorevole, allora si può anche pensare di ammorbidire un po’. Ma se invece rimarrà come ora (e cioè in aumento, anche per quanto riguarda le terapie intensive), allora certamente la cautela resta il primo criterio da considerare. Ciò non toglie che c’è una considerazione di fattibilità: quanto vengono rispettate davvero queste quarantene?».

Foto copertina: Vincenzo Monaco per Open

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