Leadership in bilico e Rousseau sotto processo: le spine del Movimento 5 stelle, verso gli Stati generali in un clima infuocato

Alle 18 si riuniscono i parlamentari grillini. Ma, dice una fonte M5s, «tutte le decisioni importanti sono rimandate». Il senatore Dessì a Open: «Ci vuole una fase congressuale per utilizzare i termini tradizionali della politica»

L’election day è ormai superato: le Regioni hanno scelto i propri governatori, il Sì ha vinto la consultazione referendaria, i Comuni hanno eletto i sindaci o comunque stabilito chi andrà al ballottaggio. A non essere superato, invece, è il clima di tensione che il risultato delle elezioni ha generato: nel centrodestra, dove addirittura a essere messa in discussione dall’exploit di Luca Zaia e dal consenso in crescita di Fratelli d’Italia è la leadership di Matteo Salvini. Ma ancor di più, è il Movimento 5 stelle a trovarsi in uno stato di fibrillazione che non si placherà presto.


Almeno fino agli Stati generali. Oggi, 24 settembre, si riuniranno i parlamentari dei 5 stelle, ma – dice una fonte del Movimento – «non si deciderà nulla». Questa riunione, prosegue, «serve a raccogliere le opinioni di deputati e senatori. Ma tutte le decisioni importanti sono rimandate agli Stati generali». Quando si terrà questo incontro tra tutte le anime grilline? «Ci sono varie ipotesi di date e di modalità di partecipazione. Nulla, ad oggi, è certo».

La sola discussione su come organizzare gli Stati generali sta provocando non pochi attriti tra le correnti interne al Movimento. «C’è chi ha proposto di farli online. Quasi tutti i parlamentari, ma anche gli attivisti dei territori sono contrari. La maggior parte di noi vorrebbe che ogni provincia italiana esprimesse dei delegati, così da avere una rappresentanza il più democratica possibile. A loro, ovviamente, si aggiungono i parlamentari e i portavoce regionali».

Ma chi prenderà le redini di un Movimento che ormai non è più il monolite ideologico pensato da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo? «Si profila una leadership collegiale», conclude la fonte parlamentare. Le questioni irrisolte, dalla piattaforma Rousseau alle espulsioni per chi, ad esempio, al referendum ha scelto di votare no, gravano sul futuro di un Movimento passato dal 32% dei consensi alle elezioni politiche del 2018 alla media nazionale dell’8,9% alle consultazioni regionali del 20 e 21 settembre.

Dessì: «Ci vuole una fase congressuale per utilizzare i termini tradizionali della politica»

ANSA/ALESSANDRO DI MEO | Emanuele Dessì, durante la prima sessione della XVIII legislatura al Senato, Roma, 23 marzo 2018

«La questione più urgente è darsi un metodo e un sistema organizzativo preciso per arrivare un momento di confronto che non c’è mai stato da quando il Movimento è nato». Emanuele Dessì, senatore e grillino della prima ora, afferma a Open: «Ci siamo sempre affidati a consultazioni in Rete. In questo momento, però, ci vuole una grande fase congressuale per utilizzare i termini tradizionali della politica». Dessì propone la costituzione di un comitato per traghettare i 5 stelle fino agli Stati generali, «che ci saranno entro pochi mesi. Bisogna anche organizzare riunioni a livello territoriale».

Senatore, ma è proprio l’assenza di una base radicata nei territori a causare, periodicamente, il calo nelle amministrative.

«Il Movimento è cresciuto molto rapidamente, non c’è stato tempo di radicarsi in sedi territoriale. Adesso però è indispensabile formare delle ramificazioni a livello locale e recuperare i valori fondanti dei 5 stelle».

Le cose però non vanno bene nemmeno a livello nazionale: la leadership è in discussione. Chi prenderà il posto di Vito Crimi?

«La futura leadership deve essere collegiale, non nelle mani di un unico capo politico. Sono stato uno dei primi a dirlo, e non è un’accusa al singolo, sia esso Di Maio o Crimi. Proprio perché le sfide da affrontare erano e sono molte, è necessaria una pluralità di persone con diverse competenze e provenienze territoriali differenti. Se poi, per motivi statuari, ci sarà bisogno di nominare un primus inter pares, è poco importante ai fini della riforma del Movimento».

Rousseau, pare di capire, non è il luogo giusto dove continuare a prendere queste decisioni fondamentali per il Movimento.

«Rousseau è una delle questioni da affrontare con urgenza. Quando apro una piattaforma del Movimento 5 stelle vorrei leggere in altro il nome del Movimento, non Rousseau, con tutto il rispetto per il filosofo. Quello che non è chiaro è che noi paghiamo una piattaforma di supporto tecnico con i soldi pubblici: non può essere utilizzata per fare marketing a uso privato. L’organizzazione proprietaria è strabordata dalle sue funzioni».

Rousseau è ancora indispensabile per il Movimento?

«Abbiamo bisogno di un portale dove dare comunicazioni e consultare i nostri iscritti. Ma le funzioni dovrebbero essere queste qui. Poi, e questa domanda la faccio io, vorrei sapere se l’offerta economica fatta da Casaleggio sia quella più conveniente a livello di mercato. Utilizzare Rousseau, poi, per insultare noi che ne paghiamo il funzionamento, durante la campagna elettorale, è stato deplorevole. Ormai si è incrinato il rapporto con Casaleggio, il quale non ha mai accettato di essere un fornitore di servizi e basta: la questione non è più solo economica, ma di fiducia. E non c’è più».

Si parla di espulsioni per circa dieci dei vostri che hanno votato no al referendum: è d’accordo?

«No, è una forzatura. Se delle persone del Movimento hanno espresso un parere diverso dalla linea, è meglio parlarci in un colloquio e al massimo chiedere una lettera di motivazioni. L’espulsione a causa del pensiero difforme di qualcuno non la concepisco proprio dal punto di vista filosofico».

Alleanze con il centrosinistra: sarebbe finita diversamente se aveste fatto un accordo per le regionali?

«Agli Stati generali si parlerà anche di alleanza strutturale. Ci siamo accorti, per il tipo di programma che abbiamo, che siamo affini a una certa area politica. Inutile negarlo: se la nostra attenzione è rivolta alle fasce più deboli, a una rivoluzione ecologica, è ovvio che ci collochiamo nell’alveo di una cultura socialista, dal punto di vista strutturale del termine. È chiaro che, muovendoci in questo campo ideologico, dobbiamo fare un ragionamento con Pd, Italia viva, Leu».

Le alleanze, quindi, bisognava farle non solo in Liguria?

«Il ragionamento bisogna farlo per le singole competizioni, per valutare il singolo candidato. Riconosco al Pd, visto il profondo radicamento territoriale, il diritto di dettare buona parte dell’agenda: ma questo non vuol dire imporre le persone. Se facciamo un discorso sui temi, con persone diverse dai dinosauri della politica, e quindi il Pd è disposto a ringiovanire la classe dirigente. Ci sono possibilità di fare discorsi a lieto fine in futuro. Detto ciò, Giani ed Emiliano hanno dimostrato di essere un riferimento importante per i propri territori: mi fa piacere che gli italiani abbiano deciso di salvaguardare certi valori, premiando la parte del Paese più sana e respingendo le pulsioni estremiste della destra».

Crucioli: «Rousseau? Va regolamentato meglio»

ANSA/FABIO FRUSTACI | Il senatore Mattia Crucioli arriva per partecipare alla riunione della Giunta delle immunità parlamentari sul caso Gregoretti, Senato, Roma, 8 gennaio 2020

Mattia Crucioli è uno dei senatori del Movimento tra i più critici nei confronti di Rousseau e di Davide Casaleggio. «È uno strumento fondamentale, ma va regolamentato meglio». Lo definisce «il cuore pulsante della democrazia diretta e partecipata: consente ai cittadini di dare indicazioni dirette ai rappresentanti in parlamento». Dalla leadership da ridisegnare alla gestione delle alleanze con gli altri partiti, sono tanti i punti sui quali, secondo lui, si concentreranno i prossimi Stati generali.

Senatore, quali sono gli elementi da affrontare per evitare che il Movimento collassi?

«Il Movimento non collasserà, ma ci sono effettivamente dei temi importanti da affrontare subito e per questo saranno convocati gli Stati generali. Il doppio mandato, che formalmente non è all’ordine del giorno, per molti è una questione decisiva. Stando invece al programma che si delinea per gli Stati generali, le questioni formalmente trattate saranno la leadership, da decidere se deve essere collegiale o monocratica e, nel caso, come esprimerla.

Il recupero dei principi fondativi del movimento, e sotto questo punto includo la scelta di campo da fare per le alleanze e la priorità da dare alle riforme. E, infine, le questioni relative a Rousseau, in particolare se deve essere un mero prestatore di servizi, separando però in maniera più netta le competenze decisionali da quelle esecutive, o se riportare lo strumento nell’alveo dell’associazione del Movimento.

In tutti i casi, qualunque sia il modello gestionale, per me è importante che ci sia una regolamentazione puntuale e pluralistica: bisogna sapere chi sceglie, quando sceglie e che cosa sceglie di mettere ai voti. Chi scrive i quesiti che sottoponiamo agli iscritti?».

Il capo politico, no?

«Rimettere tutte queste decisioni ad accordi tra il capo politico e Casaleggio non è correttissimo. Fino ad adesso, questo sistema ha mostrato delle pecche. Tante volte le critiche che sono state mosse al tenore dei quesiti potevano essere evitate se ci fosse stata una scelta pluralistica».

Restando sul tema del capo politico, deve restare uno solo o si va verso una leadership collegiale?

«Quella della leadership collegiale è una questione che va di pari passo con i contenuti e i principi da recuperare e individuare meglio. Ci sono alcuni che iniziano a diventare incompatibili con altri, quindi bisogna decidere quali sono le priorità e in che direzione andare. Dopo le questioni di merito vengono quelle di metodo e di leadership».

Quali sono i principi incompatibili a cui fa riferimento?

«Una questione importante, ad esempio, è quella del posizionamento del Movimento nel panorama politico. Coniugare il non essere né di destra nédi sinistra, che è un principio fondante e essenziale dei 5 stelle, con la situazione odierna non è semplice. Occorre prendere consapevolezza del fatto che la destra attuale non è compatibile con il Movimento. Un’alleanza con il centrosinistra, invece, che consente meglio ai 5 stelle di portare avanti le sue battaglie storiche, è auspicabile».

Non correte il rischio di essere annullati dal partito più forte dell’alleanza, il Pd?

«No, e mi spiego meglio: quello che voglio dire è che bisogna avere un’identità forte e, contemporaneamente, non avere paura di fare alleanze a livello territoriale laddove ci siano partiti che consentano la realizzazione di un programma prestabilito. Il Pd non deve essere l’unico interlocutore. Ma diciamo che in questo momento, nel campo del centrodestra, non ci sono interlocutori compatibili con la nostra idea. Va detto, chiaramente».

L’esperimento fatto in Liguria con Sansa non è stato un successo.

«Le regionali, in generale, non sono state gestite in quest’ottica organica. In Liguria si è fatto e si è perso, ma si sarebbe perso comunque. In Campania, ad esempio, era difficile e inutile farlo. Ma c’erano invece altre regioni dove si poteva essere molto più concreti e realisti: così facendo si poteva incidere e andare a governare. Anche dove il centrodestra ha vinto, se ci fosse stato un accordo, non è affatto escluso che le cose sarebbero andate allo stesso modo. Ci voleva un accordo complessivo per decidere dove mettere un candidato di centrosinistra e dove un candidato 5 stelle».

Parlando di referendum, ci saranno le espulsioni per chi ha votato no?

«Non credo e non me lo auguro che ci saranno le espulsioni. Noi continuiamo a essere inclusivi, pluralisti. Spero che prevarrà la considerazione della buona fede e dell’onestà intellettuale dei singoli».

Prima aveva accennato al limite del doppio mandato che potrebbe essere messo in discussione. Qual è la sua posizione?

«Sul doppio mandato si può pensarla in tanti modi. La maggioranza dei parlamentari e degli iscritti credono che sia un punto fondante del Movimento. Io mi auguro che non venga messo in discussione, ma se dovesse esserlo, mi batterò perché rimanga: è un principio strutturale su cui si basano i nostri valori. Le persone si prestano alla politica per un breve periodo di tempo. Fa parte dello stesso gruppo di principi, come rinunciare a una parte dello stipendio, come non ammettere parlamentari indagati: il doppio mandato è un tema dirimente per il futuro dei 5 stelle».

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