La Casa Internazionale delle Donne è salva? In arrivo i fondi dal Parlamento. Ma a Roma gli spazi sociali restano in bilico

Un emendamento in Senato salderebbe il debito con il Comune della Casa di Trastevere. Ancora incerto il destino di Lucha y Siesta. E un’altra realtà sociale, Scup, sarebbe sotto sgombero. Ma i movimenti non si arrendono

La Casa Internazionale delle Donne, realtà storica che da anni a Roma si occupa di violenza di genere e diritti delle donne, ma anche di politica e di pari opportunità, di servizi e diffusione culturale, è salva. O almeno, un primo, reale passo verso la salvezza è stato fatto: un emendamento approvato (o meglio, una sorta di fusione fra due emendamenti: il primo, presentato da Italia Viva, da Donatella Conzatti, e poi successivamente quello di un gruppo di senatrici del Partito Democratico), stanzia 900mila euro, estingue di fatto il debito pregresso della Casa e può rappresentare una base per il superamento dell’annoso contenzioso con il Comune di Roma. Il voto del Senato «rappresenta un primo importante riconoscimento delle nostre ragioni e, con le nostre, anche delle ragioni di tutti i luoghi delle donne e di tutte le donne che li fanno vivere», dicono dal direttivo della Casa oggi.


Solo che, avvertono, non basta. Se da un lato così «il Senato vuole contribuire a saldare un debito accumulato perché, come abbiamo sempre sostenuto, era praticamente impossibile da pagare» (un canone di locazione di 90mila euro l’anno, spiegano ancora, che va ad aggiungersi a «tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria di un grande edificio del ‘600» e che «è insostenibile persino per un’azienda», figurarsi «per una associazione no-profit»), dall’altro si tratta di un «riconoscimento parziale». Perché resta in sospeso la questione della convenzione del Comune con la Casa. Convenzione che l’amministrazione guidata da Virginia Raggi non ha ripristinato.

ANSA/CLAUDIO PERI | La Casa Internazionale delle Donne nel quartiere Trastevere a Roma, 9 novembre 2017

I fatti

Quella della Casa Internazionale delle Donne è stata definita dalla sua presidente Maura Cossutta «una situazione drammatica: siamo considerate inquiline morose», quindi «a tutti gli effetti sgomberabili». Ora la svolta? «Salviamo così un luogo storico del femminismo italiano, un punto di riferimento per le battaglie per i diritti e la parità, che offre una serie di servizi indipensabili per le cittadine romane», spiegano le senatrici del Pd Anna Rossomando, Valeria Valente, Valeria Fedeli, Monica Cirinnà, Caterina Bini, Caterina Biti, Paola Boldrini, Vanna Iori, Simona Malpezzi, Roberta Pinotti, Tatiana Rojc.

Ma in via della Lungara 19, nel quartiere Trastevere, nell’edificio del Buon Pastore destinato da quarant’anni a finalità sociali e inizialmente concesso dal Comune al Consorzio delle Associazioni con destinazione di pubblica utilità, non si placa la preoccupazione. Un primo tentativo di salvataggio “nazionale” era già stato fatto con il Milleproroghe a febbraio, ma senza successo. Un “salvataggio” mancato che era stato anche “rivendicato” via social da Virginia Raggi, con un tweet che aveva provocato lo scherno dei movimenti femministi.

Perché l’amministrazione pentastellata ha portato avanti una vertenza con la Casa con la richiesta degli affitti arretrati e il saldo di un debito monstre, «con la prospettiva di una gestione diretta da parte del Comune e/o della messa a bando degli spazi per aprire a nuove realtà associative». E perché Raggi & Co., accusano dalla Casa, non si sono mai voluti sedere a un tavolo per attivare una transazione con il direttivo e le associazioni che popolano da decenni questo edificio.

ANSA/CLAUDIO PERI | La Casa Internazionale delle Donne nel quartiere Trastevere a Roma, 9 novembre 2017

Il debito

Nel frattempo la Casa ha raccolto oltre 300 mila euro grazie a una «sottoscrizione che ha coinvolto migliaia di donne e di uomini, per avviare una transazione che permettesse di azzerare il debito accumulato a causa di un canone esoso», spiegava a fine settembre la presidente Maura Cossutta. Cifra che le associazioni sono pronte ad offrire al Campidoglio come transazione per gli affitti ancora da pagare.

«I 300.000 euro rappresentano un terzo dell’ammontare che il Comune ha stabilito, quota normalmente considerata del tutto congrua nelle transazioni con la pubblica amministrazione», spiegava Cossutta allora. Non solo: da anni e ancora oggi il comitato che gestisce la struttura ribadisce che il debito rivendicato sarebbe in verità assai più basso, pari alla metà – quindi intorno ai 450mila euro – in virtù di crediti che la Casa ritiene di poter vantare, tra spese di manutenzione e altro. Insomma, l’offerta di 300mila euro «copre a nostro avviso in realtà circa l’80% del debito».

Manifestazioni e tentativi di incontro da parte della Casa delle Donne con l’amministrazione capitolina guidata da Virginia Raggi in questi anni non hanno ottenuto alcun successo: quello che le donne denunciano, in questi quattro anni di amministrazione 5 Stelle, è o il silenzio totale da parte della sindaca, o risposte a loro dire inadeguate da parte degli assessorati coinvolti dal contenzioso, con un richiamo alla burocrazia e alla contabilità che mal si accompagna a quello che è uno “spazio delle donne” e un presidio culturale, sociale e politico.

Ora, con l’emendamento del Senato, «il Parlamento afferma, con il suo voto, che le attività, i servizi prestati, il ruolo nelle battaglie di libertà delle donne valgono e possono e devono essere assunti da tutta la comunità», rivendicano dalla Casa. Dal Campidoglio il tavolo per la transazione non è mai stato attivato. Anzi. E a luglio l’amministrazione ha invece chiesto alla Casa non solo il rimborso totale del debito, ma ha anche l’affitto da due anni a questa parte, ovvero dal momento della revoca della convenzione. Nonostante da quel momento non dovesse più decorrere, aggiunge Cossutta.

M5s in Campidoglio

Ora il salvataggio della Casa da parte del Senato non sarebbe stato accolto con entusiasmo dalle parti del Campidoglio. «Non ci stupisce che il Movimento 5 Stelle accolga questa iniziativa con fastidio», replicano oggi dalla Casa delle Donne. «Al di là qualche vaga parola di tanto in tanto pronunciata dalla Sindaca Raggi, infatti, i 5 Stelle questo riconoscimento non hanno mai voluto farlo, lo hanno contrastato in tutti i modi, hanno rifiutato tutte le proposte di transazione che abbiamo presentato in questi anni e che si basavano proprio sul riconoscimento del valore delle attività della Casa.

Ora la situazione dunque è cambiata. Quel debito che non avrebbe dovuto accumularsi si estingue. E ora attendiamo che la Sindaca Raggi finalmente lo capisca e che ripristini subito la convenzione con la Casa Internazionale delle Donne». Sindaca già in queste ore sotto accusa per lo scandalo dei feti sepolti senza il consenso della madre dopo un aborto terapeutico.

Sotto sgombero

A restare appesa, infatti, resta – a detta delle attiviste – la questione «di tutti i luoghi delle donne e di tutte le associazioni che stanno vivendo da anni situazioni di difficoltà e precarietà e che sono state colpite drammaticamente dalle conseguenze della pandemia». Non c’è solo, infatti, il destino del Buon Pastore appeso a un filo. Anche un’altra Casa delle donne, Lucha y Siesta – anche casa rifugio per donne che fuoriescono dalla violenza, con un numero di posti fondamentale dell’economia di una città come Roma – nel quartiere Tuscolano, vive da tempo sotto minaccia di sgombero. L’edificio di proprietà dell’azienda municipalizzata di trasporto pubblico, Atac, è stato messo all’asta.

Ora la Regione Lazio sta provando a intervenire. «Quello che noi dobbiamo riuscire a fare – spiega la consigliera Marta Bonafoni – è l’incontro tra il fatto che questo posto non sia più in fallimento, sotto asta, ma diventi pubblico, e che quindi, a fronte di questo acquisto da parte della Regione, si possa applicare la legge sui beni comuni, a quel punto regionali».

«Siamo ancora in bilico», dice Simona, attivista di Lucha, a Open. «Nessuno si fa sentire e siamo ancora precarie in attesa di notizie della procedura di vendita e di che ruolo ha la regione nell’acquisizione. Nel frattempo noi stiamo andando avanti nel progettare la Lucha del futuro…stabile, sicura e riconosciuta anche e soprattutto nel suo valore pubblico e nella sua autonomia». Da Lucha hanno appena promosso una due giorni di incontri sulla progettazione partecipata della Casa.

«Certo è che siamo ancora del tutto scoperte e senza sicurezze al momento», prosegue amara Simona. «Nonostante tutto però continuiamo ad accogliere sia in ospitalità sia presso il centro antiviolenza aperto dentro Lucha decine di donne a settimana. Non ci siamo mai fermate anzi questo anno il lavoro di contrasto alla violenza e supporto alle donne si è raddoppiato».

Roma è una città in cui tante realtà sono state sgomberate negli anni. Per lasciare spazio al nulla, o quasi. Sotto minaccia di sgombero, il quarto in nove anni, è anche in questi giorni SCUP, in via della Stazione Tuscolana.

Scup sta per Scuola e Cultura Popolare: la realtà è nata, ricostruisce RomaToday, in via Nola 5, nella zona di San Giovanni, come spesso accade andando a ridare vita a un edificio abbandonato da anni e riempiendolo dal 2012 di attività sportive, culturali e sociali non private ma per tutte e tutti. Gli attivisti si sono poi spostati nei depositi di RFI, in via Tuscolana. Ed è proprio Rfi – che due anni fa aveva affidato in comodato gratuito quegli spazi – a rivolere indietro i locali per motivi burocratici

In copertina ANSA/CLAUDIO PERI | La Casa Internazionale delle Donne nel quartiere Trastevere a Roma, 9 novembre 2017.

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