Il problema non sono i Ferragnez, ma una classe politica che non sa parlare ai giovani

La politica italiana, dopo aver affossato per decenni i giovani, ora corre ai ripari con gli influencer. Ma è solo un palliativo comunicativo, che non durerà in eterno

Parlare alle nuove generazioni è certamente difficile, soprattutto quando per decenni sono state ignorate o liquidate con giudizi sommari e spesso dispregiativi. È diventato ancora più difficile quando improvvisamente, nella fase tra maggio e settembre, i giovani sono diventati in massa gli “untori” per eccellenza nella diffusione del contagio di Coronavirus, colpevoli di essersi ammassati tra feste, discoteche e “vita dissoluta”. In apparenza. 


All’estero le più alte cariche degli Stati non si sono risparmiate nel tentativo di rivolgersi direttamente ai giovani. Basti pensare all’appello di Angela Merkel, che ha fatto leva sulla protezione dei familiari più deboli e sul loro futuro personale, lavorativo ed educativo. Il presidente francese Emmanuel Macron, dopo aver ammesso che «è dura avere 20 anni nel 2020», ha chiesto ai giovani «senza volerli colpevolizzare» non di avere meno amici, «ma di frequentare gruppi più ristretti nei prossimi mesi», riconoscendo i sacrifici sociali, educativi e lavorativi dei Millenial e della Generazione Z.

L’incomunicabilità intergenerazionale in Italia

E in Italia? Nel nostro Paese si perde tempo in sterili polemiche e generalizzazioni, come se ce lo si potesse permettere. L’ultima arriva da Guido Crosetto, ex parlamentare di Fratelli d’Italia, che nei giorni scorsi ha twittato: «Sopra i 70 anni la maggior parte delle persone sono terrorizzate. Sopra i 60 sono attente e cercano di evitare qualunque occasione di contatto non protetto. Sotto i 35 interessa quasi nulla. Sotto i 25 si è totalmente indifferenti».

Generalizzazioni pourparler, prive di fondamento statistico e numerico, e che trovano sponda in molti altri contesti e situazioni, a prescindere dall’appartenenza politica. Non importa se tra questi giovani molti si spostano unicamente per andare a scuola o all’università, o per lavorare. Così come nessuno dà conto di chi rispetta le ormai note regole del distanziamento, privandosi della vita sociale, del tempo libero all’aperto e di molto altro. La colpa è dei giovani, tutti: punto.

La chiamata di Conte ai “Ferragnez” e l’inutile polemica generazionale

A scatenare, ancora una volta, i “leoni da tastiera” è arrivata la chiamata del premier Conte ai Ferragnez, la royal couple italiana per eccellenza, già bersaglio di critiche per l’impegno nel valorizzare i tesori italiani durante la difficile estate turistica 2020, e ormai al centro di continue lotte legali con il Codacons. Questa volta Chiara Ferragni e Fedez sono stati chiamati a sensibilizzare i più giovani all’uso della mascherina e a osservare le pratiche anti-contagio.

«Ragazzi, ci troviamo in una situazione molto molto delicata, l’Italia non si può permettere in maniera assoluta un nuovo lockdown. Il destino e il futuro dell’Italia è nelle mani della responsabilità individuale di ognuno di noi. Quindi mi raccomando ragazzi, utilizzate la mascherina». Un messaggio, quello di Fedez, semplice, diretto, privo di fronzoli e di malizia, a cui ha fatto seguito l’appello di Chiara Ferragni.

Non è la prima volta che i due si spendono per l’emergenza legata alla pandemia: il reparto Covid-19 all’Ospedale San Raffaele di Milano è stato realizzato proprio grazie ai soldi raccolti dalla coppia, che ha saputo coinvolgere i propri follower – da tutto il mondo, non solo dall’Italia – per un progetto concreto e utile, quando l’Italia – e in particolare la Lombardia – non sapeva più come gestire i contagi e offrire un posto letto a chi ne aveva bisogno. E, in quel caso, non ci furono richieste di aiuto da parte delle istituzioni.

Servono davvero gli influencer? In Italia sì, ma per demeriti comunicativi politici

Chiara Ferragni e Fedez potrebbero non prestare il proprio tempo e la propria immagine a tutto ciò. Eppure, ancora una volta, hanno accettato di usare la propria potenza comunicativa, accumulata negli anni, per scopi di sensibilizzazione. Del resto la tv ha dato spazio a messaggi di pubblica utilità per decenni, sulla scia delle “Pubblicità progresso”, utilizzando volti noti dello spettacolo e dello showbiz per sensibilizzare le persone.

Anche all’epoca servivano volti noti per lanciare messaggi più pervasivi. Oggi, quei volti, si chiamano «influencer». Perché tanta indignazione allora? Forse perché oggi prende la forma pubblica di due righe sui social network, mentre prima si borbottava in privato davanti alla tv e si cambiava semplicemente canale.

«Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito», dice un proverbio amato molto dalla classe politica italiana. Il problema non sono Fedez e Ferragni, ma i leader politici che – a differenza di quelli di altri Paesi europei – non sanno rivolgersi ai più giovani e scelgono di “appaltare” ad altri una relazione faticosa.

La strategia palliativa non sanerà l’abissale distanza tra giovani e politica

La strategia scelta dal premier Giuseppe Conte di rivolgersi frettolosamente a due trentenni con un ampio seguito potrebbe funzionare come palliativo, ma non andrà a sanare nel profondo la divisione generazionale. Uno scontro mai esploso esplicitamente, silente e somatizzato, di cui si vedono solo gli effetti.

Una classe politica che si è sempre rivolta alla fetta maggiore del potenziale elettorato, costituito per lo più da non-giovani, e ha spesso affossato le nuove generazioni (anche quelle ormai cresciute) lasciandole (anche e soprattutto) ai margini del mondo del lavoro, è ora in difficoltà nel tentativo di rammendare uno strappo comunicativo e di mancato coinvolgimento politico-sociale che ha alimentato (e celato) per decenni. 

Sarebbero, forse, da ascoltare (altri) Ministri: «Signore e signori, analisti e dottori, abbiamo nuovi pensieri, abbiamo nuovi dolori, che non potete capire, non potete intuire, non potete sentire, quindi fidatevi».

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