Università, la pandemia non ferma le iscrizioni. La riscossa del Sud e degli atenei di provincia

di Maria Pia Mazza

Per l’anno accademico 2020/2021 gli atenei italiani hanno registrato un aumento del +6% delle immatricolazioni rispetto all’anno precedente

Contrariamente alle previsioni e allo scetticismo dei mesi scorsi, la pandemia di Coronavirus non ha frenato le immatricolazioni nelle università italiane, anzi. Sebbene il trend negli ultimi 15 anni abbia fatto registrare – complessivamente – una perdita di 37mila nuovi iscritti, per l’anno accademico 2020/2021 gli atenei italiani hanno registrato un aumento del +6% delle nuove iscrizioni rispetto all’anno precedente. Su un totale di 475.283 nuove matricole (numero che include i nuovi iscritti ai corsi di studio delle triennali, delle magistrali e dei corsi di studio a ciclo unico, ndr), sono ben 322.729 i giovani che han deciso di iscriversi a un ciclo di studi triennale, contro i circa 307 mila nuovi iscritti durante l’anno accademico precedente.


Manfredi: «Le famiglie hanno visto nell’università il modo migliore per affrontare la crisi»

Il ministero guidato dal ministro Gaetano Manfredi, che nei mesi scorsi aveva espresso forti preoccupazioni per la possibile perdita di studenti (soprattutto negli atenei del Sud Italia, ndr), ha rilevato invece un trend opposto, trainato proprio dalle università del Mezzogiorno, dove si registra una crescita del +6,6%. Insomma, se il temuto effetto Covid in un qualche modo c’è stato, questo non si è tradotto – come precedentemente ipotizzato – in un abbandono degli studi, quanto in una maggiore distribuzione degli studenti nei differenti atenei italiani, da Nord a Sud.


Inoltre, come sottolineato al Sole 24 Ore dal ministro Manfredi, questi dati «anche se sono provvisori e destinati a cambiare» sembrano voler indicare una nuova strada per le università italiane, dovuta in parte «anche alle misure volute dal governo sul diritto allo studio», come l’istituzione delle no tax area e dei contributi di sostegno allo studio inserite nel Decreto Rilancio, con la promessa di rendere «gli sconti sulle tasse adottati in questo primo semestre strutturali». Dall’altro lato, a detta del ministro, a influire su tale aumento potrebbe altresì influire il fatto «che le famiglie hanno visto nell’iscriversi all’università il modo migliore per affrontare la crisi».

La rivincita degli atenei di provincia e del Centro-Sud

Questa ridistribuzione delle iscrizioni da taluni viene definita la “rivincita degli atenei di provincia”, anche al netto del boom di iscrizioni nelle università lontane dalle grandi città italiane, come Milano e Roma. Tra le università “minori” in rapida ascesa spicca infatti l’Università degli Studi della Tuscia, che rispetto all’anno scorso ha raddoppiato il numero di nuove immatricolazioni (+56,3%). Al secondo posto l’Università di Perugia che ha registrato un +35,2% di neo iscritti, a cui fa seguito la Napoli Orientale, con il +32,4% di neo iscritti. A livello regionale, invece, spiccano Umbria, Sicilia e Veneto, che registrano rispettivamente il +32,9%, +15% e +11,8% delle iscrizioni rispetto all’anno precedente.

Scorrendo la classifica degli atenei con i maggiori incrementi percentuali d’immatricolazione è possibile ipotizzare che molti studenti abbiano scelto di iscriversi negli atenei più vicini alla propria città di residenza. Un’ipotesi che potrebbe trovar sostegno nella messa in atto della didattica mista (in parte a distanza, in parte in presenza), e la conseguente scelta di non spostarsi troppo dalla propria città, onde evitare possibili blocchi agli spostamenti. A ciò, certamente si aggiunge la possibile crisi economica e la necessità, dunque, di voler risparmiare su affitti e spostamenti pur di non abbandonare gli studi. 

Parallelamente alla crescita degli atenei di provincia crescono – seppur con percentuali minori – anche le immatricolazioni nei maxi-atenei e nelle università private nelle grandi città, malgrado la crisi che sta colpendo il Paese: +6,4% per la Luiss di Roma, +3,1% per la Bocconi di Milano e +2,5% per la Cattolica di Milano. Insomma, un panorama universitario più variegato e più capillare sul territorio nazionale, che potrebbe aprire la strada a nuovi scenari per l’Università italiana e per la formazione dei giovani.

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