Cartabellotta (Gimbe): «I tedeschi vanno in lockdown a Natale per salvare l’economia. Gli italiani farebbero la rivoluzione»

di Maria Pia Mazza

«Serve un piano rigoroso per ridurre i contatti ed evitare che la terza ondata si innesti direttamente nella seconda», è il monito del presidente della Fondazione Gimbe

«Affidare tutto alla responsabilità individuale è un rischio che non possiamo permetterci. Paghiamo mesi di disagio e la gente non vede l’ora di uscire. Rischiamo una tempesta perfetta». Ed è per queste ragioni che il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, vedrebbe nel periodo delle festività natalizie «un momento ideale per un lockdown», per contenere nuovamente i contagi e la pandemia di Coronavirus. Un’idea sulla scia del modello Merkel della Germania, dove l’intero Paese resterà in lockdown dal 16 dicembre al 10 gennaio 2021.


«I tedeschi hanno capito che se non si governa la sanità non si rilancia davvero l’economia», osserva Cartabellotta. Mentre in Italia, dove si contano 1.059 morti Covid per milione di abitanti contro i 262 tedeschi, «si applica la strategia del meglio un uovo oggi che una gallina domani». Ma il presidente di Gimbe, per quanto favorevole alla linea rigorista tedesca, è dell’idea che davanti a una scelta del genere «gli italiani farebbero la rivoluzione», e pertanto «serve un piano rigoroso per ridurre i contatti ed evitare che la terza ondata si innesti direttamente nella seconda», spiega in un’intervista a La Stampa.


E al momento il piano italiano per affrontare questo periodo non pare essere molto chiaro, specialmente sul fronte della comunicazione. E anzi, sembra andare in direzione contraria, rischiando di far passare messaggi sbagliati che potrebbero portare le persone ad assumere comportamenti troppo morbidi. Se l’indice Rt, «che scende più in fretta», porta a «privilegiare le riaperture al rigore», così anche «il cashback di Natale, assieme alla riapertura delle attività commerciali», porta sì un aumento dei consumi e a far tirare un sospiro di sollievo a tanti commercianti e ristoratori, «ma crea anche il rischio di assembramenti».

C’è poi da tenere in conto che «il numero di tamponi è diminuito e molte regioni hanno abbandonato il tracciamento, consigliando ai contagiati di stare a casa, ma la discesa è lenta e gli ospedali sono ancora pieni», osserva Cartabellotta. E infine il capitolo vaccini, che a detta del presidente della Fondazione Gimbe, «darebbe false speranze». Questo non per una mancanza di efficacia, «anche se al momento non conosciamo la tenuta immunitaria del vaccino oltre due mesi», ma per mere questioni logistiche e tempistiche di somministrazione.

Secondo il medico di Gimbe «il piano del governo non tiene conto della variabilità delle forniture» e degli eventuali ritardi di consegna, come nel caso di Sanofi. Inoltre «più della metà delle dosi arriverà dopo l’estate. Se entro settembre si riuscisse a vaccinare un terzo della popolazione – conclude Cartabellotta – sarebbe già un grande risultato».

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