Usa 2020, è il giorno della proclamazione di Biden. Pressing di Trump su Pence per non riconoscere la vittoria

Il Congresso è pronto a riunirsi per certificare il voto del collegio elettorale. In strada migliaia di manifestanti pro-Trump si sono radunati in attesa di udire il presidente in carica

Non è ancora arrivato il giorno dell’insediamento, ma è comunque una tappa importante nella strada che porta alla Casa Bianca: oggi, 6 gennaio, il Congresso americano si riunisce a Washington D.C. per certificare il voto del collegio elettorale che, in linea con il voto popolare del 3 novembre, ha consegnato la vittoria a Joe Biden. Ma Donald Trump, che non ha mai smesso di contestare l’esito del voto, ha trasformato quella che sarebbe dovuta essere una semplice formalità in una battaglia, forse l’ultima, per ribaltare il risultato, facendo pressioni sul suo vice, Mike Pence, a cui spetta il compito di dichiarare Biden ufficialmente il vincitore.


Trump cerca di forzare la mano a Pence

Mentre contestava l’esito del voto in Georgia, dove i due candidati democratici al Senato sono vicini alla vittoria che potrebbe avere delle conseguenze significative per la presidenza Biden, Trump ha pubblicato una serie di tweet in cui – come sintetizza il New York Times – metteva Pence davanti a una scelta pericolosa: o me o la Costituzione. «Gli stati vogliono correggere i loro voti che sanno essere basati su irregolarità e frodi. Tutto quello che Mike Pence deve fare è rinviarli agli stati, così VINCEREMO. Fallo Mike, questo è il momento per l’estremo coraggio».

Come scrive il quotidiano americano, almeno quattro senatori repubblicani – Ted Cruz del Texas, Josh Hawley del Missouri, Kelly Loeffler della Georgia (che oggi ha perso il ballottaggio) e Tommy Tuberville dell’Alabama – hanno accettato di unirsi ai deputati della Camera per contestare i risultati di tre stati chiave vinti da Biden nelle presidenziali: Arizona, Georgia e Pennsylvania. Non è ancora chiaro se faranno altrettanto per il Michigan, il Nevada e il Wisconsin, ma in ogni caso le loro obiezioni costringeranno Camera e Senato a dibattere ufficialmente le accuse di frode elettorale da parte di Trump, nonostante l’insuccesso delle sue battaglie legali indette per contestare l’esito del voto in diversi stati.

Lo spettro degli scontri

Così il processo, che in genere richiede meno di un’ora, potrebbe prolungarsi fino a domani. Nel frattempo i supporter del presidente in carica sono già arrivati nella capitale dove è prevista una nuova manifestazione in suo sostegno su cui aleggia lo spettro degli scontri. Ieri la polizia ha avvertito i sostenitori di Trump che non saranno ammesse armi da fuoco ed ha arrestato il leader dei Proud Boys, una delle milizie che nel corso degli ultimi anni sono passati da essere anti-governative a pro-Trump.

Stasera Trump arringherà i suoi sostenitori nell’Ellipse, il grande parco a sud della Casa Bianca. Poco prima che Trump evocasse nuovamente i brogli, tacciando il sistema elettorale Usa di essere «peggio di quelli del terzo mondo!», il senatore dello Utah ed ex candidato repubblicano alla Casa Bianca Mitt Romney, veniva contestato in aeroporto da una donna che lo ha accusato di aver tradito Trump. Nella notte c’è stato qualche tafferuglio con la polizia vicino alla Black Lives Matter Plaza, vicino la Casa Bianca.

Ma forse non sarà il “tradimento” peggiore che il presidente dovrà sopportare: nonostante la crescente pressione, i consiglieri di Pence hanno detto a Reuters che il vicepresidente intende attenersi ai suoi doveri cerimoniali e non interferirà con il processo. «Sosterrà molto il presidente – ha dichiarato all’agenzia stampa un ex funzionario della Casa Bianca – ma ancora una volta si atterrà alla costituzione».

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