Con Biden gli Usa si preparano a rientrare nell’Accordo di Parigi sul clima. Ecco cosa possiamo aspettarci

I primi cento giorni serviranno a capire se Biden sarà in grado di far approvare dal Congresso il suo ambizioso programma di riforme senza scendere a (troppi) compromessi. Anche per non farsi trovare impreparato alla COP-26

La nomina di John Kerry a inviato speciale per il clima nella nuova amministrazione di Joe Biden era stata accolta con entusiasmo da chi vedeva nell’ex segretario di Stato dell’amministrazione Obama (tra gli artefici dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015) la prova che gli Stati Uniti intendevano fare sul serio dopo gli anni di deregolamentazioni e negazionismo ambientale di Donald Trump. Nei giorni scorsi è arrivata la conferma che, una volta prestato giuramento, entro i primi dieci giorni del suo mandato il presidente eletto intende riportare gli Stati Uniti nell’Accordo da cui Trump li aveva sottratti, scontentando alleati e attivisti in giro per il mondo.


Si tratta di un gesto importante e non soltanto per il suo valore simbolico o di persuasione sugli altri Paesi. Gli Stati Uniti dopotutto sono al secondo posto nella classifica globale per emissioni di CO2, dietro solo alla Cina, e l’Accordo di Parigi è il primo a livello internazionale sui cambiamenti climatici ad essere giuridicamente vincolante, anche se attualmente non esiste nessuna istituzione sovranazionale che possa agire da arbitro e imporre sanzioni o altro sui Paesi che non rispettano i suoi termini. Pur avendo scartato l’ambizioso programma di investimenti nei settori sostenibili proposto dagli elementi più progressisti del suo partito – e dal Senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders – il cosiddetto Green New Deal, Biden si è prefisso una serie di obiettivi ambiziosi.

I primi 100 giorni di Biden

Innanzitutto, Biden vorrebbe portare gli Stati Uniti a raggiungere la neutralità climatica – ovvero azzerare le emissioni nette di gas a effetto serra – entro il 2050. «Il piano concreto non è ancora chiaro – spiega a Open il ricercatore Giorgio Vacchiano – , ma le nomine di queste settimane fanno ben sperare. Con il controllo democratico di entrambi i rami del Congresso e la necessità per gli Usa di rifarsi la faccia dopo l’amministrazione Trump, c’è la possibilità concreta che i NDC che gli Stati Uniti invieranno saranno non solo ambiziosi, ma tali da candidarli a guida mondiale nella lotta al climate change. O almeno, questa è la speranza». La sigla NDC sta per Nationally Determined Contributions, ovvero gli impegni che i vari Stati aderenti all’Accordo di Parigi prendono per ridurre le emissioni nazionali. Ed è su questo fronte che Biden vorrebbe muoversi sin da subito.

«Entro i primi 100 giorni Biden ha detto che ribalterà le politiche di Trump ma non dobbiamo dimenticarci che far passare delle narrative in materia ambientale non è mai stato particolarmente facile», aggiunge Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo. Infatti, per rimuovere le regolamentazioni esistenti e introdurne delle nuove, il processo legislativo sarà lungo e tortuoso. Qualsiasi progetto climatico nazionale di vasta portata, o qualsiasi importante stimolo per il settore delle energie rinnovabili – come il piano per investire 2 mila miliardi di dollari per promuovere forme di energia pulita e per costruire 500 mila stazioni di ricarica per i veicoli elettrici, o ancora per costruire nuove case ad alta efficienza energetica come in precedenza Biden ha detto di voler fare – dovrà ottenere la benedizione di un Congresso profondamente diviso.

In campagna elettorale Biden ha anche scontentato una parte degli attivisti dicendo che non avrebbe vietato il fracking, una tecnica per estrarre il petrolio, nota anche come fratturazione idraulica: forse una mossa strategica fatta per prendere voti nello Stato del Pennsylvania, dove l’industria è florida, e dove peraltro alla fine Biden è riuscito battere Trump. Ma si tratta di una resa premonitrice che mostra come Biden sia pronto ad accettare molti compromessi in tema ambientale?

«Chiaramente si può essere più ambiziosi! – commenta Vacchiano .- Tuttavia, è vero che si può ostacolare il fracking anche in altri modi: rallentando o negando i singoli permessi di trivellazione, aumentando le tasse sull’estrazione e sul trasporto, limitando i quantitativi estraibili, inasprendo le regolamentazioni ambientali, istituendo penalità per le aziende estrattive meno virtuose, o agendo sulla domanda – per esempio investendo nell’elettrificazione di massa di industria e trasporti». Come scrive il Guardian, con Biden il fracking dovrebbe diventare comunque più costoso (si parla di $5 o $6 al barile). Insomma, potrebbe anche trattarsi di una parentesi elettorale. Per capirlo bisognerà aspettare non soltanto i primi 100 giorni del suo mandato, ma anche vedere come gli Stati Uniti si presenteranno alla COP-26, organizzata dal Regno Unito in collaborazione con l’Italia e che si terrà a Glasgow in Scozia nel novembre di quest’anno.

Da Parigi a Glasgow: a che punto siamo

«La prossima COP è molto importante perché è la prima dopo Parigi che ha come obiettivo quello di prendere degli impegni – continua Frassoni .- Data anche l’accelerazione dei cambiamenti climatici, è chiaro che gli impegni presi non sono sufficienti. Glasgow sarà l’occasione per vedere se esiste una volontà globale per prendere degli impegni vincolanti su una riduzione di emissioni tali da portare a una neutralità climatica entro il 2050». Secondo il sito di Climate Watch Data, sono 71 i Paesi, inclusi i 27 membri Ue, che hanno già inviato NDC aggiornati. La lista – che non include gli Stati Uniti, non (ancora) pervenuti – è responsabile per il 28.3% delle emissioni globali. All’appello manca anche la Cina che, pur avendo aderito all’Accordo, deve «adottare politiche più vigorose e misure più stringenti» di contrasto al cambiamento climatico.

Anche tra i Paesi dell’Unione europea che hanno aderito, compresa l’Italia, ci sono ancora molte difficoltà per quanto riguarda la messa in atto di politiche concrete per ridurre le emissioni climalteranti. Il Next Generation Eu (Recovery Fund) rappresenta una grande opportunità in questo senso. In Italia la fetta più grande delle risorse – 69,9 miliardi di euro – è stata destinata alla conversione energetica a favore delle fonti rinnovabili. Nel Recovery plan la parola «sostenibilità» ricorre ben 119 volte in 172 pagine, ma mancano dettagli e indicazioni precise rispetto a come e quando verranno spesi esattamente questi fondi. Per citare un esempio, a pagina 79 del documento, nel capitolo che tratta gli investimenti nelle rinnovabili, si legge che «il programma di investimento nelle rinnovabili offshore e il Piano Idrogeno si avvarranno delle consultazioni in corso e dei progetti in via di definizione». Anche per l’Italia, come per l’Unione europea tutta, la prossima COP rappresenterà un importante banco di prova per vedere se i vari Paesi firmatari riusciranno a mantenere i propri obiettivi e anche predisporre degli aiuti per i Paesi più poveri. 

Soprattutto sul secondo punto, la presenza degli Stati Uniti potrebbe fare la differenza. «Con l’ingresso degli Stati Uniti, l’Unione europea insieme ad altri paesi potrà contare su un’altra grande democrazia che spinge per rispettare gli impegni di Parigi – dichiara Frassoni -. Il problema fondamentale è che gli Stati Uniti sono piuttosto indietro e hanno una pessima reputazione dal punto di vista degli impegni sul clima. Non bisogna dimenticare che negli anni ’90 quando venne finalizzato il Protocollo di Kyoto, gli americani prima lo sottoscrissero e poi si ritirarono. Dal punto di vista della loro reputazione è importante che siano presenti ai negoziati, ma non possiamo pensare che improvvisamente cambino del tutto».

In copertina EPA/JIM LO SCALZO | Joe Biden, a destra, e John Kerry in Iowa, USA, 1 febbraio 2020.