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Def, Draghi cita «nuove terapie» per i pazienti Covid, ma in campo per l’Italia ci sono solo i monoclonali

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Il documento del DEF ci fa tirare un sospiro di sollievo, ma non è tutto oro ciò che luccica con i monoclonali

Il Governo Draghi «prevede di poter somministrare i vaccini all’80 per cento della popolazione italiana entro l’autunno», secondo quanto riportato dal Documento di Economia e Finanza 2021 (Def) pubblicato ieri sul sito del Ministero dell’Economia. Tra i documenti circolati c’è anche un riferimento a «nuove terapie» per i pazienti Covid19 «a partire da quelle basate sugli anticorpi monoclonali», ma quali sono a parte l’unica citata? Risulta molto strano che si parli di «nuove terapie» quando fino ad oggi quelle sostenute politicamente si sono rivelate per niente efficaci, come quella del plasma iperimmune, e persino pericolose, come quella dell’idrossiclorochina.


Il testo diffuso non era quello del documento del DEF, ma quello della relazione al Parlamento! A parte questa confusione tra i due documenti ufficiali, dove il Governo ha fornito due versioni diverse delle proprie considerazioni sulle attuali e future terapie per i pazienti Covid-19, possiamo tirare un sospiro di sollievo per il mancato riferimento – e sostegno – a pratiche non supportate dai fatti come quella dell’idrossiclorochina e del plasma iperimmune. Ha comunque dato sostegno e speranza per quella basata sugli anticorpi monoclonali che, al momento, non garantiscono quanto vorremmo sperare. Facciamo il punto della situazione sulle terapie citate, partendo da quest’ultima.


Anticorpi monoclonali

Perché non selezionare appositi anticorpi che si sono dimostrati particolarmente efficaci e riprodurli? È l’idea alla base degli anticorpi monoclonali. Sono state versate molte speranze sul cocktail di monoclonali di Regeneron (imdevimab e casirivimab, già usati per trattare l’autunno scorso Donald Trump) e su uno dei due monoclonali di Eli Lilly (bamlanivimab).

Secondo quanto previsto dal decreto del 9 marzo 2021, gli operatori sanitari potranno somministrare gli anticorpi monoclonali in via preventiva a pazienti con sintomi lievi allo scopo di prevenire l’aggravarsi della malattia e ridurre il carico delle ospedalizzazioni. Le aziende deducono dai propri dati una efficacia del 70%. In Italia la situazione emergenziale ha giustificato la distribuzione in diversi ospedali, a partire da quelli del Lazio, della Toscana, della Campania e della Liguria. Non di meno, ci sono diversi punti irrisolti, come accennavamo in un precedente articolo.

Rispetto a un mese fa abbiamo qualche dato in più riguardo all’efficacia, specialmente sul cocktail di Regeneron, ma su dosaggi particolari e nessuna novità particolarmente significativa. Le evidenze sull’efficacia risultano da studi in buona parte preliminari. Considerati i costi per la loro produzione e le criticità pratiche nella loro applicazione, non sono mancate critiche sui finanziamenti stanziati per questo genere di farmaci.

«Spero anche che il nuovo governo abbia ancora la possibilità di fermare la folle iniziativa di regalare a un’azienda, senza basi scientifiche, una cifra pari a UN QUARTO di tutto il budget per la ricerca biomedica in Italia (come se non esistessero altre malattie, dal cancro alle malattie genetiche a quelle cardiovascolari). Per una “sperimentazione” che ha bypassato ogni metodo di bando e selezione, scavalcando mille progetti senza dubbio più meritevoli, senza peer review ma per un’esplicita, e rivendicata con orgoglio, operazione di lobby», scriveva Roberta Villa in un post Facebook del 7 febbraio 2021.

Clorochina e Idrossiclorochina

Fin dai tempi dell’amministrazione americana di Donald Trump la clorochina e il suo derivato, l’idrossiclorochina sono state presentate come potenziale arma antivirale contro i casi gravi di Covid-19. In Italia su decisione del Consiglio di Stato è permessa la sperimentazione (senza riconoscerne l’efficacia), ma i medici che prescrivono questo trattamento devono assumersene la piena responsabilità.

Se ne tiene conto, assieme ad altri farmaci che si sono rivelati di successo – come il Remdesivir – nell’ampio progetto di ricerca britannico RECOVERY trial, a cui attinge anche una recente meta-analisi apparsa su Nature, basata sui migliori studi in merito, avvalendosi della collaborazione di alcuni ricercatori che hanno contribuito al loro svolgimento.

I risultati confermano quanto già era noto alla Comunità scientifica. Clorochina e Idrossiclorochina, non solo non dimostrano particolare efficacia – rispetto alle terapie standard – nel trattare i pazienti gravi, ma la loro assunzione si associa addirittura a un aumento dei morti.

Plasma iperimmune

Sul plasma iperimmune, ricavato quindi dal siero di pazienti convalescenti, aveva puntato fin da subito la Cina. Il principio effettivamente è teoricamente impeccabile: si prendono gli anticorpi neutralizzanti di chi è guarito per i pazienti ancora malati.

Troviamo la trasfusione di plasma iperimmune in precedenza nel trattamento di Ebola nel 2014 e della Mers nel 2015. Il problema, come spiegavamo in un precedente articolo, è che si tratta di una forma di immunizzazione passiva, non suscita infatti una reazione da parte dell’Organismo nella produzione autonoma di altri anticorpi neutralizzanti. Un esempio di immunizzazione attiva eccellente è invece il vaccino, che ha proprio il preciso scopo di suscitare nell’Organismo una risposta immunitaria adeguata.

Conferme della scarsa efficacia del plasma iperimmune arrivano anche dal recente studio multicentrico denominato TSUNAMI. Hanno partecipato al trial 487 volontari (324 ricoverati in Toscana, 77 in Umbria, 66 in Lombardia e 20 in altre regioni). In totale hanno partecipato 27 centri clinici in tutto il territorio nazionale.

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