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Governance, riforme, obiettivi: cosa c’è (e cosa manca) nella bozza del Recovery Plan di Draghi. Domani il Cdm

Il piano che il premier porterà alle Camere ammonta a 221,5 miliardi di euro, di cui 191,5 riferibili al Recovery Fund

Stamattina a Palazzo Chigi si è tenuta la riunione del premier Mario Draghi e del titolare del Mef, Daniele Franco, con i capidelegazione dei partiti della maggioranza e i ministri coinvolti sul dossier Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Sul tavolo la bozza del Recovery Plan che domani dovrebbe essere esaminato dal Consiglio dei ministri (Cdm) in vista della presentazione alle camere della settimana prossima. La riunione è durata circa due ore. Secondo la bozza, Draghi mira a ottenere il massimo impatto sulla crescita con sedici categorie di spesa e l’obiettivo di usare fino in fondo tutte le risorse del Next Generation EU per ristrutturare e rilanciare l’economia italiana. 


Dopo che il premier avrà illustrato il Pnrr alle Camere, tra il 28 e il 29 aprile, dovrebbe esserci un secondo Cdm per l’esame e il voto finale, prima dell’invio alla Commissione europea, in programma per il 30 aprile. A pochi giorni dalla presentazione, l’ultimo progetto per riportare l’Italia su un percorso di crescita si presenta con circa 200 pagine corredate da centinaia di grafici e tabelle, che descrivono nel dettaglio come saranno distribuite i fondi delle sei missioni del Pnrr. La parte più corposa mira alla priorità per gli investimenti nella categoria “Rivoluzione green e transizione ecologica”, in linea con le richieste dell’Unione europea e con lo spirito dell’epoca della lotta al cambiamento climatico. «Il 10% del piano europeo, circa 70 miliardi di euro, andrà – ha detto il premier – in investimenti in infrastrutture green, economia circolare e mobilità sostenibile solo in Italia».


Il piano che Draghi porterà nei Cdm e alle Camere ammonta a 221,5 miliardi di euro, di cui 191,5 riferibili al Recovery Fund (69 sovvenzioni e 122 prestiti) e 30 miliardi di fondo aggiuntivo. A due mesi dal suo ingresso a Palazzo Chigi, la bozza è il più chiaro assaggio della visione dell’ex governatore della Banca centrale europea per reinventare la terza economia della eurozona. La liquidità prevista nel periodo 2021-2026 sotto offre all’Italia la migliore possibilità, forse l’ultima, di voltare pagina dopo due decenni di bassa crescita e bassa produttività.

Secondo la bozza, nel 2026 il Pil sarà di 3 punti percentuali più alto grazie al Pnrr, con una crescita media del Pil nel periodo 2022-2026 di 1,4 punti più alta rispetto al periodo 2015-2019. Si tratta della crescita con cui Draghi punta a sostenere l’indebitamento. Viene indicato l’obiettivo di incrementare la produttività attraverso innovazione, digitalizzazione, investimenti in capitale umano. Crescita buona per sostenere «debito buono», e scongiurare il rischio di una dolorosa manovre correttiva.

Missioni, componenti, e riforme strutturali 

Lo schema emerso dalle nuove tabelle è molto articolata. Le sei missioni sono: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, con 42,5 miliardi; rivoluzione verde e transizione ecologica con 57 miliardi; infrastrutture per la mobilità sostenibile con 25,3 miliardi; istruzione e ricerca con 31,9 miliardi; inclusione e coesione con 19,1 mld; salute con 15,6 miliardi. Ma oltre a confermare le 6 missioni e le 16 componenti, nella nuova bozza vengono individuati 39 assi (prima erano 48) su cui sviluppare gli interventi, suddivisi in 135 investimenti e 7 riforme strutturali.

Tra queste, tre riguardano la pubblica amministrazione (trasformazione, accesso e competenze), poi la riforma della proprietà industriale, della formazione obbligatoria per la scuola, le politiche attive del lavoro e la riforma della medicina territoriale. Sono presenti anche le riforme strutturali della Giustizia. Nella bozza vengono citate altre riforme «abilitanti», come le semplificazioni per la concessione di permessi, autorizzazioni e interventi sul codice degli appalti. Presenti anche riforme settoriali come «nuove regole per la produzione di rinnovabili e interventi sul contratto per le Ferrovie». 

Il controllo del Mef, interlocutore unico di Bruxelles

Come annunciato la governance sarà incentrata sul Mef, incaricato del controllo e della rendicontazione trasparente di tutto il processo di attuazione delle riforme e degli investimenti, fungendo da punto di contatto unico per le comunicazioni con la Commissione. La responsabilità esecutiva dell’attuazione sul campo sarà delle strutture operative coinvolte, con i ministeri e gli enti locali incaricati della realizzazione delle riforme e degli investimenti entro i tempi concordati, e della gestione regolare corretta ed efficace delle risorse che verranno trasferite. 

Il rilancio dell’Italia passa per il Sud, per le donne e per i giovani

Inoltre, il Pnrr mira a indirizzare circa il 40% dei fondi verso il Mezzogiorno, strutturalmente svantaggiato rispetto al centro e al Nord del Paese (connesso alle filiere produttive tedesche). Altri temi generali sono le politiche per la parità di genere e per i giovani. In questo programma saranno presenti riforme che possono dividere, e scelte di politica economica che sono scelte politiche; non è il programma di un governo tecnico, né un piano di aggiustamento macroeconomico d’emergenza per salvare il Paese dall’ennesimo scivolamento: questo sembra essere un programma politico con una visione del Paese da qui ai prossimi 10-20 anni.

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