Perché il Recovery plan italiano rischia di essere ancora una grande occasione persa, soprattutto per i giovani

La chiave del successo del Recovery Plan non è nei progetti, ma nella capacità di accompagnarli a un piano di riforme inserite in una strategia coerente, quelle riforme strutturali che in Italia nessuno è riuscito a realizzare, almeno finora

Dopo un ritardo di dodici ore rispetto all’agenda, ieri alle 22:00 è iniziato il Consiglio dei ministri che ha approvato il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in vista della presentazione alle Camere e dell’invio alla Commissione europea il 30 aprile, secondo la scadenza ufficiale. La giornata inizialmente si è sviluppata intorno allo scontro sul Superbonus del 110% per le ristrutturazioni edilizie, che ha visto formarsi un asse insolito tra Forza Italia e M5S e segnato il primo intervento dell’ex premier Giuseppe Conte nelle vesti (ancora informali) di leader del movimento. A difesa del Superbonus anche il PD, che ha chiesto che nel Pnrr vengano introdotte più condizionalità in favore dell’occupazione di donne e giovani. 


Ma a far slittare il Cdm fino a sera è stata l’impasse tra il governo e la Commissione. Secondo fonti dell’Unione europea vicine al dossier, il dialogo tra Roma e Bruxelles ha incontrato alcuni rallentamenti, in particolare su alcune rifiniture necessarie sui capitoli che riguardano il fisco e il business environment. Le stesse fonti hanno giudicato normale questi rallentamenti, sottolineando che il confronto proseguirà fino alla chiusura del dossier, ma per sbloccare la situazione è stato necessario un colloquio telefonico tra il premier Mario Draghi e la presidente Ursula von der Leyen.

Draghi ha detto che il Recovery Plan ha la «luce verde» della Commissione e le questioni ancora da discutere sarebbero «marginali». L’interlocuzione con Bruxelles è così intensa perché l’obiettivo del Pnrr non si limita a riparare i danni della pandemia, ma ad affrontare le carenze strutturali dell’economia italiana e farla uscire dalla stagnazione per portarla su un solido percorso di crescita. Infatti, mentre si può essere sicuri gli stimoli del Recovery Fund aiuteranno la ripresa, non c’è nessuna garanzia che riusciranno ad avviare l’economia italiana su un percorso di crescita consolidata, in grado di ridurre il volume del debito pubblico italiano.

Il Pnrr oltre i proclami

Al netto di obiettivi e proclami sulla transizione verso un’economia a basse emissioni e ad alta tecnologia, quello che manca è lo slancio verso futuro e la presa di coscienza da parte della politica degli errori commessi negli ultimi 15 anni. Per esempio, il Pnrr parla di ristrutturazione energetica per un minor ambientale degli edifici scolastici (riconversione verde) e il cablaggio delle aule (transizione digitale), ma cosa significa realmente?

All’atto pratico è spesa corrente, e basta. Senza collegarla a una strategia di sistema non si traduce necessariamente in un investimento che porta alla crescita. Non basta portare tablet e banda larga dentro le scuole per avere un’idea di futuro e ammodernare l’economia. Nella bozza è pieno di interventi del genere, nel principio indiscutibili, ma nei fatti insufficienti a cambiare la traiettoria dell’economia italiana. Senza una strategia, il Pnrr rischia di essere un massiccio piano di spesa e grandi opere che non servirà a consegnare alle nuove generazioni un Paese ricco di nuove opportunità.

L’importanza delle riforme strutturali

Per sbloccare l’impasse di ieri, Draghi ha dovuto garantire a Von der Leyen l’impegno di un «cambio di passo» sulle riforme. La chiave del successo del Pnrr infatti non è nei progetti, ma nella capacità di accompagnarli a un piano di riforme inserite in una strategia coerente, quelle riforme strutturali che finora in Italia nessuno è riuscito a realizzare. Le riforme presenti nel Pnrr sono quelle che l’Ue richiede da anni: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione legislativa, concorrenza. Inoltre, sono previste riforme del mercato del lavoro e una riforma fiscale.

La differenza rispetto al passato è che negli anni dell’austerità i governi si sono trovati nella posizione di dover tagliare voci di spesa e, allo stesso, tempo introdurre riforme difficili. Stavolta invece le riforme vanno in parallelo con una maggiore disponibilità di spesa. Da questo punto di vista, il dibattito europeo ha fatto un passo avanti. Ma le riforme strutturali dovranno comunque affrontare molte opposizioni, e il sistema politico non sembra pronto ad affrontarle. Draghi in teoria potrebbe governare per due anni, e per gli standard italiani non sarebbe neanche poco, ma non basta. 

L’ex banchiere centrale può dare il via a questo processo e condurlo nella giusta direzione, ma un governo tecnico, d’emergenza, di unità nazionale o comunque lo si voglia chiamare non avrà mai la possibilità di portare a termine questo processo fino alla fine. La domanda è se un partito o una coalizione tenterà di assumersi la piena responsabilità di questo processo riformatore, con un’idea precisa su dove orientare la ripresa. Parafrasando una celebre frase di Alcide De Gasperi, i partiti sembrano continuare a pensare alle prossime elezioni, non alle prossime generazioni

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