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Tutta la verità su AstraZeneca, il vaccino di Oxford che è in discussione al Cts

La possibile decisione di evitare la somministrazione di AstraZeneca per gli under 50 appare al momento proiettata verso la popolazione non ancora vaccinata. E per chi l’ha già fatto?

AstraZeneca sì, AstraZeneca no. A distanza di sei mesi dall’inizio della campagna vaccinale contro Covid-19, il vaccino di Oxford continua ad essere al centro di dubbi e incertezze. La questione degli ultimi giorni è legata ai rischi di trombosi che il preparato anglo-svedese provocherebbe sui più giovani. Si tratta di un dibattito aperto già da mesi, sui cui gli enti regolatori, tra tutti Ema, si sono espressi, spesso in modo favorevole al vaccino in questione. Quello che però ora starebbe cambiando in molti Paesi europei è la circolazione del virus. Nettamente più bassa rispetto ai picchi che si ricordano, è strettamente collegata, per una questione di proporzione numerica, all’aumento dei rischi causati dal vaccino. In buona sostanza meno casi ci sono e più aumenta la possibilità che i rischi, prima considerati irrisori su larga scala, diventino invece superiori ai benefici. E allora che si fa?


Senza dubbio la decisione di evitare la somministrazione di AstraZeneca per gli under 50 appare al momento proiettata verso la popolazione non ancora vaccinata. Il governo potrebbe indirizzare a breve tutti gli under 50 verso vaccini differenti da quello di AstraZeneca. E per chi lo ha già fatto? Facile in circostanze come queste cadere nel panico. Delle 45.278.289 milioni di dosi somministrate fino ad ora in Italia, 8.993.380 sono state di AstraZeneca. Nelle ultime 3 settimane su un totale di 1.431.813 dosi di vaccini a vettore adenovirale somministrate, il 33,1% (473.578 dosi) sono state somministrate a persone under 50 e l’11% (158.156 dosi) nella fascia 18-29». Visti i numeri importanti è quanto mai necessario chiarire di cosa si sta parlando spiegando che no, gli ormai vaccinati con AstraZeneca non sono soggetti destinati ad ammalarsi gravemente.


Il successo del Regno Unito passa anche per AstraZeneca

Quello di cui stiamo parlando è un vaccino che nel Regno Unito ha garantito il risparmio di milioni di morti. Uno dei due Paesi ad avviare per primo la campagna vaccinale insieme agli Stati Uniti, UK ha basato il proprio di immunizzazione quasi unicamente sul vaccino AstraZeneca, salvando per i primi due mesi più di 15 mila vite. Si parla di un territorio che ha registrato uno dei tassi di mortalità più alti al mondo durante la pandemia, ma che allo stesso tempo ha visto una delle distribuzioni di vaccino più rapide generando una grande quantità di dati sull’efficacia in un ambiente esterno a quello del laboratorio. Numeri accertati e diffusi dal Public Health England, l’agenzia del Dipartimento di sanità e assistenza sociale inglese. Finora si parla di circa 20 milioni di persone che hanno ricevuto il vaccino anglo-svedese, con un traguardo raggiunto il 1° giugno scorso di zero decessi in tutto il Paese. «Ecco cosa succede quando il 95% delle persone a cui il vaccino viene offerto, accetta», scrive su Twitter Giacomo Gorini. Il giovane immunologo riminese lavora all’università di Oxford e ha fatto parte del team di ricercatori che ha sviluppato e testato AstraZeneca. Secondo il Public Health England l’efficacia stimata del vaccino di Oxford è dell’89% rispetto alle persone non vaccinate. Quasi alla pari con quella al 90% riconosciuta per il vaccino Pfizer/BioNTech.

Quella difficile comunicazione sui rischi e i benefici

Uno dei principali nodi del tortuoso percorso di AstraZeneca fin dalla data della sua approvazione in Europa, è senza dubbio rappresentato dal delicato tema dei rischi e dei benefici. Un aspetto routinario per scienziati e statistici, non allo stesso modo così immediato per il resto della popolazione. È per questo che a metà dello scorso marzo i fatti legati alla pandemia ricordano il grande stop ad AstraZeneca diffusosi a macchia d’olio in Europa. Senza che l’ente regolatore si fosse espresso in alcun modo, di Paese in Paese le autorità sanitarie preferirono stoppare a priori il vaccino di Oxford a causa di alcuni eventi avversi registrati. Anche in quel caso il Regno Unito cercò di rassicurare tramite dati provati: «Più di 11 milioni di dosi del vaccino COVID-19 AstraZeneca sono state ora somministrate in tutto il Regno Unito e il numero di coaguli di sangue riportati dopo il vaccino non è maggiore del numero che si sarebbe verificato naturalmente nella popolazione vaccinata», aveva detto il responsabile della sicurezza dei vaccini per l’Agenzia regolatrice inglese, Phil Bryan.

Piuttosto vani furono i tentativi della comunità scientifica di spiegare il reale valore di quegli episodi. La scelta politica e mediatica sovrastò quella scientifica. Il panico si era già diffuso insieme al clamore mediatico che di certo non aiutò la progressiva sfiducia della popolazione nei confronti delle vaccinazioni. A poco servì il successivo verdetto di Ema che, valutando i dati presentati dagli Stati membri, continuò a valutare i benefici del vaccino nettamente superiori ai rischi. Al centro di quella valutazione e delle successive rassicurazioni di scienziati e virologi, c’era proprio il rapporto benefici e rischi. Pensato in relazione alla quantità di persone che in quel preciso stato epidemiologico correvano il rischio di ammalarsi gravemente, era enormemente sbilanciato dalla parte dei benefici. Ai tempi l’ex direttore di Ema e di Aifa Guido Rasi aveva spiegato ad Open:

«Su 1 milione e 700 mila vaccini con AstraZeneca ci sono stati 5 o 6 casi di trombosi: vuol dire che succede una volta ogni 300 mila. Trasferendo il ragionamento in Italia, vuol dire che una città come Bari o come Padova, oppure due città della grandezza di Pisa, non avrebbero neanche un caso. Di sicuro, però, senza vaccinazioni registrerebbero un numero ben definibile di morti per Covid. Quale evidenza scientifica dobbiamo preferire?»

Rasi aveva spiegato un principio fondamentale della prassi scientifica di valutazione di un farmaco o di un vaccino, alla cui base continuava ad esserci una delle grandi certezze della medicina e della scienza: non esiste un farmaco o un vaccino a rischio zero. Va da sé che il prodotto di AstraZeneca, a cui, non dimentichiamolo, tuttora viene riconosciuta un’ottima efficacia soprattutto sugli anziani, non presenta una quantità di rischi assoluti ma dei rischi relativi alla quantità di popolazione a rischio malattia. Ecco perché secondo gli scienziati sarebbe arrivato il momento di rivalutare il tanto bistrattato rapporto rischi/benefici alla luce di nuovi dati epidemiologici e per fortuna migliori di quelli di pochi mesi fa.

L’assenza di effetti tardivi

La somministrazione di AstraZeneca avvenuta mesi fa senza alcun effetto collaterale non può più considerarsi rischiosa. È la rassicurazione che gli scienziati fanno rispetto a tutti i soggetti che hanno ricevuto una o due dosi del vaccino di Oxford e che ora tornano ad avere paura per i possibili effetti. Nessun evento collaterale tardivo né tantomeno trombosi una volta superati i 7 giorni dall’iniezione. A proposito di trombosi non è certo da sottovalutare l’assenza di casi nella popolazione anziana, ancora oggi «fortemente protetta dal vaccino AstraZeneca con un’altra risposta immunologica», come spiega Rasi, definendo «irrazionale» l’ipotetica scelta di escludere il vaccino di Oxford dalla campagna vaccinale.

Efficace quanto Pfizer contro la variante indiana

«L’efficacia del vaccino AstraZeneca contro la malattia sintomatica della variante “indiana” è simile a quella dopo 2 dosi rispetto alla variante “inglese” dominante nel Regno Unito e ci aspettiamo di vedere livelli di efficacia ancora più elevati contro il ricovero e la morte». A dirlo solo tre giorni fa è stato il Ministero della salute britannica attualmente alle prese con la minaccia della mutazione indiana, ufficialmente la più diffusa nel Paese anche più di quella “inglese”. I dati attestano una capacità di difesa da parte di una singola dose del vaccino di Oxford pari a quella di Pfizer, entrambe al 33%. Con la seconda dose la percentuale per AstraZeneca sale al 60% di efficacia nei confronti della mutazione “indiana” e al 66% contro quella “inglese”. Numeri importanti che la paura delle ultime notizie rischiano di oscurare. Senza contare poi l’aspetto fondamentale della seconda dose, garante, come si vede dai dati, di una maggiore difesa contro le mutazioni. Se da un lato la scelta del Regno Unito di vaccinare tutti con una dose soltanto ha aiutato il ritmo accelerato della campagna, dall’altro ha garantito una minore sicurezza che ad oggi appare più necessaria che mai.

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