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Terza dose, anche gli Usa verso l’ok. In Italia virologi divisi, Galli: «Nessuna prova che serva». Garattini: «Utile per i fragili»

Aumentano i Paesi nel mondo che stanno ricorrendo a un terzo richiamo per la vaccinazione anti Covid. Ma in Italia il tema divide gli scienziati, in assenza di dati affidabili

Tra 48 ore l’ente regolatore americano per i medicinali, anche conosciuto come Fda, sarà pronto a dare il via libera alla terza dose di vaccino anti Covid Pfizer o Moderna alle persone immunodepresse degli Stati Uniti. La notizia arriva tramite indiscrezioni dei media che potrebbero tra non molto trasformarsi in una delle decisioni più importanti per il futuro della lotta al virus. La necessità di una terza dose di vaccino anti Covid è stata espressa lo scorso 9 luglio dalla stessa casa americana Pfizer che, facendo richiesta ufficiale all’Fda aveva spiegato: «Il vaccino Pfizer-BioNTech ha alti livelli di protezione contro la variante Delta, prevenendo dunque i ricoveri e i casi gravi di Covid-19, ma abbiamo osservato che il calo di efficacia del vaccino rilevato in Israele è dovuto principalmente alle infezioni nelle persone che erano state vaccinate a gennaio o febbraio». Dallo studio a cielo aperto di quella grande macchina di vaccinazioni che si chiama Israele si è registrato un calo di efficacia su cui potrebbe essere necessario intervenire, con l’obiettivo di continuare a proteggere i più fragili. In un primo tempo l’ente regolatore americano si era mostrato piuttosto scettico sulla richiesta, restando fermo all’opzione di seconda dose ed evidenziando come al momento il maggior pericolo fosse riservato a chi rifiuta di vaccinarsi. Ora la decisione potrebbe essere diversa: gli Stati Uniti si aggiungerebbero all’elenco dei (pochi) Paesi del mondo che finora hanno deciso per la terza dose insieme a Israele, Francia, Germania e Regno Unito. L’Italia per ora resta a guardare, nello scenario di un dibattito tra esperti ancora più che mai aperto.


I Paesi della terza dose

Apripista nel mondo per la campagna vaccinale anti Covid in generale, Israele è stato il primo Paese a somministrare la terza dose di Pfizer. Il ministero della Salute ha spiegato che l’efficacia del vaccino nel prevenire sia l’infezione sia la malattia sintomatica è passata dal 94,3% di maggio al 64% di giugno. Un quadro che la stessa Pfizer ha motivato con una probabile diminuzione degli anticorpi contro Covid-19 presenti nell’organismo. «Secondo i primi studi effettuati sul tema la terza dose, il richiamo genererebbe livelli anticorpali 5 – 10 volte superiori rispetto alla seconda dose». Lo stesso Ceo di Pfizer, Albert Bourla ha parlato della probabilità di una dose ogni 12 mesi», così come avviene per il vaccino antinfluenzale. «Ma al momento», ha poi precisato, «si tratta solo di ipotesi che necessitano ulteriori approfondimenti scientifici». A decidere per la terza dose è stata anche la Francia. L’annuncio di Macron risale al 5 agosto scorso: «Dal prossimo settembre terza dose del vaccino anti-Covid ai più anziani e ai più fragili». In piena quarta ondata da variante Delta la priorità è anche quella di continuare a proteggere la popolazione fragile che è stata messa in sicurezza ormai nei primi mesi di campagna. A ruota da settembre arriverà anche la Germania: il richiamo con Pfizer e Moderna sarà anche qui destinato solo ad anziani e fragili e offerto anche a coloro che hanno ricevuto due dosi di Astrazeneca o la singola di Johnson&Johnson. Per l’autunno anche il Regno Unito di Boris Johnson sceglierà la strada del terzo richiamo. Si partirà il 6 settembre con il coinvolgimento di una platea piuttosto ampia: tutti i cittadini con più di 50 anni di età, gli immunodepressi e i fragili, per un totale di 32 milioni di persone, la metà della popolazione inglese.


Terza dose del vaccino, in Italia virologi divisi

L’Italia sulla terza dose per ora rimane a guardare, in uno scontro piuttosto aperto tra esperti favorevoli e scienziati in attesa di maggiori dati. Dalla parte dei pro i virologi Andrea Crisanti, che invita a pensare al terzo richiamo «soprattutto a causa della variante Delta», Fabrizio Pregliasco, che parlando ad Open spiega di un virus destinato a rimanere ancora per diversi anni e che per questo dovrà essere combattuto con più richiami. Non ultimo il luminare e fondatore dell’Istituto di ricerca “Mario Negri” di Milano, Silvio Garattini, che nelle ultime ore ha parlato di una terza dose utile per chi «ha avuto una bassa reattività con le due dosi. E quindi per alcune categorie di immunodepressi, come chi ha avuto un trapianto d’organi e pazienti con terapie immunosoppressive». Difficile invece l’ipotesi di una somministrazione di massa, «servirebbero troppe dosi», aggiunge Garattini, «parlando di terzi richiami è necessario che si cominci a pensare ad una produzione autonoma di vaccini senza dover aspettare le concessioni dall’estero e la mediazione dell’Unione europea».

Sul fronte del no invece impera Massimo Galli, da giorni in ferma opposizione all’idea di seguire l’esempio di Francia e Germania. «Al di là di questi primi dati che arrivano da Israele, non c’è uno straccio di prova che lo stesso vaccino o un altro possa esser utile in soggetti fragili a cui non hanno funzionato le due dosi precedenti», dice il primario di malattie infettive dell’ospedale “Sacco” di Milano. «Potrebbe essere forse utile per l’anziano che ha una immunità meno valida di altri, ma chi ce lo dice se non facciamo altre sperimentazioni? Non mi piace sentir ipotesi di rivaccinare tutti a prescindere e poi casomai si capisce dopo se funziona la terza dose o meno». L’infettivologo invita alla cautela, spiegando poi l’importanza di sapere di più sugli anticorpi: «Un’altra questione che mi disturba parecchio è quella relativa alla persistenza o meno degli anticorpi. Se Ambrogio, piuttosto che Filippo, ha una risposta diversa perché va trattato nello stesso modo di Franco?».

Galli: «Verificare gli anticorpi come hanno fatto Merkel e Draghi»

Per rispondere alla domanda il punto di riferimento sono proprio gli anticorpi che andrebbero dunque verificati caso per caso: «Sento molti spaventati dall’eventualità della verifica degli anticorpi», continua Galli, «perché capisco che preoccupi dal punto di vista organizzativo, ma io di mestiere faccio il medico e non l’agente di sanità pubblica. Perché Angela Merkel e Mario Draghi, cancelliera tedesca e premier italiano, si sono sottoposti al test degli anticorpi e il signor Rossi non ne avrebbe diritto?». L’ultima riflessione dello scienziato è poi sui tempi del Green pass. «Tra settembre e ottobre il mio Green pass, insieme a quelli di tutti i sanitari in Italia, scadrà. Sento parlare di proroga da nove a 12 mesi, ma poi il problema si ripone. Perché dovrei farmi somministrare una terza dose di vaccino se dopo tre mesi ho gli stessi anticorpi di prima? Capisco solo che Albert Bourla, ceo di Pfizer, tiri acqua al suo mulino parlando di terze dosi».

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