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Afghanistan, Erdogan frena l’Ue sui rifugiati: «Non saremo il deposito dell’Europa. Pronto a parlare con i talebani»

Il presidente turco ha parlato dopo il summit del G7. Proseguono intanto le violenze dei talebani sui civili durante le proteste

L’Afghanistan è ancora nel caos. A meno di una settimana dalla caduta di Kabul in mano ai talebani, il Paese ha davanti un futuro incerto. Dopo aver mostrato un volto diplomatico durante gli incontri a Doha e nella conferenza stampa del 17 agosto, dall’aeroporto della capitale e dalle città del Nord Est arrivano cronache di violenze contro i civili in fuga o in protesta. Oggi, 19 agosto, i ministri degli Esteri del G7 si sono riuniti in un vertice straordinario coordinato da Londra per discutere le strategie da mettere in campo. Domani, venerdì 20 agosto, ci sarà una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri Nato, e il premier Mario Draghi è impegnato nell’organizzazione di un G20 imminente, la cui presidenza quest’anno spetta all’Italia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha parlato in un discorso alla nazione della situazione in Afghanistan. «Il nostro obiettivo – ha detto – è prima di tutto la stabilità e la sicurezza del Paese, e, se ce ne sarà bisogno, incontreremo il governo formato dai Talebani». Per quanto riguarda la questione dei migranti, Erdogan ha detto che «l’Europa non può evitare il problema chiudendo i suoi confini. La Turchia – ha sottolineato – non ha l’obbligo di essere il deposito dell’Europa per i rifugiati».


Il G7

Nella dichiarazione finale del summit, i ministri del G7 hanno dichiarato che i talebani «devono garantire la sicurezza di chi intende lasciare l’Afghanistan dopo la loro presa di Kabul». Nella dichiarazione, diffusa dal capo del Foreign Office, Dominic Raab, ci si impegna a lavorare con altri «partner» internazionali per sostenere «una soluzione politica inclusiva» per il futuro dell’Afghanistan, invocando anche« la fine delle violenze e il rispetto dei diritti umani, inclusi quelli delle donne, dei bambini, delle minoranze».


Di Maio: «In Italia accoglieremo 2.500 collaboratori afghani»

Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha dichiarato durante il G7 che «il piano è quello di trasferire in Italia circa 2500 afghani che hanno collaborato negli anni con le Istituzioni italiane». «È importante – ha aggiunto – agire in maniera coordinata nei confronti dei talebani. Dobbiamo giudicarli dalle loro azioni, non dalle loro parole. Dobbiamo mantenere una posizione ferma sul rispetto dei diritti umani e delle libertà, e trasmettere messaggi chiari tutti insieme».

La chiamata Draghi-Putin

Draghi intanto ha avuto nel pomeriggio una conversazione telefonica con il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, per parlare delle possibili cooperazioni per la ricostruzione dell’Afghanistan, dei piani per contrastare il terrorismo e i traffici illeciti e dei diritti delle donne.

Identificate le persone cadute dal C17

Dalla direzione generale dello Sport dell’Afghanistan si apprende che una delle vittime, cadute dall’aereo militare americano in partenza da Kabul, è un giovane calciatore afghano. Si chiamava Zaki Anwari e faceva parte della squadra nazionale di calcio giovanile. È morto nel tentativo di fuggire dai talebani. L’altra vittima sarebbe un giovane medico afghano che si era appena sposato, Mohammed Vida, di 22 anni. Nelle informazioni ci sarebbe comunque ancora confusione: secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, tra le vittime ci sarebbe un giovane di nome Reza, che aveva 17 anni e sperava di fuggire lontano dai talebani.

Le proteste a Nord Est

EPA/STRINGER | Un gruppo di afghani a Kabul passa sotto un’immagine del presidente afghano Ashraf Ghani, durante le manifestazioni per le celebrazioni del 102° anniversario dell’Indipendenza del Paese

Proseguono intanto le manifestazioni contro il nuovo regime talebano. Ad Asadabad, a Est di Kabul, un corteo è stato represso nel sangue: i talebani hanno sparato sulla folla che sventolava la bandiera afghana. Stando a quanto riportato dalla Reuters, diverse persone sono morte. Un testimone oculare, Mohammed Salim, ha detto che non è chiaro se «le vittime siano state colpite dal fuoco dei talebani o siano morte in seguito alla fuga provocata dagli spari». L’episodio arriva a poche ore di distanza dalla sparatoria sui civili in strada avvenuta ieri in circostanze simili a Jalalabad, dove anche oggi si sono verificate sparatorie. Stando alle informazioni fornite da Al Jazeera, due persone, un giovane e un uomo, sono state ferite nella città dai colpi d’arma da fuoco esplosi dai talebani sulla folla. Intanto a Khost, nel sud del Paese, i fondamentalisti hanno imposto il coprifuoco alla popolazione per impedire nuove manifestazioni in strada.

Il documento che alimenta i dubbi sulla “svolta” dei talebani

Alle tensioni di piazza delle ultime ore si aggiunge la notizia, che arriva dagli Stati Uniti, di documenti confidenziali – riportati dal New York Times – che gettano ulteriori dubbi sugli annunci di una svolta moderata annunciata da parte dei talebani. Secondo il dossier ottenuto dalla autorevole testata statunitense, i talebani avrebbero già stilato una lista dei cittadini afghani da arrestare e di un dettagliato piano di rastrellamenti.

E mentre dall’aeroporto di Kabul arrivano nuove scene di disperazione, con le madri che cercano di passare i figli ai militari oltre il muro di cinta, il nuovo bilancio del caos nello scalo della capitale – unica via di uscita dal paese – parla di 12 vittime da domenica.

Le reazioni di Mosca e Pechino

Con il cambio al potere nel Paese sia Mosca che Pechino si dicono aperte a un dialogo. Dal Cremlino, in particolare, è il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov a sottolineare che «anche quando l’Afghanistan era inghiottito dalla guerra civile», la Russia ha sempre «affermato la necessità di un passaggio urgente a un dialogo a livello nazionale che coinvolga tutte le forze afghane, così come tutti i gruppi etnici e confessionali. Facciamo di nuovo lo stesso appello», ha ribadito Lavrov nell’ottica dell’inclusione afghana nella sfera di influenza della troika allargata con Russia, Usa, Cina e Pakistan: «ora che i talebani sono di fatto saliti al potere a Kabul e nella maggior parte delle città e province dell’Afghanistan ci dovrebbe essere un dialogo nazionale che permetta la formazione di un governo rappresentativo».

Gli interessi geopolitici ed economici sono alla base anche della linea cinese. I cui vertici hanno sottolineato «l’impegno a ricostruire un governo islamico inclusivo» dei talebani. La Cina, da anni impegnata nella prospettiva di gestione del tratto afghano della Nuova Via della Seta, interpreta quindi la linea promessa dai talebani come «positiva». «Non è ancora del tutto chiaro, ma credo che i talebani non ripeteranno la storia del passato e che i talebani oggi siano più sobri e razionali di quanto non lo fossero l’ultima volta che erano al potere. Gli Stati Uniti e altri hanno lasciato molti problemi.», fanno sapere i portavoce del governo, «il processo di ricostruzione pacifica è difficile che proceda senza intoppi. In questo processo, la comunità internazionale dovrebbe incoraggiare e sostenere congiuntamente l’unità e la cooperazione di tutte le parti e i gruppi etnici, e aprire un nuovo capitolo nella storia afghana».

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