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Variante Delta, cosa sappiamo della sua nuova mutazione e perché (per ora) non deve preoccuparci

In Italia sono noti nove casi identificati tra settembre e ottobre. Le tracce genetiche di AY.4.2 rappresentano il 10% dei contagi globali, di fatto quasi tutti nel Regno Unito

Ancora una volta, in assenza di conferme, si usa una variante Covid per coprire altri problemi. Per la verità non parliamo nemmeno di una «nuova variante», bensì di una sotto-variante della Delta, ovvero il lignaggio AY.4.2. Così tutti i sotto-prodotti del mutante giunto dall’India del nuovo Coronavirus sono stati chiamati anche Delta plus. In un precedente articolo del giugno scorso avevamo trattato, per esempio, il lignaggio AY.1. La «nuova» sotto-variante è emersa invece un mese dopo.


AY.4.2 può comportare da sola un sensibile aumento dei contagi?

Qualcuno potrebbe imputare alla sub-variante il boom di casi inglesi e russi. Occorre invece riflettere su ben altri fattori concomitanti, uniti al fatto che Delta era già di per sé preoccupante e che le vaccinazioni (introdotte molto presto dai britannici) perdono sensibilmente efficacia nelle forme lievi entro cinque o sei mesi. Aggiungiamo quindi il lassismo generale in Russia e l’allentamento delle misure di contenimento nel Regno Unito. Al momento nel nostro Paese sono noti nove casi identificati tra settembre e ottobre. In Israele sarebbero in tutto sei. Teniamo conto che le tracce genetiche di AY.4.2 rappresentano il 10% dei casi in tutto il mondo, di fatto quasi tutti nel Regno Unito: 21 mila su 22 mila globali.


Troppo presto per cadere nel panico

Il primo a invocare prudenza è il genetista dell’Università di Trieste Marco Gerdol in un recente post su Facebook. Recenti stime più accurate parlano di una trasmissibilità della sotto-variante aumentata di circa il 10%. Per le ragioni appena introdotte, non abbiamo modo di considerare questa proprietà intrinseca del SARS-CoV-2 mutato. Se dobbiamo parlare di una maggiore pericolosità, questa dovrebbe essere valutata relativamente a quella generalmente nota della variante Delta, considerata VOC (di maggiore preoccupazione). Per maggiori approfondimenti su come vengono classificate le varianti, suggeriamo la lettura di un nostro precedente articolo. D’altro canto più il tempo passa, maggiori saranno le mutazioni che interessano la subunità S1 del RBD (Receptor Binding Domain) della proteina Spike, ovvero, semplificando, quella porzione di antigene che permette al virus di legarsi alle cellule per infettarle.

Le principali mutazioni di AY.4.2

Ogni mutazione nel genoma che interessa la proteina Spike viene monitorata e studiata. Quelle associate a una maggiore capacità del virus di essere infettivo o eludere le difese immunitarie, sono per esempio E484K e N501Y. Nel caso di questa sotto-variante appaiono di particolare interesse A222V e Y145H. La prima non sembra al momento dare riscontri preoccupanti, sia dal punto di vista della trasmissibilità che della risposta agli anticorpi; la troviamo per esempio anche in altre sotto-varianti Delta che risultano in declino. La seconda è presente in altre varianti – come Alfa e Mu – e teoricamente potrebbe indurre, visto il genere di modifiche alla Spike che comporta, una maggiore elusione delle difese immunitarie. 

Prime tracce anche negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, dove la sub-variante comincia a essere isolata, corrisponde a meno dello 0,05% dei sequenziamenti. Secondo i CDC «non ci sono prove che la sotto-linea A.Y.4.2 influisca sull’efficacia dei nostri attuali vaccini o terapie», come riporta Business Insider

Il professor Francois Balloux, docente di biologia dei sistemi computazionali e direttore del UCL Genetics Institute, ha affermato in una intervista del 19 ottobre per Science Media Centre, che riguardo al boom di casi nel Regno Unito «AY.4.2 ha ancora una frequenza piuttosto bassa, un aumento del 10% della sua trasmissibilità potrebbe aver causato solo un piccolo numero di casi aggiuntivi». 

Secondo il Professore abbiamo avuto varianti ben più preoccupanti. «In quanto tale, non ha guidato il recente aumento del numero di casi -continua Balloux – questa non è una situazione paragonabile all’emergere di Alfa e Delta che erano molto più trasmissibili (50% o più) di qualsiasi ceppo in circolazione all’epoca. Qui abbiamo a che fare con un potenziale piccolo aumento della trasmissibilità che non avrebbe un impatto comparabile sulla pandemia».

Foto di copertina: Alexandra_Koch | Immagine di repertorio.

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