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Quirinale, Sgarbi: «Berlusconi non tornerà a Roma. Il mio consiglio? Intestarsi Draghi» – L’intervista

Critico d’arte, sindaco di Sutri, deputato e, nelle ultime settimane, consigliere tra i più vicini al Cavaliere nella corsa al Colle: «Purtroppo Ronzulli e Tajani mi hanno fatto la guerra perché non hanno capito il dato psicologico dell’operazione»

«Mi immagino questo dialogo tra Gianni Letta e Silvio Berlusconi». Il Cavaliere prende il cellulare e telefona al suo fedele pontiere. «Gianni, propongo te per il Quirnale». «No Silvio, fai il nome di Draghi». Berlusconi a quel punto potrebbe lamentare il fatto di non aver mai ricevuto una chiamata dall’attuale presidente del Consiglio, di non essere mai stato considerato per ciò che è: l’uomo che ha deciso la politica italiana negli ultimi 20 anni. «Lascia perdere Silvio. Fai il nome di Draghi, non il mio». A fare la previsione della telefonata decisiva per la partita del Colle di Berlusconi è Vittorio Sgarbi. «Sarà un dialogo bellissimo», dice a Open. Vantandosi di aver previsto l’epilogo della corsa al Quirinale del leader di Forza Italia già lo scorso 24 dicembre, quando in un’intervista a La Repubblica dichiarò: «Il Cavaliere non ha i numeri, faccia il regista e punti sul premier».


Nonostante quel consiglio – o profezia, lo sapremo tra poco -, il sindaco di Sutri è stato comunque il manovratore dell’operazione scoiattolo andata in scena due settimane prima del voto. «Non sono il suo portavoce, io sono il portavoce di me stesso», rivendica Sgarbi. «Sono solo un vecchio amico di Silvio, dal lontano 1989, e in virtù della nostra amicizia ho escogitato il metodo Sgarbi per cercare quell’ottantina di parlamentari necessaria per portare Berlusconi al Colle». La sua operazione, però, non è stata capita, «in primis da Ronzulli e Tajani, che hanno fatto uno sbarramento tra Silvio e i parlamentari». E adesso che il «metodo Sgarbi» è, come dice lui, su un binario morto, il critico d’arte pensa a delle alternative.


Onorevole, a che punto siamo della corsa di Berlusconi al Quirinale?

«Il processo di maturazione della posizione di Berlusconi, in questo momento, è in una pausa di riflessione. Per utilizzare un termine da Prima Repubblica, direi che il Cavaliere è in una pausa di riflessione per cercare una via d’uscita che non lo porti a schiantarsi con i numeri durante lo scrutinio. È il momento in cui deve pensare a un nome da proporre al centrodestra. E lo deve indicare lui, non Matteo Salvini».

Non verrà a Roma per un vertice di centrodestra nei prossimi giorni?

«No. Cosa deve venire a fare a Roma? Basterà una telefonata. Anche perché Giorgia Meloni pare già orientata. Salvini pure. E ogni volta che si fa un vertice viene fatto sempre e solo un nome: quello di Silvio».

Ritiene che Salvini sia propenso alla candidatura di Mario Draghi?

«È impossibile che Salvini non voglia Draghi. La cosa complicata è che Salvini vorrebbe intestarsi la sua candidatura, ma non può farlo finché sul campo c’è il nome di Berlusconi. Le reticenze sul nome di Draghi nella Lega sono una bufala, così come è una bufala il fatto che sia utile lasciare a Draghi il ruolo di presidente del Consiglio. Se passa da Chigi al Quirinale, l’influenza di Draghi sarà ancora più forte: nominerà capo del governo la persona che vuole lui. Una figura in grado di gestire Salvini come ministro degli Interni e Luigi Di Maio agli Esteri. Non un co***one come Giuseppe Conte. Sarebbe una sorta di ritorno a un governo gialloverde con il Pd marginalizzato ma che, comunque, dovrà sostenere l’esecutivo voluto da Draghi. Come potrebbe non andare bene, a Salvini, questa soluzione?».

Diceva che Berlusconi deve indicare il nome del candidato di centrodestra. Ma la Lega ha più grandi elettori.

«Berlusconi, e io sono dalla sua parte, ha ancora il vantaggio di chi, fino a oggi, ha tenuto in mano tutto. Spetta a lui dire il nome o, quantomeno, per non mortificare Salvini, potrebbero comunicarlo insieme. Portare Draghi al Colle vorrebbe dire comunque farlo governare, seppure da una posizione più distanziata, ma con il beneficio di mandare a fan***o il Pd».

Sta parlando frequentemente con Berlusconi. Quali sono le strategie che gli ha consigliato?

«Berlusconi ha tre possibilità. La prima, forse la più complicata, è quella di fare il nome di Sergio Mattarella. Era la candidatura che più piaceva a Silvio. Ma lo stesso presidente della Repubblica ha voluto mettere un argine al suo mandato. Però sarebbe una mossa che costringerebbe il centrosinistra, per cortesia istituziuonale, a seguire il centrodestra».

La seconda?

«Fare un nome per il campo del centrodestra. Potrebbero essere quelli di Elisabetta Casellati o di Gianni Letta. Sarebbe una soluzione rischiosa, ma che tutelerebbe la figura di Berlusconi: se si schianta Gianni Letta, nel segreto dell’urna, muore Letta. Non Berlusconi».

Ma Gianni Letta sarebbe disposto a candidarsi?

«No. Letta, tra Letta e Draghi, preferisce Draghi».

Terza possibilità?

«La soluzione più patriottica. E più logica. Berlusconi si erge a padre della patria e fa il nome di Draghi, in maniera risoluta. A quel punto, si potrebbe anche pensare a stabilire un asse con il Pd e con i 5 stelle che seguono Di Maio».

Onorevole, perché il «metodo Sgarbi» o operazione scoiattolo, che dir si voglia, non ha funzionato?

«Se avessimo iniziato questa operazione 20 giorni fa e l’avessimo portata avanti con costanza, oggi avremmo almeno 70 grandi elettori in più che voterebbero per Silvio. Non puoi portare avanti questa strategia in modo episodico».

Su cosa puntavate?

«Il metodo si basava più sulla psicologia che sulla politica. Un gioco a due voci: se io chiamo un deputato sconosciuto dei 5 stelle, che viene da una sfiga come Beppe Grillo o che ha come capo un co***one come Conte, e gli passo una voce di riferimento in Italia come quella di Berlusconi, è chiaro che la sola attenzione del Cavaliere titilla delle speranze. Ci dovevano essere degli inviti a un incontro. Abbiamo chiamato un grillino chiedendogli se preferisse Draghi o Berlusconi al Colle. E lui ha risposto “mille volte Silvio”. Questo era il “metodo Sgarbi”. Ieri cinque deputati, gente improbabile, sono venuti a dirmi “perché non mi hai fatto chiamare?”. Immagini la reazione psicologica che suscita la voce e l’attenzione di Berlusconi nell’ultimo sfigato dei 5 stelle che non sarà più rieletto in parlamento».

Quando ha capito che l’operazione sarebbe naufragata?

«Da quando, venerdì scorso, è partito da Roma e non è più tornato. Poi, quando non si è presentato a Strasburgo per la commemorazione di David Sassoli, ho capito che non ci avremmo provato più. Purtroppo Ronzulli e Tajani mi hanno fatto la guerra perché non hanno capito il dato psicologico dell’operazione. Se ti chiama Tajani per chiedere il voto per Silvio, non sposti nemmeno un indeciso».

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