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Ucraina, così la guerra porta la Russia verso il disastro: «Prezzi e sanzioni, Putin rischia la bancarotta»

Crollo del rublo. Crescita del costo delle materie prime. Banche russe a rischio crollo sistemico. E un conflitto che tassa i russi del 40%

La Borsa costretta a chiudere. Il divieto di esportazione di valuta all’estero. Il crollo del rublo. Mentre l’Occidente sanziona Vladimir Putin per la guerra in Ucraina, il popolo russo comincia a sentire il peso della scelta dello zar. E mentre l’Ue colpisce sette banche russe (ma non Gazprom), l’Eni che dà l’addio a Blue Stream è solo una delle tante aziende straniere che disinvestono dalla Russia in guerra. E il conflitto tassa i russi del 40% secondo Davide Serra, co-fondatore di Algebris Investments. Mentre il paese rischia la bancarotta: «Presto il suo unico asset, gli idrocarburi, non varrà nulla. Li venderanno a Cina e Corea del Nord a prezzi più bassi. Putin sta distruggendo la Russia.


L’effetto economico delle sanzioni

Il primo effetto economico delle sanzioni è quello del crollo del rublo: la valuta russa è sprofondata passando da 86 a oltre 100 rubli per un dollaro. La perdita del potere d’acquisto accelererà l’inflazione e per questo la Banca Centrale russa ha raddoppiato il tasso di sconto portandolo dal 9,5 al 20%. Così l’istituto centrale spera di fermare la fuga di depositi (e quindi di capitali) ma secondo gli esperti, spiega oggi La Stampa, l’inflazione arriverà al 20% nei prossimi mesi mentre la riduzione dei redditi della popolazione dovrà fronteggiare anche l’aumento dei tassi di interesse. L’esclusione di alcune banche russe dal sistema di pagamenti internazionali Swift fa il paio con il congelamento delle riserve valutarie estere della Banca Centrale russa: si tratta di 400 miliardi su 650 attualmente bloccate in Germania. Anche per questo l’istituto ha rinunciato a difendere il rublo dal crollo.


Michael Carpenter, ambasciatore americano all’Osce, in un’intervista rilasciata a Repubblica spiega che l’esclusione dell’energia dalle sanzioni è temporanea: «Dobbiamo essere strategici su come procedere per impedirle di monetizzare le sue risorse». Secondo Carpenter la maggioranza del popolo russo già oggi non è favorevole alla guerra. «Questa guerra deve fallire. Fallirà, e noi garantiremo che fallisca. Non possiamo permettere alla leadership russa di vederla come un successo, perché vorrebbe dire invitare lei o altri paesi a fare cose simili. Riguarda la sfida delle autocrazie contro la democrazia, ma anche di più. È uno stato aggressivo che ne invade uno pacifico senza ragione, per conquistarlo. È terrificante per tutti gli stati nel mondo».

Pechino salverà Mosca?

Intanto la Russia chiede aiuto alla Cina. L’agenzia di stampa Ansa ricorda che Pechino potrebbe mettere in campo sono accordi su risorse e prestiti erogati dalle sue grandi banche statali, secondo uno schema che seguirebbe quello del 2014 dopo che la Russia finì nel mirino della comunità internazionale per l’occupazione e l’annessione della Crimea. La Cina allora continuò a fornire il suo sostegno, spesso dietro le quinte, tra acquisti di petrolio e veicoli finanziari a fare da paravento. Da quel momento i legami bilaterali si sono rafforzati: l’uso del dollaro è stato ridotto, l’interscambio commerciale ha toccato nel 2021 i massimi storici di 140 miliardi di dollari, mentre i recenti accordi energetici, basati su prestiti e crediti in renminbi, hanno cementato ulteriormente le relazioni.

Il sistema cinese dei pagamenti internazionali transfrontalieri poi, noto come Cips, potrebbe sostituire lo Swift, pur con problemi da risolvere per la scala ridotta. Ma anche questa strada presto potrebbe essere sbarrata. Gli Usa, come ulteriori misure insidiose, potrebbero decidere i controlli sull’export per interrompere le forniture di chip alla Russia. Seguendo così l’esempio di quanto fatto con Huawei, al fine di strozzare le forniture di componenti vitali per le industrie russe come le tlc e la vitale esplorazione petrolifera e di gas.

La Russia a rischio bancarotta

Secondo il finanziere Davide Serra, fondatore di Algebris, la guerra tassa attualmente gli stipendi russi del 40% e proprio per questo lo Zar potrebbe finire presto in bancarotta: «Il russo medio si è visto bruciare il 40 per cento del potere di acquisto di beni globali in una settimana. Mai visto. Se 110 milioni di persone perdono quasi metà della ricchezza mangiano e comprano meno. È come una tassa. La tassa Kiev. La Russia non produce nulla a parte petrolio e gas. Non esiste manifattura domestica di beni di consumo. Oltretutto i russi ricordano bene quando fallirono nel 1998, e così hanno chiuso i mercati dei capitali. È vietato comprare dollari e li puoi rivendere solo allo Stato. Non c’è più conversione. Sei fregato. È una tassa sulla ricchezza del 40 per cento!», dice oggi a La Stampa.

Secondo Serra c’è invece il rischio che Pechino si prenda le materie prime della Russia attaccandosi al bocchettone e comprando petrolio e gas a prezzi scontati. Gli oligarchi, minacciati oggi da Joe Biden nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, perderanno il 70% del loro patrimonio. «Putin non vincerà mai in Ucraina. Lo dice la Storia. Negli ultimi cento anni un ucraino su tre è morto di fame per colpa di Stalin e per combattere Hitler. Diversamente da quasi tutti i Paesi europei, l’Ucraina troverà gente pronta a morire per la Patria. Basta che sia uno su quattro, ed ecco dieci milioni di soldati. Se saranno armati, i russi non li vinceranno mai. Con i giusti mezzi, sarà un Vietnam alla decima potenza». Nel frattempo lo Zar rischia la bancarotta: «Presto il suo unico asset, gli idrocarburi, non varranno nulla. Li venderà a Cina e Corea del Nord a basso prezzo. Putin sta distruggendo la Russia, l’ha già distrutta. Ora tutti sanno che è un pazzo».

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