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Regno Unito, Johnson sempre più isolato: licenziato il fedelissimo Gove. Continuano le dimissioni nel governo

Lasciano anche James Daly e David Mundell. La ministra Patel chiede il passo indietro del premier, ma BoJo non cede

Boris Johnson non ha intenzione di dimettersi. Nonostante le spinte da parte dei suoi fedelissimi, tra cui la ministra dell’Interno Priti Patel, il primo ministro non vuole lasciare. Johnson non è arretrato nemmeno davanti alle sollecitazioni di Michael Gove – segretario di Stato per il livellamento sociale, gli alloggi e le comunità – di farsi da parte, rispondendo al consiglio con una lettera di licenziamento. Per Gove si tratta del terzo licenziamento di fila, arrivato dopo quelli durante i governi Cameron e May. Gove, tra i più accesi sodali del premier nella campagna referendaria pro Brexit del 2016, proprio ieri aveva dichiarato di continuare e sostenere il Governo nonostante lo scandalo Pincher. Ma il ministro ha ritrattato completamente la faccenda, dicendosi addirittura «convinto» che Johnson debba dimettersi.


Il record di dimissioni

Nel giro di 24 ore, sono stati ben 14 i ministri e viceministri a dimettersi. Una cifra record. La Bbc dice che il premier non intende dimettersi di fronte «alle questioni enormemente importanti» che il Paese deve affrontare. Boris Johnson aveva già dichiarato che non si sarebbe dimesso durante il Question Time del mercoledì alla Camera dei Comuni. E, nonostante il pressing dei ministri che sono stati ricevuti in serata a Downing Street, la linea del premier non cambia. Dallo scoppio dello scandalo Pincher, il governo ha perso un pezzo dopo l’altro.


Prima il ministro della Sanità e il cancelliere dello Scacchiere, oggi il viceministro responsabile del dossier della Famiglia e dell’Infanzia e il sottosegretario del Tesoro. Al dietrofront di Gove va poi aggiunta una mezza dozzina di abbandoni nelle posizioni junior dell’esecutivo, che non sembrano però scoraggiare BoJo. Il numero uno di Downing Street vuole che il suo governo «vada avanti» e «attui il suo programma». In serata sono arrivate anche le dimissioni di James Daly, Simon Hart e David Mundell.

Lo scandalo Pincher

Dopo le tensioni collegate al Partygate, la nuova crisi è stata scatenata dalle accuse di molestie sessuali rivolte all’ex vice capogruppo del Partito Conservatore alla Camera dei Comuni, Chris Pincher. Pincher avrebbe «palpato due uomini» in un club privato, il Cotton Club di Londra, alla fine di giugno. Non solo: nel 2017 avrebbe rivolto a un ex atleta, olimpico di canottaggio e potenziale candidato Tory, delle «avances indesiderate». Johnson sarebbe stato al corrente del suo comportamento «inappropriato» sin dal 2019. Prima cioè che decidesse di “promuoverlo” a vicecapogruppo dei tory alla Camera dei Comuni: per questo adesso è entrato anche lui nel mirino.

E se la maggioranza perde pezzi, l’opposizione non esita a sparare sulla croce rossa. Secondo Keir Starmer, leader dei laburisti, Johnson ha scelto al suo fianco «un predatore sessuale», e adesso sta adottando «comportamento patetico», mentre la «nave affonda e i topi scappano». «Chiunque si sarebbe dovuto dimettere da tempo nella sua posizione», ha concluso Starmer alla Camera dei Comuni.

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