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Cosa succederà mercoledì? Draghi determinato a lasciare, Letta e C. cercano di ricucire, M5s in riunione permanente

di OPEN

Tutti i partiti dicono di non temere le elezioni anticipate, ma per molti sarebbe una iattura per il sistema elettorale impossibile da cambiare e i tempi strettissimi per tentare un rilancio, soprattutto per il M5s

Il primo a parlare di “tempi supplementari” è stato il più draghiano dei leghisti, il ministro Giorgetti, impegnato come il suo collega Pd Franceschini (in asse con Letta), Luigi Di Maio e l’intero trio dei ministri di Forza Italia BrunettaCarfagnaGelmini a creare i presupposti per una “resurrezione” del governo Draghi, con o senza il M5s in maggioranza. Il principale ostacolo a questa prospettiva è costituito proprio dalla determinazione di Draghi a confermare le dimissioni. E con molti motivi comprensibili: le parole pronunciate ieri al Senato dagli esponenti m5s erano quasi di liberazione per la fine di un obbligo di responsabilità, e hanno fatto cogliere plasticamente al premier cosa si pensa davvero nel Movimento di Conte. E d’altronde proseguire senza di loro vorrebbe dire percorrere l’ultimo tratto della legislatura in mezzo al fuoco incrociato delle opposizioni meloniane e grilline, con la certezza che almeno la Lega, ma non solo, entrerebbe in fibrillazione già alla prima cannonata.


E poi c’è un precedente, che Draghi ha ben presente: quello di un altro Super Mario chiamato direttamente dal Quirinale a salvare la situazione, e che essendo restato fino alle elezioni vide disgregarsi repentinamente l’appoggio delle forze politiche, fino a passare per quello che aveva provocato i guasti che invece aveva cercato di riparare. Meglio abbandonare prima che inizi una campagna elettorale in cui – sempre – i partiti hanno bisogno di distinguersi, di attaccare, di spararle grosse.


Il voto anticipato

Se Draghi conferma il suo addio non ci sono chance concrete di altri governi: si va dritti alle elezioni anticipate a fine settembre, magari con un governo guidato dal suo fido ministro dell’economia Daniele Franco. Sarebbero le prime elezioni politiche in autunno. È una regola aurea della politica: tutte le forze politiche, soprattutto quelle che ne sono terrorizzate, devono dire che non temono le elezioni anticipate (gli impauriti aggiungeranno però che – al di là delle convenienze – sarebbe una tragedia per i mercati, la guerra, la pandemia, l’affidabilità italiana etc).

Ma è chiaro che in questo caso le elezioni subito sarebbero una iattura per molti: intanto perché si voterebbe con l’attuale sistema, il Rosatellum, che premia nei collegi le coalizioni. E poi perché le forze che escono malconce da questa fase (il M5S e non solo) avrebbero meno tempo per tentare di rilanciarsi, e quelle nuove faticherebbero a organizzarsi adeguatamente sul territorio (Di Maio e Toti in primis). È evidente che il grande favorito del voto anticipato sarebbe il centrodestra. Con un grosso ‘ma’: la possibilità concreta che la forza prevalente nel voto proporzionale sia Fratelli d’Italia, e quindi poi la candidata premier sia Giorgia Meloni.

Cinque anni fa era chiaro per tutti che il candidato sarebbe stato indicato dalla forza con più voti. Ora invece questa regola stenta a riapparire – eufemismo – dalle parti di Lega e Forza Italia. E sono in molti a pensare che proprio per questo alla fine tra i più tiepidi sulla prospettiva del voto anticipato ci saranno anche Berlusconi e Salvini. Chi spera in un Draghi bis conta anche su questo.

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