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Al Bano ancora contro Sanremo: «Io, re della musica, escluso da un “Conti”»

13 Gennaio 2026 - 15:14 Gabriele Fazio
al bano risposta romina putin
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L'ultima partecipazione del cantante pugliese al Festival risale al 2017. Da allora è riuscito a salire sul palco dell'Ariston solo come superospite. Cosa che non ha affatto gradito.

Ad Al Bano queste esclusioni dal Festival di Sanremo non vanno proprio giù. Ieri l’ultimo commento acidulo contro l’attuale direttore artistico, in diretta con Un Giorno da Pecora: «Uno che è un re della musica leggera italiana non può andare da un ‘conte’, semmai è il contrario…». Una dichiarazione che si aggiunge alle tante rilasciate anche contro Amadeus, reo di non aver rispettato un “patto” e averlo chiamato, sì, ma solo come superospite: «Io la gente che non mantiene i patti la detesto. Hai preso un accordo con me e lo devi mantenere…con la mia pelle non ci giochi», ha detto il cantante. E ancora: «Ero abituato a un signore come Pippo Baudo. Amadeus e Conti mi hanno dimostrato che il mondo è cambiato. Quando ti invitano a presentare un brano possono dirti sì o no, ma non devono farti passare per coglione. Io non devo passare esami con loro: semmai loro con me, per l’età e l’esperienza che ho». Così è arrivata anche una chiusura che sembrava definitiva, l’accettazione del lutto: «Su Sanremo ho messo una croce. L’ho fatto a malincuore, con molta amarezza, ma non torno indietro. Basta!». Eppure, ogniqualvolta il direttore artistico sciorina la propria lista di big e il suo nome non compare, torna a dichiarazione puntute come quelle rilasciare ieri a Rai Radio 1.

«Il mondo è cambiato»

Il punto lo ha centrato lo stesso Al Bano: «Il mondo è cambiato». Questa è una sindrome che colpisce molti artisti di vecchia generazione, che riguardi in particolare il Festival di Sanremo, come succede da oltre un ventennio ai Jalisse, per esempio, che ne hanno fatto il proprio marchio di fabbrica, una sorta di meme a tempo indeterminato, senza il quale probabilmente non ne avremmo mai più sentito parlare. Ma è successo anche quando ci fu la rivoluzione cantautorale indie e succede anche con i famigerati (t)rapper. Succede, in pratica, ogniqualvolta il target di riferimento del mercato discografico italiano, composto in larghissima parte da giovani e giovanissimi (già i trentenni non fanno più la differenza, per intenderci), va avanti e ricerca in nuove sonorità e nuovi linguaggi le proprie esigenze da ascoltatori. E si fa fatica, di conseguenza, ad accettare che il proprio appeal vada lentamente e fisiologicamente sfumando. Al Bano (ma, ripetiamo, non è l’unico), all’ennesima uscita scoordinata possiamo affermarlo senza problemi, non lo accetta. Questo probabilmente perché, ma ci spingiamo guardinghi nella psicologia più spicciola, proviene da quasi sei decadi di riconoscibilità, mai assopita tra l’altro, essendosi concesso numerose uscite televisive che ne hanno alimentato il personaggio.

I numeri di Al Bano

Il personaggio, televisivo, sì, ma non la musica. Una distinzione netta e fondamentale. Al Bano su Spotify non si spinge oltre i 650mila ascolti mensili, che sono una cifra, specie se nel repertorio si hanno grandi classici come Libertà (1987), Sempre sempre (1986), Felicità (1982) e Nostalgia canaglia (1987), che sono i titoli più streammati, evergreen che ci sarà sicuramente chi si azzarderà a chiamare capolavori, noi ci limitiamo ad ammettere che sono canzoni che rappresentano un’epoca, ma che sono lontane anni luce da tutte le innovazioni, buone o cattive che siano, del linguaggio musicale di oggi. Al Bano non pubblica un disco di inediti dal 2020, quando tentò il rilancio nuovamente in coppia con Romina Power, titolo dell’opera: Raccogli l’attimo; ma sospettiamo che molti non ne conoscano l’esistenza. La piattaforma svedese non permette più di scoprire questi ascolti da quali città provengono, ma lo permette YouTube, che rappresenta il secondo termometro per analizzare la musica italiana e, dopo Milano, le città che compaiono sono: Varsavia, Parigi, Tblisi, Roma, Kiev, Tashkert, Bucarest, Sofia, Santiago del Cile e Vienna. Il che conferma il successo internazionale di quella che è stata certamente una grande star di un certo periodo della nostra musica leggera, una bandiera per le comunità di emigrati all’estero, tutte cose stranote, anche perché lo stesso Al Bano non manca mai di vantarsene, ma che niente hanno a che vedere con il mercato discografico moderno, che ha e richiede caratteristiche del tutto differenti dal bel canto all’italiana di una volta. Questi sono dati, attenzione, che non svalutano lo spessore artistico del Leone di Cellino, perché quando si azzeccano così tante opere, tutte fondamentali per diverse generazioni e per diverse motivazioni, sempre tutte valide, nessuno può permettersi di togliere o svalorizzare quel merito e quel merito di certo non ammuffirà mai. Ma la musica, neanche questa è una novità, è anche specchio di ciò che siamo, di ciò che diventiamo, del periodo che si vive, e questo non è il tempo, forse purtroppo, degli Al Bano.

A che servirebbe Al Bano a Sanremo?

Il motivo per cui Al Bano vorrebbe disperatamente (così ci suggeriscono le continue critiche) tornare al Festival le possiamo capire, ma capiamo a maggior ragione il motivo per cui Sanremo non ha bisogno più di Al Bano, se non per qualche revival, se non per accontentare il pubblico ageé di mamma Rai con un volto più familiare. Il problema è che Sanremo, specie da quando Amadeus lo ha rispolverato e fatto accettare anche dai più giovani, tutto può tranne che ricascare nel tranello dei grandi classici, tornare a girarsi e rigirarsi su vip che niente hanno a che fare con l’autentico mercato, quello fatto di stream e sbigliettamenti. Gli spazi sono molto pochi nella nuova discografia e quegli slot vanno (andrebbero) occupati con chi deve farsela una carriera, non per chi desidera darle una lucidata. D’altra parte, l’ultima partecipazione del cantante pugliese al Festival non si deve andare a ricercare in fondo alla cantina, era il 2017, portò il brano Di rose e di spine, con il quale non superò nemmeno le prime fasi e che non fu proprio questo grande successo, anzi, potremmo anche definirlo un clamoroso flop. Perché il problema di Al Bano non è Al Bano, è quello che propone Al Bano, che non è più pop (riprendendo la matrice “popolare” del termine) come lo era quaranta o cinquant’anni fa. Siamo appena entrati nel 2026, può anche starci.

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