Sì, l’inchiesta su Garlasco fu fatta male. Ma non c’entra nulla con la riforma della giustizia. Ecco perché – Il video
Quando Giorgia Meloni, dal palco di Atreju, invita a votare al referendum sulla riforma della giustizia «perché non ci debba essere un’altra vergogna come il caso Garlasco», chiama in causa uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni. L’omicidio di Chiara Poggi viene infatti usato come esempio di una giustizia che non funziona. Ma il punto è proprio questo: che cosa c’entra davvero Garlasco con la riforma della giustizia? La risposta, al netto di slogan e strumentalizzazioni, è semplice: non c’entra nulla.
Garlasco assurto a simbolo di una giustizia che non funziona
Il caso Garlasco (così come anche quello della “famiglia nel bosco“, spesso e volentieri citati in coppia) non ha alcun legame diretto con i quesiti referendari e con la riforma proposta dal ministro Carlo Nordio, soprattutto per quanto riguarda la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Eppure viene evocato perché Garlasco è diventato un simbolo: quello di un’inchiesta lunga, controversa, segnata da errori e omissioni che ancora oggi, nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, continua a far discutere e persino a riaprirsi. Di fatto Garlasco è il simbolo, secondo i sostenitori della riforma, di una giustizia che non funziona. Ed è qui che si innesta la narrazione: la giustizia sbaglia, i magistrati non pagano, il sistema va colpito. E il “Sì” al referendum diventa, nel messaggio politico, uno strumento per punire una magistratura dipinta come autoreferenziale e irresponsabile.
Il nodo della separazione delle carriere
Secondo i sostenitori della riforma, la separazione delle carriere renderebbe i pubblici ministeri più specializzati, più efficienti, più capaci di condurre indagini corrette. In questa visione, come dice Giorgia Meloni, casi come Garlasco non si ripeterebbero. Ma è un collegamento forzato. Paradossalmente, ciò che sta accadendo oggi intorno al caso Garlasco racconta l’esatto contrario. E cioè la totale indipendenza della magistratura. Tant’è vero che c’è un pubblico ministero, il procuratore di Pavia Fabio Napoleone, che riapre un fascicolo chiuso da altri giudici, dopo oltre dieci anni dalla condanna definitiva di Stasi. C’è un’altra procura, quella di Brescia, che indaga su altri magistrati, nella fattispecie l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, perché sospettato di corruzione in atti giudiziari.
Le lacune della prima indagine su Garlasco
Oggi non sappiamo se la condanna definitiva di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi sia stata un errore giudiziario oppure no. È un punto ancora aperto. Quello che però emerge con sempre maggiore chiarezza è quanto l’indagine originaria fosse costellata di lacune. Ogni nuova analisi riporta alla luce elementi trascurati o sottovalutati. Come il cestino della spazzatura nella cucina dei Poggi, mai esaminato all’epoca, da cui anni dopo è emerso il Dna di Stasi su una confezione di Estathé. Oppure la ricostruzione alternativa della dinamica dell’aggressione, che secondo i consulenti della famiglia Poggi potrebbe essere iniziata proprio in cucina, luogo in cui sono state rinvenute tracce riconducibili a Stasi. O ancora gli oggetti che Chiara indossava la mattina del 13 agosto 2007: elementi oggi ritenuti significativi dai periti della famiglia della vittima, ma che allora non furono mai sottoposti ad analisi approfondite.
La separazione delle carriere può evitare gli errori nelle indagini?
La separazione delle carriere, questi errori, non è detto che avrebbe potuto evitarli. Non c’è alcuna garanzia che un pubblico ministero “separato” da un giudice avrebbe lavorato meglio, con più attenzione o maggiore rigore scientifico. Usare Garlasco per sostenere la riforma della giustizia non aiuta a capire la riforma stessa (che peraltro riguarda anche la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, i cui componenti verranno estratti a sorte, e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare). Serve piuttosto a sfruttare un caso giudiziario estremamente complesso (e doloroso), trasformandolo in un’arma politica. Una strategia che rischia di confondere anziché mettere nelle condizioni di valutare davvero cosa cambierebbe e cosa no nel sistema giudiziario italiano.
