Ultime notizie Giorgia MeloniGroenlandiaIranScuolaValentino Rossi
CULTURA & SPETTACOLOCinemaGomorraIntervisteSerie TvSkyTv

Marco D’Amore: «Cinema e tv sono diversi. Guardare un film a casa è come mangiare la pizza da asporto» – L’intervista

18 Gennaio 2026 - 16:23 Gabriele Fazio
L'attore e regista ha diretto le prime quattro puntate di «Gomorra - Le origini», la serie che racconta l'inizio della storia di Pietro Savastano. Qui spiega perché non c'è competizione tra cinema e televisione e perché l'arte va sempre protetta

In principio fu un romanzo di Roberto Saviano, da lì il film diretto da Matteo Garrone, poi una serie dal successo mondiale, ora un’altra serie, prequel, che racconta l’adolescenza e i primi passi nella criminalità organizzata di Pietro Savastano. Naturalmente parliamo di Gomorra, in particolare Gomorra – Le origini, la serie prequel in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW, le cui prime quattro puntate sono dirette da Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie originale, già da tempo passato dall’altra parte della cinepresa, con altri progetti legati a Gomorra, soprattutto L’immortale, che gli valse una candidatura ai David di Donatello per la migliore opera prima e un Nastro d’Argento come miglior regista esordiente.

Quando ho saputo di questo progetto devo ammettere che avevo dei dubbi, ho pensato potesse essere l’ennesima rivisitazione della stessa ricetta…
«Pure io! Nel mio caso i dubbi avevano fondamentalmente a che fare con me stesso. Io in dieci anni ho attraversato Gomorra come attore, come regista, supervisore artistico, ho scritto il mio primo progetto cinematografico, quindi sentivo di aver dato tutto alla serie e temevo di non poter partecipare con quell’energia, con quell’entusiasmo che sono necessari, soprattutto agli inizi di una nuova avventura. Poi però, quando mi sono imbattuto nelle prime pagine del soggetto ho sentito che c’era la volontà di operare proprio una sterzata rispetto a tutto quello che era già stato fatto e soprattutto di innestare la serie in un periodo storico che da tempo io nutro il desiderio di raccontare. Ecco, questi sono i due principi che mi hanno convinto, unitamente al fatto che io ho chiesto espressamente di entrare in sceneggiatura, cosa che era già avvenuta per L’immortale, e nel momento in cui questo desiderio è stato esaudito ho sentito che avevo tutti gli strumenti per poter portare avanti un certo tipo di percorso».

I problemi “morali” che ha avuto Gomorra (le accuse ricevute, etc etc…) sono stati argomento di discussione in fase di progettazione?
«Io ho una formazione prettamente teatrale, ragione per cui fin da ragazzino mi sono imbattuto in alcuni dei più grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi, da Shakespeare a Goethe, da Molière a Pirandello, il cui centro, a prescindere dal linguaggio attraverso cui si esprimono, è il conflitto. Quindi io ho sempre inteso che non ci può essere narrazione senza conflitto. Ho scoperto questa questione morale quando ho cominciato a fare Gomorra, che mi ha lasciato basito perché io non mi sono mai posto questi interrogativi. Io ho sempre capito che c’era una distanza e quindi ho cominciato ad interrogarmi sui processi che innescano certi ragionamenti, su quanto sia comodo da una parte e semplice dall’altra distogliere l’attenzione rispetto a temi più importanti e poi, come spesso succede quando cominci a interrogarti sulle cose, la realtà comincia a parlarti».

A cosa ti riferisci?
«L’altro giorno mi sono imbattuto nello speech di un famoso comedian americano che, discutendo sulla diatriba quotidiana e ormai reiterata per cui ci sono delle cose che si possono dire e altre no, ha detto: “Voi siete tanto accesi su questo tema e ponete dei limiti, ma nessuno dice qual è il limite a un bombardamento, nessuno dice mai qual è il limite verso cui si può spingere il capo di uno Stato parlando a un altro, nessuno di voi pone un limite a tutte le guerre che ci sono nel mondo”. Poi rispetto alla violenza ho letto un pamphlet sulla Bibbia, che è il testo su cui sostanzialmente si fonda parte della cultura occidentale, che comincia con un omicidio e racconta di un Dio iracondo. Racconta di vendette, racconta di omicidi e racconta di richieste di assassinio per dimostrare fedeltà. E allora, a quelli che da una parte si spingono a parlare di morale e dall’altra invece si dicono ferventi credenti, io gli dico: “Rispolverate quel meraviglioso libro sacro e capite quanto è necessario raccontare di quella violenza affinché gli uomini imparino a discernere. Cioè a capire da quale parte stare”».

Come mai la scelta è ricaduta sul personaggio di Pietro Savastano?
«È interessante Pietro, perché ci permette di raccontare un adolescente in un periodo di rivoluzioni. Perché gli anni ’70 sono quello, perché intorno a questa provincia si agita il mondo delle lotte operaie, delle istanze femministe, degli anni di piombo…ed è interessante capire, stringendo la lente di ingrandimento in quella piccola provincia, come gli echi di quelle istanze vengono tradotti dai nostri personaggi rispetto al contesto che vivono e alle possibilità che hanno. E da un punto di vista anagrafico solo Pietro ci consentiva di fare questo, oltre al fatto che è un personaggio clamoroso».

Che ruolo ha l’amore nella storia di Pietro Savastano? Perché noi sappiamo che alla fine l’amore e il matrimonio con Imma non lo salveranno da quella vita…
«Fa tanto e soprattutto crea uno scollamento quasi traumatico con la serie originaria. Perché l’amore in Gomorra è un sentimento che batte, ma batte molto sordo, è profondamente schiacciato, è nascosto ed è taciuto. Anche nelle rare volte in cui si esprime è un sentimento pericoloso da esibire, perché ciascuno dei nostri personaggi sa benissimo che quello è il suo tallone. È il tallone di Ciro con Attilio nella prima puntata, è il tallone di Jenny con Ciro, è il tallone del personaggio di Azzurra con il padre e il figlio, è il tallone di Conte che si innamora e non può permetterselo e in nome di quell’amore viene ucciso».

In Gomorra – Le origini invece?
«E invece qui c’è un tempo e c’è un’età che ci permette di cavalcare quel sentimento, perché l’amore è declinato tra Pietro e Imma sicuramente, ma c’è anche un amore fraterno, che è quello di Pietro per i suoi, c’è un amore taciuto, che è quello di quella misteriosa donna nei confronti di Pietro, c’è un amore che lega Angelo ai suoi, tanto che quel tradimento non è un tradimento legato al potere, ma è un tradimento che spezza un sentimento e quindi è ancora più doloroso. È la ragione per cui io ho detto che questa è una serie romantica, essendo stato chiaramente non compreso, perché uno quando dice le parole si aspetta che gli altri le conoscano, l’ho utilizzato nell’accezione non italiana ma piuttosto inglese o francese di “romance”, per cui è il romanzo di un’esistenza e quando tu racconti un’esistenza non puoi tenere conto di tutti i sentimenti che la possono abitare».

Hai avuto feedback dai colleghi e amici del cast di Gomorra?
«Nella fase in cui siamo mi spaventa un po’ risponderti, perché c’è una tale unanimità di giudizio da parte di critica, pubblico, addetti ai lavori, che per me che sono scaramantico suona quasi come un presagio nefasto. I ragazzi che mi stanno intorno, soprattutto quelli con cui conservo un rapporto di amicizia profondo, da Salvatore Esposito a Fortunato Cellino, Maria Pia Calzone, Cristina Donadio, erano molto accorti all’inizio, perché ovviamente temevano quello che dicevi tu, cioè che si potesse un po’ rimestare nel già visto, nel già detto. Allo stesso modo però si sono detti stupefatti del risultato finale e soprattutto felicissimi di rivedersi giovani».

Ti ricordi il momento esatto in cui ti sei accorto che Gomorra era diventato un cult?
«No, ma perché le aspettative erano bassissime. Noi mentre lo facevamo temevamo di essere linciati ed eravamo certi molto più dei detrattori che dei sostenitori. Poi l’eco di Gomorra si è fatto sentire fin dalla primissima puntata. Ci è esplosa tra le mani. Ci è esplosa sia da un punto di vista della meraviglia e della stima che abbiamo ricevuto, sia perché ha alimentato tutta quella serie di polemiche che non hanno fatto altro che farne crescere l’hype sempre di più. Invece in Gomorra – Le origini c’è ancora qualche strascico, però tutta questa dimensione ormai è più che superata quindi tutto questo clamore non c’è. Si è molto più indirizzati a giudicare l’opera per quello che è».

Come si fa a convincere gli esperti di cinema che un prodotto seriale può essere intellettualmente valido almeno quanto un film?
«Secondo me questo dilemma è abbastanza sdoganato, ormai la televisione è diventata uno strumento attraverso cui si esprimono tantissimi grandi autori, quel piccolo snobismo che c’era rispetto alla tv è stato abbondantemente superato e attraverso le serie si possono veramente vedere dei capolavori che non si mettono in competizione ma dialogano col cinema. Quello che sarebbe bello far comprendere allo spettatore è che sono due ambiti comunque diversi, ma proprio da un punto di vista dell’esperienza biologica. Perché la sala è la sala, è un momento della vita che non è replicabile, è come andare a teatro. Io dico sempre che per me vedere un film pensato per il cinema a casa è come mangiarsi la pizza da asporto: per quanto sia veloce il runner comunque la pizza è fredda e comunque non è buona come quando è uscita dal forno. Se la volete mangiare buona, un film lo dovete vedere al cinema, la televisione la potete vedere in tv».

Cosa ti piacerebbe rimanesse di questa serie?
«Mi piacerebbe che rimanesse il merito a chi l’ha fatta di aver avuto il coraggio di andare altrove e di non adagiarsi su un successo planetario ormai consolidato. Mi piacerebbe che venisse attestato merito a chi intorno a me ha costruito un’epoca e l’ha fatta davvero con una sapienza e con una conoscenza rare da ammirare. Mi piacerebbe che rimanessero i volti di questi giovanissimi attori e che si moltiplicassero in tanti progetti diversi a differenza di quello che noi che abbiamo fatto la serie abbiamo subito dal cinema italiano. E mi piacerebbe che ancora una volta all’estero si raccontasse di quanto gli italiani, nello specifico i napoletani, sono bravi a fare questo mestiere e quanto anche con mezzi ridotti, non dico pochi, ma ridotti, si possano fare cose belle».

Tempo fa ti sei espresso con un post in un certo modo riguardo il sistema cinematografico italiano, in particolare il meccanismo dei David di Donatello…
«Io ho detto semplicemente che se un’azienda vuole essere credibile e se ci sono dei premi che riconoscono dei meriti, ci deve essere un sistema di valutazione che sia serio come il cinema che si produce. Secondo me, per come è pensato quel metro di valutazione, il 99% delle persone che votan vede l’1% dei film che vanno votati. Il sistema è fallace. Tutto qui. Io non è che mi sono offeso perché non mi hanno votato, ma perché non hanno visto il film. E questo non è ammissibile. Perfino io, che sono uno che vede sostanzialmente tutto il cinema italiano, primo perché è mio interesse informarmi rispetto a quello che mi succede intorno e secondo perché sono nella giuria dei David in quanto candidato per L’immortale, non riesco a stare al passo. Mi sembra ingiusto rispetto a chi invece ha fatto un lavoro egregio e non viene nemmeno preso in considerazione, perché sostanzialmente misconosciuto ai più».

Giusto poche ore fa è arrivato l’annuncio del record di Checco Zalone, un artista che la destra italiana ha praticamente adottato. Tanti esponenti parlano di lezione che il comico pugliese starebbe dando a tutti quegli artisti (definiti “di sinistra”) che pur ricevendo tax credit dallo Stato poi non incassano abbastanza…Come se il consenso e gli incassi ridefinissero la rilevanza di un artista…
«Guarda, ti dico profondamente, manifestando la mia vanità: io non posso interloquire con queste persone perché ho una preparazione culturale troppo ampia per scendere a questi livelli di confronto. Io dico semplicemente che esistono piccoli tesori culturali nel mondo che hanno a che fare con la scultura, con la pittura, con l’architettura, che non fanno i numeri ma che vanno protetti per quei pochi che vogliono avventurarsi a scoprirli. La cultura significa anche questo: proteggere quei pochi. Poi ci sono dei luoghi, delle attrazioni, che fanno i numeri e che quindi foraggiano anche la resistenza e l’esistenza di quei piccoli avamposti culturali. Ecco, secondo me chi amministra la cosa pubblica, e chi soprattutto si occupa di cultura, dovrebbe capire questo: ci sono delle distinzioni. Un conto è fare intrattenimento e farlo egregiamente come lo fa Luca Medici, del quale io ho visto tutti i film, ma che non fa cinema, fa intrattenimento. Perché lui quello che faceva sul palcoscenico di Zelig, egregiamente, quello che ha fatto all’Arena di Verona, egregiamente, lo fa al cinema. Ed è un bene per il nostro cinema, ma è intrattenimento. Poi c’è la cultura, e poi, in casi rarissimi nei quali non mi inoltro, c’è l’arte. L’arte e la cultura non devono necessariamente fare i numeri, ma devono essere protetti e alimentati, anche a favore di quei pochi che vogliono accedervi. Per me questo significa difendere la pluralità delle visioni. Altrimenti non avremmo mai avuto registi del calibro di Ermanno Olmi o dei fratelli Taviani o di Marco Ferreri, perché non facevano i miliardi che al tempo faceva Monicelli. Ma che c’entra? Perché ci dovete mettere contro? Perché?».

Quale sogno vorresti si realizzasse oggi che sei un nome del cinema e hai già molta esperienza?
«Io conservo lo stesso spirito che mi ha animato da quando ero un ragazzino. A volte mi faccio anche tenerezza, perché ho conservato quella generosità, quel mettermi comunque sempre in gioco, quel non risparmiarmi, che è di pochi. Intorno a me tanti mi dicono “Ma chi te lo fa fare? Riposati un po’, rilassati!”. Io ti dico che finché conservo questo atteggiamento, che per me è rispettoso verso la concezione che ho del mio mestiere e anche nei confronti di chi mi sta intorno e mi aiuta, continuerò a farlo. Sennò, ritornando alla pizza, m’ vaco ad aprì ’na pizzeria a Mergellina, di fronte al mare, e faccio la pizza. Perché i sogni sono troppi, hai capito? Sono troppi».

leggi anche